domenica 10 febbraio 2019

Le arimannie nella storia politica d'Italia, alcuni documenti della fine del IX secolo

Continua il nostro excursus su quella vera e propria classe sociale a parte, una nobiltà minore basata sul lineaggio, che furono le arimannie nell'età feudale italiana, purtroppo pochissime sono le fonti e questa volta facciamo riferimento al testo "Storia politica d'Italia - dalle origini ai giorni nostri", Carlo Guido Mòr, l'età feudale - 1952.

Carlo Guido Mòr (Milano 1903 - Cividale del Friuli 1990); è stato uno storico italiano tra i più grandi esperti delle istituzioni dell'Alto Medioevo in Italia, prof. univ. dal 1934, ha insegnato storia del diritto italiano nell'univ. di Padova. I suoi numerosi studî riguardano principalmente il diritto romano nell'Alto Medioevo, i rapporti fra Stato e Chiesa, storie locali, le istituzioni longobarde. Tra le opere: Storia della università di Modena (1952; 2a ed. 1963); L'età feudale (2 voll., 1952-53); I boschi patrimoniali del Patriarcato e di S. Marco in Carnia (1962). È stato anche editore di fonti romanistiche dell'Alto Medioevo e di statuti.

"A questo proposito sarà bene ricordare quelle specie di consorzi di proprietari che son le "arimannie" e le "Comunità di valle". Originate, le prime, da colonie di liberi exercitales longobardi, installati in luoghi strategici od a presidio di città, formavano una comunità di piccoli proprietari (poiché ad ogni arimanno era concesso in godimento un appezzamento di terra) con l'uso di pertinenze comuni (boschi, pascoli), ma sotto il vincolo del servizio militare e con le limitazioni alla piena disponibilità, quali il diritto di prelazione e quello di regresso. Più tardi, poiché le terre son fiscali e quindi per sé stesse privilegiate per ciò che riguarda le imposte, si scioglieranno tali consorzi, trasformandosi il possesso condizionato in vera proprietà liberamente trasferibile, ed il carico del servizio militare verrà sostituito da un tributo che prenderà appunto il nome di "arimannia", ma permarrà l'uso di boschi e pascoli comuni, sugli incolti, che continueranno ad esser pubblici. Diverso, invece il regime della "Comunità di valle": per quelle delle zone di montagna, che vedemmo già essere geograficamente ben circoscritte, la piccola proprietà privata di fondo valle è la regola, con usi comuni di boschi e pascoli sulle pendici montane, che a mano a mano, col progredir dell'altezza, si allargano dai vicini ad una più ampia cerchia di persone per esser aperti a tutti gli abitanti della Valle per i pascoli più alti e più magri: e qui, si può dire, specialmente nella zona aplina, non si trova quasi traccia dell'ordinamento curtense"

"Fra quella minore (nobiltà, ndr) potrebbero anche annoverarsi quelle comunità di arimanni che, vivendo su terre fiscali, hanno mantenuto un certo grado sociale. Lamberto, nel suo capitolare ravennate, aveva preso alcune disposizioni a loro favore: essi non potevano venire infeudati, né assoggettati a placiti diversi dagli ordinari, né costretti all'albergaria, oltre ad aver riconosciuta la libera disponibilità della propria "sors", perché l'alienazione non venisse effettuata in frode dai loro obblighi originari (66): risulta abbastanza chiaro che tali disposizioni che gli arimanni erano ancora considerati, alla fine del secolo IX, come una categoria di persone, diremmo una vera classe sociale, distinta tanto da quella feudale, cui territorialmente è soggetta, ma con privilegi, quanto dai "mediocres" e "minores", cioé dal "populus", per il fatto di alcuni privilegi genericamente a loro riconosciuti.
Certo, in proseguo di tempo, la loro posizione si muta, forse in vista di situazioni locali: così se nel 967 gli arimanni del castello veronese di Romagnano, considerati solo uomini liberi (e il ricordo della loro originaria situazione si appoggiava su un "si dice") venivano donati al monastero di S.Zeno come pertinenti al castello stesso (Dipl. Ott. I. 346), se gli arimanni di Ronco sono assoggettati alla giurisdizione del conte Aleramo intorno al 940 (67), nel 1014 quelli di Mantova formavano un vero e proprio consortile, una "universitas" capace di diritti, privilegiata da alcune esenzioni di carattere finanziario, esercente una propria attività commerciale dai porti adriatici di Ravenna e Ferrara fino a Riva del Garda, e tutelata infine da un mundeburdio imperiale (Dipl. Henr. 278). Ché se ci rifacciamo all'ormai noto diploma lotariano del 945 per la moneta mantovana, è forza riconoscere che gli arimanni formavano un nucleo distinto fra i cives mantovani, che s'avvicina di molto agli "hominibus maioribus habitantibus in marchia Savonensi in castello" ai quali nello stesso anno Enrico confermava le regalie di pesca e caccia e la esenzione da ogni imposta straordinaria (Dipl. Henr. 303). Ché se non si può proprio identificare questi arimanni con i valvassori, cioè coi "secundi milites" - anche se molti possono esser passati in questa classe - è più che probabile ch'essi abbiano formato, in Toscana, quei consortili nobiliari di Lombardi, su cui magistralmente scrisse il Volpe. Ed è pure evidente, che dagli esempi addotti, che non unica fu la sorte di queste comunità, di quelle cittadine pare abbiano conservato una maggiore organicità, mentre le rurali, sia che si tratti di milites limitanei, sia che si possa pensare, col Mayer, a complessi di contadini posti per il ripopolamento di zone deserte, poterono perdere la loro caratteristica in seguito al distacco dalle loro terre al grande dominio fiscale in favore di immunisti.
Purtroppo, però, la saltuarietà dei documenti non ci permette che di ipotizzare queste sfumature, che è difficile cogliere nella loro essenza, che si preciseranno più tardi, ma in ambiente mutato, e quindi mutando profondamente d'aspetto, talché non sarà sempre agevole determinare se il nome antico rispecchi veramente l'antica classe o non ne copra, per tradizione, una nuova."

Nota (66): Lamberti, Capit. raven, cap. XIII: Ut nullus comitum arimannos in bneficia suis hominibus tribuat; cap. XIV: Ut homines comitum nulltenus in domibus arimannorum resideant, sed domos rei publicae instaurant et ibi habitent; cap. XV: Ut scriptoribus publicis nullatenus interdicatur res arimannorum transcribere si quando eis ipsi eas supersederint, exigatur ab eis utrumque, sicut ante trascriptionem; cap. XVI. Ut ipsi arimanni frequentius quam in lege statutum est, ad placitum non cogantur nec a comitibus nec a sculdasiis.

Nota (67): Dal diploma di Ugo (Dipl. Ugo 53) ricaviamo, però, questa preziosa notizia, che questi arimanni erano unicamente soggetti al placito missatico, palatino e regio: "ut de Villa que vocatur Runco et de omibus arimannis in ea morantibus omnem districtionem omnemque publicam functionem et querimoniam quam antea publicus nosterque missus facere consueverat, et ut quemadmodum ante nos ante nostri comitis palatii presentiam placitum custodire consueverant, aut ante nostrum qualemcumque missum ..."
è vero che siamo in regime privilegiato, cioé di una villa regia, ma è anche questo, pare, il regime degli arimanni mantovani. Quelli, invece, di Romagnano veronese ricadevano sotto la giurisdizione del conte.


sabato 9 febbraio 2019

Le arimannie della Val di Bisenzio

Pubblichiamo di seguito un interessante estratto dalla "Storia di Prato" che riguarda proprio il periodo longobardo, al quale nella storia della città toscana viene dato ampio spazio, che riteniamo essere molto interessante.

Torre di arimanni inglobata nella chiesa di
San Pietro a Figline di Prato
"Sembra che anche nel territorio pratese e nei dintorni, soprattutto lungo il corso del Bisenzio, sia possibile trovare traccia di quella tipica istituzione militare longobarda ch'era detta arimannia.
Si trattava originariamente di una terra data in godimento dal re a gruppi di militi di stirpe longobarda, detti appunto arimanni, come controprestazione e base economica del servizio stabile localizzato. Il pascolo per i cavalli pare vi avesse sempre una parte notevole.
Per il fatto che queste milizie stabili avevano rappresentato l'elemento longobardo in mezzo alla massa inerme dei Romani, nel linguaggio del popolo l'arimannus si era senz'altro identificato con il langobardus. I due termini poterono perciò durare come sinonimi.
Numerosi documenti pistoiesi e pratesi sono a confermarci come l'etnico Lambardi con il valore di Langobardi è ancora un riflesso, abbastanza diretto, della presenza dei Longobardi, se pure più tardi divenne tipico di gruppi consortili che si potevano dire ultimi eredi, nei diritti più che etnicamente, dei possessores longobardi.
Dato il carattere originariamente permanente del servizio dell'arimanno, insediato su terra fiscale, non stupirà di trovare queste milizie distribuite sulle vie di accesso delle valli del Bisenzio e della Limentra.
I Lambardi di Castiglione di Migliana, di Codilupo, della Torricella di Luicciana nella Val di Bisenzio, rimasta per qualche tempo nella zona di confine fra Longobardi e Bizantini prima della conquista di Bologna ad opera di Liutprando nel 727-728, fanno pensare ad una testa di ponte longobarda, ad una vera e propria sistemazione di posti guardia e di difesa di notevole importanza dal lato strategico. I toponimi Castello, Castellare, Castiglione e simili, e i numerosi castra della Val di Bisenzio, situati su cime e crinali dove l'esistenza di un fortilizio nell'età feudale e dei Comuni è poco giustificata, danno tutta l'impressione di corrispondere, almeno in parte, a castelli prima bizantini, poi longobardi. La fara che si era insediata nei pressi di Prato, allo sbocco del Bisenzio, in una zona sufficientemente più sicura e salda e arretrata rispetto alla effettiva e più probabile zoan di operazioni militari, veniva allora ad assumere una funzione di protezione e di riserva per i presidii più esposti della valle.
In tal modo l'insediamento di gruppi armati e le concessioni di terre risultano chiare nelle loro funzioni. E quando, a seguito dell'occupazione di Bologna, il confine si spostò e tese poi ad assumere una certa stabilità, le arimannie della Val di Bisenzio, venutesi a trovare nell'interno del territorio longobardo, persero la loro peculiare caratteristica militare, per diventare dei gruppi consortili, i quali persistettero anche quando non svolsero più le loro funzioni originarie e del termine stesso si era perduto il significato. A Codilupo e alla Torricella di Luicciana tutt'oggi la chiesa è dedicata a S.Michele, uno dei santi tipici della tradizione militare longobarda.
I Lambardi di Torri, di Stagno e della Sambuca nell'alta montagna pistoiese lungo la Limentra, a confine con i territori di Bologna, dovettero svolgere analoga opera di difesa militare.
La originaria dedicazione della pieve battesimale di Iolo a San Donato, il vescovo martire di Arezzo, non darebbe nell'occhio se non si collocasse proprio in una zona dove il ricordo dei Lambardi e di un castello ribadisce la memoria di insediamenti longobardi.
Sappiamo come queste antiche terre fiscali arimanniche venissero in seguito tenute in molti casi a titolo di beneficio e, per donazioni, concessioni di regalie o usurpazioni, cadessero ben di sovente nelle mani dei vescovi e dei grandi feudatari laici: e Iolo, come pure la Sambuca, codilupo, la Torricella e Agliana ed altre località ancora dove sono ricordati i Lambardi, fin dal secolo XI erano annoverate fra i feudi del vescovo di Pistoia e dei conti Alberti di Prato.
Le carte pistoiesi del periodo longobardo ci manifestano che nel territorio pistoiese, almeno nel secolo VIII, si era giunti alla costruzione di un sistema sociale in cui la classe dei possessori terrieri si identificava con la classe militare e politica. I Longobardi erano il ceto che ovunque emergeva, nella città e nei piccoli centri rurali. I preti, i vescovi e parallelamente i gastaldi regi, i gasindi, i notai, i medici provenivano dall'aristocrazia longobarda.
I discendenti dei sacrileghi demolitori di chiese e monasteri entrarono perfino largamente nelle file del clero secolare e regolare; arricchirono e popolarono cenobi, fondarono ospizi, costruirono chiese, e fecero a gara a fabbricare monasteri e oratori, a ridursi presso di essi a vita religiosa, a collocarvi le proprie figlie e sorelle.
Il monastero di S. Bartolomeo di Pistoia fu dal medico regio Gaidualdo non soltanto fondato, ma dotato assai riccamente di beni da lui posseduti, per eredità e per compra, in prossimità di Pistoia, nel Lucchese, nella Lunigiana, nel Valdarno inferiore e nella Maremma. Ratperto del fu Guilichisi fondò in Pistoia il monastero con senodochio dei santi Pietro, Paolo e Anastasio e gli donò la metà dei suoi averi.
La madre Munzia, la moglie Perterada, la sorella Ratperta e la figlia Astruelda potevano vivere nel monastero e, insieme all'abate rettore, prendere parte al governo, accogliervi i poveri e i pellegrini e fare elemosine. Il gasindio pistoiese Tasso, come i suoi pari sparsi nelle diverse giudicarie del Regno, dovette essere dotato notoriamente di ricche terre regie.
La popolazione romana, che indubbiamente costituiva ancora la grandissima maggioranza, se aveva imposto ai Longobardi la propria lingua, si lasciava indurre a chiamare con nome germanico cose attinenti al campo, al bosco, al prato, alla palude, anzi a cose della propria misera dimora.
Nella Val di Bisenzio sopravvivono tuttora alcuni germanismi e longobardismi poco noti ad altre zone della Toscana. A Migliana, per esempio, tutti sanno che per "ricorre" le castagne, prima di tutto è necessario "roncigliare" e fare le roste, quindi "scorrere" almeno due volte il castagneto e infine "ruspare" con la "ruspola". Se piove subito dopo una nevicata, per le strade c'è tanta bioscia che è meglio stare a sornacchiare o a russare nel canto del fuoco sulla ciscranna, mettere quanto prima le galline e le pecore a bergo e tappare bene le finestre per non sentire il tonfo dell'acqua dello stroscione del fosso di Chiusoli.
In Prato nel medioevo le cause si discutevano anche in duello per mezzo di campioni, le biade del Mercatale si misuravano con lo scafiglio e fin da allora si costruivano gore e gualchiere;  e tutti i pratesi ancora oggi sanno che cosa vuol dire sbreccare un bicchiere (a Prato però si dice un bicchieri) o una tazza.
Erano i Longobardi a dare il nome alle parti e caratteristiche tecniche di una azienda agricola. Curtis e massa prendono il nuovo significato di "grande possesso terriero", la sala detta anche sundrio corrisponde pressappoco alla pars dominica delle ville romane, e il massaricio è costituito da casae, terrae, sorte, lavorate dai coloni o massari e talora da aldii o aldioni"

Tratto da: Storia di Prato vol. I
Renzo Fantappiè: "Nascita d'una terra di nome Prato"

sabato 26 gennaio 2019

Poggio Bracciolini e la falsificazione degli Annales di Tacito - parte I

"Daccono degli Ardinghelli, cittadino di Firenze, chiamato ad essere tutore di un pupillo, ne amministrò per lungo tempo i beni, e tutti li consumò a mangiare ed a bere; quando finalmente gli vennero chiesti i conti, il magistrato gli ordinò di presentare i libri dell’entrata e dell’uscita, come si dice; ed ei mostrò la bocca e il sedere, dicendo che non aveva fuori di quelli alcun altro libro di entrata e d’uscita." Facezie, 193
Poggio Bracciolini nacque a Terranuova (al tempo Castel Santa Maria) in Valdarno Superiore l'11 febbraio 1380, suo padre Guccio era un piccolo proprietario terriero che svolgeva l’attività di speziale che nel 1373 prese in moglie la quattordicenne Jacopa, figlia del notaio ser Michele Frutti di Castelfranco. Trasferitosi per motivi di studio a Firenze, Poggio divenne un uomo di fiducia della curia romana, prima scrittore apostolico e membro della cancelleria del papa, poi segretario apostolico sotto il pontificato di Martino V ovvero Ottone Colonna. Durante la sua attività servì ben otto pontefici e fu senza dubbio il più grande latinista dei suoi tempi, di lui il reverendo William Sheperd scriveva:
"E però da notarsi ch'ei non si limitò, come alcuni celebri latinisti, ad un accozzamento delle frasi tolte dalle opere degli antichi, ma trasse dalla propria vena il linguaggio, e le idee; e quelle frequenti allusioni ai costumi, ed agli avvenimenti dei suoi tempi, che spargono tanto interesse sui suoi scritti, doveano, in un epoca in cui la lingua latina esciva appena dalla barbarie, renderne la composizione sommamente difficile. Gli scritti di Poggio paragonati a quelli  de'suoi predecessori compariscono veramente sorprendenti. Elevandosi ad un grado di eleganza che si cerca in vano nella latinità del Petrarca, e di Coluccio Salutati, preparò la castigatezza del Poliziano, e degli altri sommi letterati, che sparser sì gran lustro sul carattere del loro insigne mecenate Lorenzo de'Medici."
Da questo passaggio della "Vita di Poggio" tradotto dall avv. Tommaso Tonelli ben si evince come Poggio Bracciolini avesse una straordinaria padronanza della lingua latina. Non è un caso quindi che il cardinale Pietro Lamberteschi abbia voluto affidare proprio a Poggio Bracciolini un delicatissimo incarico. Di questa proposta del Lamberteschi nel febbraio del 1422 Poggio scrive all'amico Niccoli:
"Ricevei jeri l'altro due vostre lettere, ed una di Pietro Lamberteschi, che ho letta attentamente: La proposta di Pietro mi piace, e credo che seguirò il vostro consiglio. Dice che vedrà di procurarmi cinquecento fiorini d'oro per tre anni di servizio; arrivi a seicento, ed accetto l'offerta. Ei mi va lusingando con speranza di futuro aumento, e voglio credere che ciò possa realizzarsi, ma parmi più prudenza tenersi al certo. Piacemi l'impiego cui m'invita, e spero far qualche cosa non indegna d'esser letta; ma ho bisogno, come gli ho scritto, di quiete, e d'ozio." (Tonelli, Ep. I.17)
Qual'era dunque questa opera letteraria commissionata a Poggio Bracciolini per l'astronomica cifra di 600 fiorini d'oro che necessitava di tre anni per la sua stesura? L'incarico riguardava la falsificazione del manoscritto degli Annales di Tacito. Ma come mai questo libro era così importante per la curia romana? Per scoprirlo dobbiamo fare un passo indietro.

Con l'Umanesimo si torna a studiare i classici e la cultura non è più appannaggio dei monasteri dove era rimasta confinata dall'Alto Medioevo. Si pone il tema delle fonti e c'è il problema che nelle fonti classiche sono rari e controversi i riferimenti al cristianesimo. Non solo, uno degli storici più importanti dell'antichità Flavio Giuseppe (37-100) autore della Antichità giudaiche, una cronaca a tratti molto minuziosa delle vicende del popolo ebraico dalle origini fino all'epoca immediatamente precedente la guerra giudaica del 66-70, è particolarmente parco di informazioni al riguardo.  Quest'opera contiene preziose notizie relative ai movimenti religiosi del giudaismo del I secolo, come gli Esseni, i Farisei e gli Zeloti, ma senza entrare nel merito delle discussioni circa il cosiddetto Testimonium flavianum nel testo non compaiono particolari riferimenti al cristianesimo. Se i classici quindi diventano il metro di misura della contemporaneità del XV secolo, le origini del cristianesimo non possono essere ignorate e se le fonti non ci sono occorre subito crearle e per farlo serve ingaggiare il migliore latinista del momento: Poggio Bracciolini.

La tesi della falsificazione degli Annales di Tacito fu introdotta per la prima volta da Voltaire nel 1775 evidenziando incongruenze storiche con Svetonio e Plinio il Vecchio, stilistiche e filologiche rispetto alle Historiae. Fu però John Wilson Ross a dedicare un'opera sistematica all'argomento pubblicando a Londra il libro Tacitus and Bracciolini, the Annals forged in the XVth Century. Secondo Ross Poggio Bracciolini si occupa a tempo pieno della stesura del falso manoscritto degli Annales di Tacito tra il 1422 ed il 1428, gli unici a conoscenza dell'operazione sarebbero stati il cardinale Lamberteschi (il committente) e l'amico fraterno di Poggio, Niccolò Niccoli.
"We have, then, seen how, from the inception to the commencement of the forgery how, from its first suggestion to Bracciolini by Lamberteschi and it approval by Niccoli in February, 1422, down to the finishing of the transcription by the monk of the Abbey of Fulda in February, 1429, and its delivery into the hands of Bracciolini in probably the month following, seven years elapsed" (Ross, 3.5.1).
Una volta composto il manoscritto occorreva però realizzarlo fisicamente in modo da poterlo "trovare" e sottoporlo alla comunità intellettuale del tempo come uno dei più grandi ritrovamenti di letteratura antica. A Bracciolini serviva quindi un amanuense esperto capace di imitare la scrittura dei codici miniati del XII secolo ed in Germania presso il monastero benedettino di Hersfeld trovò il monaco che cercava nella persona di Heinrich von Grebenstein. A questo punto dovremmo essere nel 1426 quando Bracciolini scrive al Niccoli chiedendogli di mandargli una copia di un manoscritto delle Historiae di Tacito, Bracciolini infatti ha bisogno di consegnare al monaco tedesco un manoscritto originale da poter imitare.
"Vedi se posso avere i libri che ti chiesi, specialmente Aulus Gellius . Sarei veramente felice se tu mi spedissi il Cornelio Tacito; se lo farai io ti rispedirò il tuo Spartianus; te lo chiedo con molta insistenza... Arrivederci e rispondimi anche se sei arrabbiato perchè le tue lettere mi fanno un immenso piacere. Roma, 21 Ottobre 1426" (Gordan, XLVIII). 
Nel 1425 nella stesso studio monastico venne ritrovato dal medesimo monaco Heinrich von Grebenstein l'unico manoscritto del De origine et situ Germanorum universalmente conosciuto come Germania (Codex Hersfeldensis), un'opera etnografica scritta da Tacito attorno al 98 d.C. sulle tribù germaniche risalente al IX secolo, anche di questo eccezionale ritrovamento venne fatta menzione da Poggio Bracciolini in una lettera del 3 novembre 1425 all'amico Niccoli.
"Hai già quasi tutte le novità, ma tengo la più bella per ultima. Un amico che è monaco in un monastero della Germania e che è andato via da poco, mi spedì una lettera che ricevetti tre giorni fa. Egli scrive di aver trovato alcuni volumi del tipo che io e te ricerchiamo e che egli vorrebbe scambiare con la Novella di Joannes Andreae oppure con gli Speculum e i loro supplementi. Egli invia anche i nomi dei libri in allegato alla lettera. Gli Speculum e i supplementi sono certo di grande valore, vedi così se ritieni che lo scambio possa essere eseguito. Fra questi volumi vi sono Giulio Frontino e alcune opere di Cornelio Tacito ancora sconosciute a noi. Vedrai l'inventario e verificherai se questi volumi di legge possono essere acquistati ad un prezzo decente. I libri saranno depositati a Norimberga, dove gli Speculum e i relativi supplementi dovranno essere scambiati; è facile portare libri da là, come puoi vedere dall'inventario. Questa è solo una selezione; ci sono molti altri libri. Infatti egli scrive: 'mentre mi chiedevi di annotare i poeti in modo da farti scegliere quelli che ti interessavano, ho trovato molto altro da cui ho fatto una selezione che troverai nell'inventario (lat. cedula) in allegato'. Caro Niccolò, scrivimi appena puoi cosa possiamo dirgli in modo che ogni cosa possa essere fatta secondo il tuo giudizio." (Gordan, XLII).
Questo codice di Hersfeld contenente Germania, probabilmente già smembrato nel XV secolo in tre parti distinte per aumentarne il valore sul mercato, andò perduto per lungo tempo fino a rispuntare nel 1902 scoperto a Jesi dal sacerdote Cesare Annibaldi nella biblioteca del conte Baldeschi Balleani (Codex Aesinas). Considerato tra i cento libri più pericolosi di sempre il manoscritto del Germania di Tacito venne attenzionato dall'Ahnenerbe, fin dalla costituzione nel 1938 della sezione di filologia classica e di scienze dell’antichità diretta dal latinista Rudolf Till dell'Università di Monaco. Nell'autunno del 1943 dopo l'armistizio venne organizzata un'operazione militare per impossessarsene che non andò in porto ed il manoscritto che era a Jesi ben nascosto non fu scovato dai tedeschi. Il codice, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, fu danneggiato durante l'alluvione di Firenze del 1966, ma subito dopo restaurato e recuperato, successivamente è stato donato dalla famiglia Baldeschi Balleani allo stato italiano. Oggi è conservato nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (Cod. Vitt. Em. 1631).

Segue ...

mercoledì 26 dicembre 2018

L'origine del cognome e dello stemma dei Medici

La vulgata vorrebbe che il più importante casato fiorentino, la famiglia Medici derivi il suo nome dall'attività di "medecus" ovvero quella di medico, quindi il cognome sarebbe legato al lavoro del capostipite della famiglia, e questo sembrerebbe assolutamente pacifico ed universalmente accettato secondo una tesi che vorrebbe gli attuali abitanti della Toscana naturale continuità dell'elemento latino. Ma è davvero così banale?

Allora mi sono permesso di indagare più in profondità su questo cognome e l'occasione mi è stata data allorché mi sono in imbattuto casualmente nel cognome inglese Meade. Questo nome deriva dal proto-germanico *mēþwō da una comune radice proto-indoeuropea *h₂met- che ritroviamo anche nel latino metere e nel celtico medi, inglese medievale mede da cui deriva l'inglese meadow che significa prato destinato al pascolo che in Toscana sono i paschi, gli stessi del Monte dei Paschi di Siena.

Passando all'araldica della famiglia, lo stemma dei Medici nella sua forma più antica sarebbe stato un campo d'oro seminato di bisanti o "palle" come li chiamavano i fiorentini di colore vermiglio. Tale stemma ben si presta alla rappresentazione di un campo di erba appena arato con i cumuli del fieno preparati per il foraggio per le bestie, da sempre simbolo di ricchezza e prestigio. I Medici erano originari del Mugello dove questo tipo di prati da pascolo abbondano ancora oggi. In araldica le palle rosse si chiamano Guse in francese (francese antico goules = gole) e sono le bocche degli animali che appunto rappresentavano la ricchezza della famiglia in quanto da tempo immemore si usava misurare la ricchezza con la quantità di terra da pascolo posseduta e numero dei capi di bestiame.

Una testimonianza del Morelli (1371-1444) sulla ricchezza dei paschi del Mugello:
"E prima vedi nel piano del Mugello e’ migliori e più fruttiferi terreni che siano nel nostro Contado, dove vedrai fare due o tre ricolte per anno e ciascuna abbondante roba!
E appresso, ne’ poggi a perfetti terreni, e favvesi su grande abbondanza di grano e biade e di frutti e di olio, e simile vi si raccoglie assai vino, gran quantità di legname e castagne e tanto bestiame che si crede che fornisca Firenze per la terza parte."
In araldica l'uso delle "torte" risale ai primordi di questi blasoni quindi lo stemma dei Medici dovrebbe essere molto antico, uno stemma molto simile è quello dei Courtenay oggi insegna dei Conti di Devon.



Nel sanscrito del 1200 a.C. il termine che indica la guerra, युद्ध yuddha, significa “desiderio di possedere più vacche”.

sabato 15 settembre 2018

Il guerriero pitto

Una delle popolazioni più enigmatiche dell'Europa atlantica a cavallo tra l'ultimo scorcio della storia antica e l'Alto Medioevo sono i Pitti. Nel contesto della storia delle isole britanniche i Pitti rappresentarono uno dei punti più alti di arrivo della civiltà indigena conservando l'autonomia ai margini della conquista romana alla quale opposero una fiera resistenza formando la prima vera e propria nazione barbara indipendente. La storicità dei Pitti comincia nel 297 d.C. non è chiaro se i Pitti fossero aborigeni del Neolitico del Nord delle Isole britanniche o fossero giunti con le immigrazioni dei cosiddetti Bell Beakers (cultura del vaso campaniforme) indoeuropei, oppure fossero un'ibridazione dei due gruppi ancestrali, fatto sta che anche l'elemento linguistico non è chiaro, sembra infatti che il gaelico San Columba di Iona nella sua opera di evangelizzazione delle Highlands occidentali necessitasse di un interprete per parlare con loro re Bruide che convertì al cristianesimo. Anche Beda il venerabile spiega inequivocabilmente come nella Britannia ci fossero quattro ceppi linguistici distinti tra loro: quello celtico, quello gaelico, quello inglese e quello pitto.

Non si è concordi neanche sull'etnonimo Pitti, anche se è opinione diffusa una derivazione dal latino pictus per la ragione che questi guerrieri avevano l'abitudine di dipingersi il corpo con motivi azzurri prima degli scontri, ma la parola pictum non viene mai usata dagli storici latini per descrivere i tatuaggi dei Celti. Nell'Alto Medioevo i Pitti sono attestati come Pettr in antico norvegese, Poetha in antico inglese, Pechts in antico scozzese, tutti sembrano variazione di un nome tribale originario ormai perduto di cui anche il latino potrebbe essere l'origine. In realtà i Romani chiamarono Caledonii la bellicosa confederazione di tribù celtiche che abitavano il Nord della Britannia, le cui continue scorrerie portarono alla costruzione del Vallo di Adriano ma non si parla mai dei Pitti fino al 297 d.C. A tal proposito circolano delle storie mitologiche che vorrebbero i Pitti discendenti dai cavalieri sarmati presenti nelle legioni imperiali la cui partecipazione alle campagne in Britannia è attestata da fonti storiche: nel 175 d.C. Marco Aurelio manda 5.500 Alano-Sarmati in Britannia per combattere i Caledoni al Vallo d'Adriano, il loro comandante si chiamava Artorius (sic!). Forse una leggenda ma in ogni leggenda si racchiude una quota di verità: la diffusa pratica presso i Pitti di porre dei sassi a comporre un tumulo, chiamato cairn, sopra la tomba dei guerrieri caduti in battaglia non è un uso celtico né gaelico, ma era invece frequente presso gli Sciti: il kurgan scita era un tumulo funerario per inumare i feretri della propria aristocrazia e sappiamo come le abitudini funerarie dei popoli siano molto conservative. La discendenza dei Pitti dagli Sciti giustificherebbe anche la divergenza linguistica, la loro lingua potrebbe quindi essere indoeuropea ma di ceppo iranico.

Kurgan scita
Clava Cairn - Inverness

Quando i Pitti si preparavano alla battaglia si ponevano accanto allo stendardo del clan, molte delle famose steli dei Pitti erano in realtà degli emblemi di guerra ed è quindi possibile che tali emblemi fossero anche riprodotti su degli stendardi che venivano portati in battaglia. Per la preparazione alla battaglia era di particolare importanza il ruolo dei bardi che incoraggiavano i partecipanti ad emulare le gesta dei loro ancestori e allo stesso tempo dovevano schernire il nemico.

La disposizione dei guerrieri era la seguente: davanti a tutti il guerriero più forte del clan provocava il nemico con la sua abilità e il suo grido di battaglia, a questo punto il guerriero che spesso indossava una pelle di cane o di lupo come si evince dalle steli di pietra rinvenute si immedesimava nel suo spirito guida, probabilmente l'uso di sostanze psicotrope e di abbondante birra unito allo stress della situazione innescava un processo di trasfigurazione ed il guerriero era come guidato nella battaglia da un'entità superiore. Sembra che i norvegesi abbiano appreso queste tecniche proprio dai Pitti che avevano affrontato più volte nelle loro scorrerie per i loro più conosciuti Berserker.che servivano proprio a terrorizzare il nemico.



Forte era il legame col cane, in particolare con cani di grossa taglia come il levriero scozzese, scottish deerhound che era utilizzato sia per la caccia di grossi ungulati che per la guerra. L'uso di questi cani è attestato su una terracotta romana del I secolo ritrovata presso Argyll e in una stele del VII secolo raffigurante una caccia al cervo. La proprietà di questi grossi cani era riservata solo alla nobiltà.
Molti dei nomi che noi oggi associamo come scozzesi sono in realtà di origine pitta, per esempio Angus, Bili, Kenneth, Donald, Duncan, Hugh, Malcom,  Ronald, Bryden, e molti altri che non sono pronunciabili. Il cognome Alpin è pitto e significa montagna.  Nelle forme più arcaiche era 'Ailphin', poi fu 'Elphin', e poi 'Alpin.'

lunedì 10 settembre 2018

La vera origine del nome Luca


Il nome Luca per molti è legato al cristianesimo, infatti proprio uno dei quattro vangeli è intitolato proprio all'evangelista Luca. Dal punto di vista etimologico, l'opinione più diffusa è che Luca sia ipocoristico del latino Lucanus col significato di originario della Lucania, derivato dal greco Λουκανος (Loukanos) con lo stesso significato. Davvero tutto qui? Oppure questo nome racchiude un significato più profondo?

Ad una più attenta analisi attraverso la linguistica comparata scopriamo che Luca è legato alla radice proto-indoeuropea *lewk- che significava luce, bianco, luminoso, che ci conduce anche al latino lux ed al greco λευκός splendente, bianco, pallido, di carnagione chiara. E sappiamo che Lúgh  che deriva dalla stessa radice indoeuropea, latinizzato in Lugus, era anche una delle più importanti divinità celtiche. Ancora una volta è probabile che questo nome abbia subito un processo di acculturazione passando dal paganesimo celto-germanico al cristianesimo. Il Lúghnasadh è una festa gaelica di origine pagana attestata da molte fonti scritte che ha luogo il primo agosto all’inizio della stagione dei raccolti storicamente era diffusa in tutta l’Irlanda, la Scozia e nell’Isola di Man. La festa è legata ai temporali estivi che venivano accolti come propiziatori in quanto ripulivano le messi dagli insetti nocivi e davano una pausa alla calura estiva. Lúgh è rappresentato come un guerriero armato di lancia, in altre è rappresentato con tre facce, la simbologia del tre è tipica della cultura celtica e rappresenta dio e la perfezione. Il comune di Lugo prende il nome da questa divinità celtica. Anche il toponimo pugliese di Leuca ha origine dalla stessa radice: secondo Strabone, il promontorio originariamente denominato con il nome greco τα Λευκά (ta Leuká, le Bianche), deriverebbe il nome dalle rocce bianche a strapiombo sul mare.

I Celti furono tra i primi popoli a dominare la lavorazione dei metalli per questa loro peculiarità è chiaro che avessero una forte influenza sulle tribù germaniche e quelle della Scandinavia. E allora ecco che Loki è la trasposizione norrena del dio Lúgh.

Ma adesso torniamo all'inizio del post chi era realmente l'evangelista Luca: di lui sappiamo che era un medico (sic!) è che in origine era pagano, beh io direi che siamo davvero di fronte ad una figura druidica, di shamano guaritore. Il toro, animale sacrificale per eccellenza, simbolo dell'evangelista Luca è molto diffuso nella mitologia celto-germanica, in alcuni rituali divinatori era richiesto proprio il sacrificio di un toro bianco. Un altro tratto tipico del druidismo celtico è la genealogia ed infatti il vangelo di Luca comincia con la genealogia di Gesù in 42 generazioni che porta alla discendenza davidica che in sostanza è la linea di sangue del Graal.

domenica 14 gennaio 2018

Il senso dei Celti per l'acqua

Fiume Exe

I Celti avevano molte parole per l'acqua. Una di questa era iska, gaelico uisce, l'acqua pura sorgente di vita, da una radice PIE *h2ei̯s per cercare (lituano íeškau, cercare), il gaelico Fior Uisce (feer ishka) identifica una sorgente di acque pure della migliore qualità.

Uisce beatha (pronuncia irlandese: ˈɪʃkʲə ˈbʲahə) è il nome del whisky nella lingua irlandese. Nel gaelico scozzese la parola è uisge-beatha. La parola whisky o whiskey scritto all'irlandese significa letteralmente "acqua della vita" ed è il nome che i monaci irlandesi dettero a questo distillato nell'Alto Medioevo trasponendolo dal latino "aqua vitae" ovvero acqua di vita.

I romani chiamarono la città di Exeter "Isca Dumnoniorum", Isca era la latinizzazione del celtico Iska acqua pura, acqua corrente da cui prende il nome anche il fiume Exe, quindi il significato era "acqua dei Dumnoni". I Dumnoni erano una tribù celtica che viveva nella penisola sudoccidentale della Britannia ai tempi della conquista romana e che oggi chiamiamo Cornovaglia. Successivamente la città della contea del Devon prese il nome di Exanceaster (900), Escanceaster (1086, Domesday Book) ovvero castro sul fiume Exe. Secondo Guglielmo di Malmesbury i Dumnoni furono una delle poche popolazioni celtiche ad integrarsi coi Sassoni, mentre la maggior parte dei Britanni fuggì in Bretagna. Una parte di Exeter mantenne così il titolo di Piccola Britannia fino al XVIII secolo.

venerdì 15 dicembre 2017

Gli Hundingas cioé i Longobardi



Gli Hundings, in inglese antico “Hundingas”, ovvero il clan del cane, furono una leggendaria tribù o clan della storia delle origini dei popoli germanici, spesso citati in contrapposizione agli “Wulfings”, il clan del lupo, altro animale totemico della tradizione odinica. Nell’Edda Hunding fu un re dei Sassoni ucciso da Helgi Hundingsbane. Le Gesta Danorum fanno menzione del re Helgo che uccise Hundingus re dei Sassoni in un duello. Il punto storico della questione fu probabilmente un reale conflitto tra i Geati (clan del lupo) ed i Longobardi (clan del cane) nel periodo pre-storico che precedette quello delle migrazioni, forse in una delle tante guerre per il controllo delle miniere di sale.

Lo stesso nome Hunding non è altro che un patronimico che significa letteralmente “figlio d’un cane”. Se è vero che gli Hundings come clan identificano i discendenti di Hunding, è vero anche che essere chiamato cane nella cultura germanica precedente la cristianizzazione non era affatto un insulto, piuttosto simboleggiava la propria capacità guerriera. Con la cristianizzazione e la damnatio memorie che ne conseguì, al cane fu riservata la stessa connotazione negativa collegata al paganesimo germanico che toccò ad altri animali totemici: il lupo, il corvo, la gazza, il gufo, la capra, il serpente. Così fu che Ulfhednar furono chiamati anche gli ultimi pagani cioè i Vichinghi.

Il nome di Lamicho, re dei Longobardi, significherebbe “piccolo latrato” (Harris 2004). Nella sua Historia Langobardorum, Paolo Diacono racconta che i Longobardi usavano terrorizzare i propri confinanti diffondendo la fama dei propri temibili guerrieri cinocefali. Secondo Paolo Diacono Lamicho fu l'unico sopravvissuto dei sette gemelli partoriti da una prostituta e da ella messi a morire in un abbeveratoio, senonché il re Agelmund che passava di lì col suo cavallo, mosso da misericordia decise di allevarlo. Il nome di uesta prostituta fu anche l’origine etimologica della parola inglese bitch (Much, Höfler e altri) dall’antico inglese bicce (cagna). Anche il nome etnico originario dei Longobardi Winnili poteva significare “cani selvaggi” (Much).

Gli Hundingas nella letteratura inglese antica sono menzionati in Beowulf e in Widsith. In Widsith se ne parla per ben due volte: la prima in un elnco di clan germanici e la seconda tra le tribù ed i popoli forestieri nella frase “mid hæðnum ond mid hæleþum ond mid hundingum” ovvero “con i pagani, con gli eroi, ed il clan del cane” in riferimento ad un antico clan di pagani. Nel manoscritto “The Marvels of the East” i cinocefali vengono in effetti tradotti proprio come“healf hundingas”.

sabato 11 novembre 2017

I ruoli apicali nella società longobarda



La società longobarda era caratterizzata da una rigida struttura che si articolava in diverse figure chiave che permettevano ad una élite numericamente assai modesta di controllare una vasta estensione di territorio e di popolazione.

Il Duca: i Longobardi erano caratterizzati da una monarchia elettiva, l'elezione del re veniva fatta attraverso l'assemblea del popolo riunita in armi Gairethinx per acclamazione battendo le lance contro gli scudi, generalmente il candidato era un Duca, un condottiero militare appartenente alle famiglie della nobiltà longobarda come i Letingi, i Gausi, i Beleos, gli Anawas, gli Arodingi. Molti re longobardi furono quindi precedentemente duchi come nel caso di Desiderio ultimo re dei Longobardi che fu duca di Tuscia prima della sua elezione a rex dei Longobardi.

L'Arimanno o Ardemanno: letteralmente uomo temerario, italiano ardito. Il fulcro della società longobarda erano le famiglie di guerrieri organizzate in Fare: famiglie allargate che comunque avevano una base in persone legate tra loro da vincoli di parentela. Le Arimannie erano una sorta di veri e propri clan di guerrieri che avevano il controllo militare su una porzione di territorio anche molto vasta. Gli Arimanni avevano la facoltà di partecipare all'assemblea pubblica del popolo in armi detta Gairethinx e di votare per acclamazione battendo la lancia sullo scudo i vari provvedimenti che venivano presi in esame. L'Arimannia era un istituto del diritto longobardo che prevedeva che il bene (hangaratungi, estensione terriera) della consistenza di 4 mansi fosse trasmissibile ereditariamente ma non alienabile, come si evince ancora in documenti del XI secolo relativi a contenziosi ereditari, le Arimannie erano beni di proprietà dei nobili il cui godimento era trasmissibile per via ereditaria "cum armannis postis adque ereditariis", in un documento del ferrarese del 1017 secolo si parla espressamente del privilegio signorile sulla "terra arimannorum" col significato di "terra degli Arimanni". All'Arimannia erano sempre legati degli obblighi pubblici, oltre agli obblighi militari e di difesa gli Arimanni dovevano provvedere al mantenimento del bene concesso in loro usufrutto, manutenendo le strade, riparando i ponti, sistemando muretti a secco e regolando i corsi d'acqua ecco quindi che si arrivava ad un controllo del territorio molto capillare che con poche risorse permetteva di mantenerlo in buono stato. Prevista nell'Editto di Rotari una delle mancanze più gravi per gli Arimanni, punibile con la pena di morte, era lasciare passare il nemico per il proprio territorio di competenza senza dare battaglia: "Coloro che avevano cospirato contro il re, lasciato nemici andare liberi per il loro territorio, avevano disertato o si erano ammutinati erano puniti con la morte."

Gli Arimanni rimasero in auge anche in epoca carolingia poi dopo l'anno mille con lo sviluppo urbano e la crescita d'importanza delle città persero progressivamente il loro status socio-economico andando a formare quel nucleo dal quale si formerà la nuova classe mercantile della nascente libera impresa. In Italia le ultime attestazioni dell'Arimannia si ebbero nel Friuli.
Gli Arimanni non appartenevano alla nobiltà propriamente detta erano una vera e propria casta organizzata in clan familiari (Sippe) di cui rimane testimonianza nell'onomastica barbarica italiana, furono tra i primi a poter utilizzare un patronimico per distinguere gli appartenenti al clan introducendo l'uso del cognome che sarà poi esteso anche alle famiglie meno abbienti a partire dal XIII secolo. In Italia le famiglie di Arimanni sono riconoscibili dal cognome come nel caso del noto Armani della moda e nei suffissi patronimici latinizzati in -tius (genitivo, figlio di) che segue l'ipocoristico del nome del capostipite della famiglia. I patronimici arcaici delle famiglie di Arimanni sono tra i più antichi cognomi italiani precedenti al VII secolo.
Con lo sviluppo dell'italia comunale e delle successive signorie, sull'Arimannia calò rapidamente il velo dell'oblio. Nel XIII secolo un certo Birbisio de' Portis avrebbe scritto un trattato: "Della nobile Armania" del quale però non è rimasta alcuna traccia.

Molto scaramantici gli Arimanni avevano eletto a loro protettore il santo guerriero San Michele.

Il Gastaldo: il Gastaldo dal longobardo gastald (preposto) era una persona di fiducia del re che amministrava una porzione di territorio vasta corrispondente circa alle odierne provincie con poteri civili, giudiziari e militari. In particolare il Gastaldo doveva curare le curtis del re nella sua giurisdizione. In Toscana gastaldati erano insediati a Luni, Pistoia, dove ancora oggi sorge la centrale Piazza della Sala ove aveva sede la curtis domini regis, Volterra, Siena e Arezzo. La figura del Gastaldo ebbe lunga durata attraversando tutto il Medioevo: nel codice "Magna derivationes" del 1200, Uguccione da Pisa fa riferimento alla figura del gastaldeus col significato di "rector loci". All'Arsenale di Venezia i gastaldi erano i preposti delle confraternite di operai navali ancora in auge nel XVIII secolo come si legge in un documento del 1753 con la gastaldia di tal Francesco Zanotto. Per molti versi questa figura è analoga a quella dello "Steward" normanno ricalcandone per molti aspetti i compiti.

Lo Skuldhais: gli Skuldhais, dal longobardo skuld, debito + haitan, chiamare, ossia colui che chiama, impone il debito, italiano volgare sculdascio, erano nel regno longobardo i giudici di prima istanza dei borghi rurali addetti alla riscossione delle imposte e alla risoluzione delle piccole controversie, avevano anche un'inquadramento militare. Sul territorio il luogo deputato alla riscossione della tertia sul raccolto era la Sala, la fattoria rurale longobarda, che ha lasciato la sua eredità linguistica nella toponomastica di moltissimi luoghi sparsi nelle zone rurali di tutta l'Italia.

lunedì 1 maggio 2017

Presenze di Alani e Sarmati in Italia



Nel VI secolo a.C. l'area di stanziamento ancestrale dei Sarmati, una grossa confederazione di tribù nomadi di origine iranica, era la steppa pontica nell'attuale Russia meridionale tra il Don e gli Urali, Tra queste tribù nel I secolo a.C. emerge in modo rilevante quella degli Alani il cui nome deriva dalla parola iranica antica *arya, "Aryan" che significa "nobile" da cui deriverebbe anche il nome “Īrān” (dal genitivo plurale *aryānām).

Poco prima dell'era cristiana cominciano i primi contatti con l'impero romano con i quali instaurano rapporti commerciali e soprattutto ai quali fornirono ottimi reparti di cavalleria leggera ausiliaria. Nel 175 d.C. Marco Aurelio manda 5.500 Alano-Sarmati in Britannia per combattere i Caledoni al Vallo d'Adriano, il loro comandante si chiamava Artorius, successivamente questi reparti furono trasferiti in Bretagna per sedare i bellicosi e irriducibili Armoricani che si erano rivoltati. La tradizione narrativa popolare di questi Alano-Sarmati stabilitisi in Europa occidentale come auxiliares delle legioni imperiali costituì il nucleo storico del ciclo arturiano (Littleton, Thomas e Malcor). Gli Alani di Bretagna divennero così l'asse portante della nobiltà bretone e più avanti insieme ai Normanni sconfissero i Sassoni nella Battaglia di Hastings nel 1066. Il loro nome riecheggia nella nobiltà inglese con il nome di FitzAlan che sarà legato alla dinastia Stuart di Scozia.

I Sarmati parlavano una lingua iranica di ceppo indoeuropeo affine allo scita. I Greci ed i Romani, che li temevano ma al contempo li ammiravano per il loro valore in battaglia, li prendevano in giro per il loro modo di parlare che scimmiottavano in bar-bar, dando così origine al termine "barbari", poi applicato a qualunque popolo estraneo al mondo greco-romano.

Da un'iscrizione ritrovata in Crimea sembra che i Sarmati venerassero "i sette dei" una pratica attestata anche negli Sciti, uno dei quali era il signore della guerra analogo al dio romano Marte che, come scriveva Ammiano Marcellino (31.2.23), gli Alani adoravano incarnato nella forma di una spada sguainata infilzata in una roccia, rituale che sembra coincidere con l'erezione dell'axis mundi.



Quando arrivarono gli Unni nelle loro aree di stanziamento una parte degli Alani si spostò verso l'Europa orientale dove si federò coi Vandali coi quali attraversarono il Reno nel 406 d.C. ed invasero la Gallia, nel 409 d.C passano i Pirenei ed arrivarono nella penisola iberica. Nel 428 d.C., sconfitti dai Visigoti, attraversarono lo Stretto di Gibilterra e passano in Nord Africa dove coi Vandali fondarono un potente regno.

Guerriero Vandalo e Alano
Nord Africa - V sec,

Durante la scorreria degli Unni del 470 d.C. alcuni gruppi di Alano-Sarmati furono costretti ad attraversare il Danubio e a stanziarsi in Pannonia dove più avanti si unirono ai Longobardi con cui parteciparono alla conquista dell'Italia del 568, arrivati in Italia i Sarmati si stabilirono nella Pianura padana.
Dai frequenti contatti culturali tra Longobardi e Sarmati in Pannonia deriva la pratica delle perticae: quando una persona moriva lontano da casa o risultava dispersa in battaglia, la famiglia compensava l'impossibilità di celebrarne i funerali piantando nel terreno una di queste aste, con il becco dell'uccello orientato verso il punto in cui si credeva fosse morto il familiare.

Toponimi di Alani e Sarmati nel Nord Italia
Alcuni toponimi alani in Italia: Alagna, Allain, Alagna Lomellina, Allegno, Alano di Piave.

La repubblica caucasica dell'Ossezia Settentrionale prende il nome di Alania (in russo Респу́блика Се́верная Осе́тия-Ала́ния) fa parte della Federazione Russa e fu fondata dagli Alani nel VII sec. d.C., nel IX secolo gli Alani si convertirono al Cristianesimo, presto diventò una regione molto florida poiché nel suo territorio passava la via della seta che conduceva in Cina il cosiddetto passo di Darial in persiano Dār-e Alān che significa "Porta degli Alani". Da qui passò anche Marco Polo la cui spedizione fu accompagnata da un Alano, in quel periodo gli Alani erano anche tenuti a fornire contingenti ai Mongoli.

Dal punto di vista genetico oggi abbiamo 5 sequenze DNA idetificabili come Scite/Sarmate 3 di queste sono R1a1a1b, una è R1b1a e una è Q1a.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...