lunedì 19 settembre 2016

Saghe longobarde: la caduta di Cividale ad opera degli Unni

E infine giunse per i Longobardi di Cividale l'appuntamento con la storia e col destino, gli Unni calarono dalla valle dell'Isonzo con un esercito sterminato che riempiva tutta la valle. Il duca Gisulfo II signore di Cividale li affrontò in campo aperto con i migliori guerrieri della città, ma soverchiato dal numero dei nemici, fu circondato e massacrato sul campo con tutti i suoi uomini. Al Khan degli Unni adesso si apriva la strada del capoluogo del ducato friulano che seppur spogliato dei suoi guerrieri era fortezza ben protetta dove si rifugiarono dal contado donne, bambini ed anziani. Oltre che a Cividale i Longobardi si erano barricati negli altri castelli del Friuli: Cormona, Nimis, Osoppo, Artegna, Reunia, Gemona, Ibligine.

I Longobardi avevano già conosciuto gli Unni dai tempi nei quali stavano in Pannonia e per questo li temevano, sapevano del loro valore in battaglia, della loro ferocia, della loro abilità nella cavalcata che gli permetteva di poter scoccare coi loro archi ricurvi al galoppo in perfetto equilibrio senza neppur toccare le briglie. Fu proprio grazie ai patti con gli Unni che Alboino poté sbarazzarsi degli odiati Gepidi, gli eterni rivali di sempre e creare le condizioni per l'avventura italiana con le spalle coperte: un capolavoro politico prima ancora che militare.

Ma la storia ti presenta sempre il conto e la pressione degli Unni verso occidente si era fatta sempre più forte, la prospettiva di una terra fertile, prospera, baciata dal sole, la promessa di un ricco bottino era un ottimo incentivo per lasciare le ugge delle pianure pannoniche.

Ormai vedova e senza guerrieri validi la moglie del duca Gisulfo del Friuli, Romilda osservava dall'alto delle mura di Cividale la valle che si riempiva dei cavalieri venuti da oriente, vide il giovane Khan circondato dai guerrieri più valorosi che si avvicinava alle mura di Cividale. Era preoccupata da un assedio che sarebbe potuto durare settimane se non mesi e per il destino dei suoi figli. Aveva quattro figli maschi: Taso e Cacco adolescenti, Rodoaldo e Grimoaldo ancora fanciulli e quattro figlie femmine, le maggiori delle quali si chiamavano Appa e Galia. Ormai senza protezione, seguendo l'inclinazione della donna longobarda educata in una società rigidamente patriarcale a ricercare nell'uomo forte una tutela per sé e la propria famiglia, Romilda si decise ad inviare un messaggero al giovane Khan degli Unni chiedendogli di prenderla in moglie e così risparmiare il suo popolo. Il capo degli Unni soppesata la proposta e subito intravista la possibilità di una facile e rapida vittoria accettò la proposta. Subito Romilda aprì agli Unni le porte di Cividale, questi una volta entrati in città fecero scempio della popolazione razziando tutto quello che poterono portare via.

I sopravvissuti furono riportati in Pannonia loro terra per essere sorteggiati tra loro come schiavi, tra questi vi erano anche i figli e le figlie di Romilda. Ma alla prima occasione propizia Taso, Cacco e Rodoaldo che avevano ereditato il coraggio dal padre Gisulfo e preferendo combattere e magari cadere piuttosto che vivere una vita in schiavitù, saltarono a cavallo per scappare via il più velocemente possibile. Il fratellino Grimoaldo era troppo piccolo per poter fuggire con loro e allora Taso estrasse la spada preferendo ucciderlo che lasciarlo in mano agli Unni, ma il piccolo Grimoaldo con gli occhi gonfi di lacrime implorò il fratello maggiore di risparmiarlo e di portarlo con sé che si sarebbe tenuto stretto alla criniera del cavallo. I quattro fratelli scapparono subito inseguiti dagli abili cavalieri unni che presto raggiunsero il piccolo Grimoaldo che fu catturato e riportato indietro verso l'accampamento che gli Unni chiamavano "Campo sacro". Mentre l'Unno si rallegrava per la facile e prestigiosa cattura sottovalutando la minaccia del bambino longobardo alle sue spalle, Grimoaldo estrasse la spada che a malapena riusciva a sollevare e da dietro gli mollò un fendente sulla testa spaccandogli il cranio e uccidendolo all'istante, allora girò il cavallo e raggiunse i fratelli. Da allora i Longobardi dissero di Grimoaldo futuro loro re "agitando un grande animo in un piccolo petto".

Purtroppo al campo tutti i Longobardi in età adulta furono massacrati per vendetta, quanto a Romilda il Khan la sposò per salvare l'onore e mantenere la parola data ma, trascorsa la prima notte di nozze con lei, il giorno dopo la consegnò ai suoi uomini affinché la violentassero a proprio piacimento poi gli Unni la impalarono in mezzo al campo perché fosse di monito ai Longobardi. Ma le sue figlie, volendo mantenersi caste escogitarono uno stratagemma, sotto la lunga fascia che stringeva loro il seno si infilarono degli avanzi di selvaggina che dopo qualche giorno cominciarono ad emanare un fetore insopportabile. Fu così che tutte le volte che un uomo gli si avvicinava per abusare di loro era costretto ad allontanarsi subito maledicendo la fetida razza longobarda.

Mantenuta la castità le ragazze furono riscattate da nobili casate: una andò in sposa al re degli Alamanni e l'altra ad un principe dei Bavari e vissero felici e contente per il resto della vita. Il loro fratello Grimoaldo fu incoronato re dei Longobardi e d'Italia nel 662 ed il suo regno durò nove anni nei quali ottenne importanti vittorie sui Bizantini dell'imperatore Costante II; di lui si disse "Fu gagliardo di corpo, primo fra tutti per audacia, dalla testa calva, dalla lunga barba, ornato di saggezza non meno che di forza ".

Tutto questo ho raccontato io Paolo Diacono di Cividale del Friuli discendente di Leipchis giunto in Italia dalla Pannonia con Alboino.

2 commenti:

Enrica ha detto...

Volevo sapere se si conosce il significato di un foro particolare praticato in un sasso che fa parte di una torre longobarda forse dell'VIII secolo.
Nel particolare è assolutamente tondo di un diametro circa di cm15 e intorno lavorato e stondato come se fosse una ruota.

Enrica ha detto...

Volevo sapere se si conosce il significato di un foro particolare praticato in un sasso che fa parte di una torre longobarda forse dell'VIII secolo.
Nel particolare è assolutamente tondo di un diametro circa di cm15 e intorno lavorato e stondato come se fosse una ruota.

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