venerdì 19 agosto 2016

I druidi Celti nella letteratura classica latina

Diogene Laerzio, Vite, Introduzione, 1
Alcuni pensano che lo studio della filosofia abbia una origine barbara. Tra i Persiani infatti vi furono i magi, tra i Babilonesi e gli Assiri i caldei, tra gli Indiani i gimnosofisti, mentre i Celti e i Galati avevano sacerdoti chiamati druidi o semnotheoi.

Diogene  Laerzio, Vite, Introduzione, 5
Quanti ritengono che la filosofia sia un’invenzione dei barbari, illustrano i sistemi di ogni singolo popolo; dicono che i gimnosofisti e i druidi fanno le loro affermazioni con frasi oscure ed enigmatiche, e insegnano che bisogna adorare gli dèi, astenersi dal male e tenere un comportamento virile.

Cesare, De Bello Gallico VI, 13
In ogni parte della Gallia vi sono due classi di uomini che hanno potere e prestigio. I plebei sono praticamente degli schiavi, e non osano fare nulla per sé, né partecipano ad alcuna decisione. La maggior parte sono oppressi dai debiti o dalla pesantezza dei tributi o dalle ingiustizie dei potenti, e si pongono così al servizio dei nobili che hanno su di loro gli stessi diritti che i padroni hanno sugli schiavi. Di queste due classi una è quella dei druidi, l’altra dei cavalieri. I druidi sovrintendono alle questioni religiose, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, interpretano i precetti della religione. A loro ricorrono molti adolescenti per imparare le dottrina, e sono tenuti in grande onore. Deliberano infatti in ogni controversia pubblica e privata. Se poi avviene qualche delitto, una uccisione, una controversia su questioni di eredità e di confini, sono loro a giudicare, assegnando ricompense e pene. Chi, privato o comunità, non si attiene alla loro decisione, viene escluso dai sacrifici. Presso i Galli questa pena è gravissima. Coloro che sono stati esclusi in questo modo dalle questioni religiose, vengono considerati empi e disgraziati; tutti si tengono lontani e temono il contagio. Se chiedono giustizia, non la ottengono. Non possono accedere a nessuna carica pubblica. A capo di tutti i druidi c’è un solo uomo, che ha l’autorità somma tra loro. Quando questi muore, gli succede chi eccelle sugli altri per dignità, oppure, se ve ne sono molti di egual grado, viene eletto il vincitore per suffragio, talvolta si contendono questo primato con le armi. Si radunano poi in un preciso momento dell’anno, in un luogo consacrato, nel paese dei Carnuti, poiché si ritiene che questa regione sia al centro di tutta la Gallia. Qui arrivano da ogni parte quelli che hanno delle controversie, e si sottomettono ai loro giudizi e ai loro decreti. Si pensa che la dottrina dei druidi sia nata in Britannia e che da lì sia passata in Gallia, e ora chi la vuole conoscere più profondamente va per lo più in Britannia a impararla.

Cesare, De bello gallico VI, 14
I druidi di solito si tengono lontani dalla guerra, e non pagano come gli altri tributi. Hanno l’esenzione dal servizio militare e da qualsiasi altra prestazione. Spinti da tanti vantaggi, e molti di spontanea volontà, accorrono ad apprendere questa dottrina; altri sono mandati dai genitori e dai parenti. Pare che imparino lì un gran numero di versi. Così alcuni vi rimangono vent’anni per apprendere. Non pensano sia lecito lasciarli scritti, mentre si servono del greco per quasi tutte le altre faccende, per le norme pubbliche e private. Credo che abbiano stabilito questo per due ragioni: da un lato non vogliono che si diffonda tra il popolo la loro dottrina, dall’altro hanno timore che i novizi, confidando nella scrittura, siano meno diligenti nell’apprenderla. Accade infatti molte volte che con l’ausilio della scrittura ci si mostri meno disposti a imparare e a studiare a memoria. In primo luogo i druidi vogliono persuadere che l’anima non muore, ma dopo la morte passa in altri; questo dovrebbe essere soprattutto uno sprone al valore, visto che il timore della morte viene abbandonato. Discutono anche molto degli astri e del loro movimento, della grandezza del mondo e della terra, della natura, della potenza degli dèi immortali e di tutto ciò che fanno precetti per i giovani.

Cesare, De Bello Gallico VI, 16
Tutta la nazione gallica è molto dedita a pratiche superstiziose. Per questa ragione chi sia affetto da gravi malattie o si trovi in battaglia, o nei pericoli, immola vittime umane o vota se stesso alla morte; per questi sacrifici si servono come ministri dei druidi, poiché pensano che non si possa placare la volontà degli dèi immortali se non dando una vita per un’altra vita; anche la comunità ha stabilito per la sua salvezza questo genere di sacrifici. Alcune popolazioni hanno statue di grandezza inusitata, le cui membra sono intessute di vimini e al cui interno vengono posti uomini vivi; vi pongono sotto il fuoco e gli uomini muoiono avvolti dalle fiamme. Pensano che gli dèi preferiscano la morte di chi sia stato arrestato per furto, per latrocinio e per qualche altro delitto. Se tuttavia mancano uomini di questo genere sacrificano anche degli innocenti.

Cesare, De Bello Gallico, VI, 17
Il dio che i Galli onorano di più è Mercurio: le sue statue sono le più numerose, essi lo considerano come l’inventore di tutte le arti , egli è per loro il dio che indica il cammino, che guida il viaggiatore, egli è colui che è più abile ad assicurarsi i guadagni e a proteggere il commercio. Dopo di lui adorano Apollo, Marte, Giove e Minerva. Essi si fanno di questi dei pressappoco la stessa idea degli altri popoli : Apollo guarisce dalle malattie, Minerva insegna i principi dei lavori manuali, Giove è il signore degli dei, Marte presiede alla guerra. Quando hanno deciso di dare battaglia promettono generalmente a questo dio il bottino che riusciranno a fare; vincitori gli offrono in sacrificio il bottino vivo e accumulano il resto in un solo luogo. In numerose città si possono vedere in luoghi consacrati dei tumuli innalzati con questa spoglie; ed è raro che un uomo osi, a sprezzo della legge religiosa, dissimulare presso di lui il suo bottino o toccare le offerte . un tal crimine è punito con una morte orribile tra i tormenti.

Cesare, De Bello Gallico, VI, 18, 1
I Galli sostengono di discendere tutti dal padre Dite e che questo sia tramandato dai druidi. Perciò non calcolano il tempo contando i giorni, ma le notti: le date natalizie, il principio dei mesi e degli anni sono contati facendo incominciare la giornata con la notte.

Cesare, De bello gallico VI, 21, 1
I Germani hanno costumi molto diversi. Infatti non hanno druidi che presiedano alle funzioni sacerdotali, e non sono dediti ai sacrifici..

Cicerone, De Divinatione I, XLI, 90
La pratica della divinazione non è disprezzata neppure tra i barbari, se è vero che in Gallia esistono i druidi, e esistono davvero. Io stesso ne ho conosciuto uno, Diviziaco , l’Eduo, tuo ospite e sostenitore. Egli ha dichiarato di avere quella conoscenza della natura che i Greci chiamano “fisiologia”, e di poter conoscere il futuro a volte servendosi di àuguri, a volte di congetture.

Diodoro Siculo, Historiae V, 28, 6
La dottrina pitagorica prevale tra i Galli, e insegna che le anime degli uomini sono immortali e che dopo un certo numero di anni tornano a vivere, quando un’anima si incarna in un altro corpo.

Diodoro Siculo, Historiae V, 31, 2-5
E ci sono tra i Galli poeti che essi chiamano bardi; e cantano su strumenti simili alla lira, inneggiando alcuni e vituperando altri. Hanno filosofi e teologi tenuti in grande considerazione, che vengono chiamati druidi. Hanno anche indovini molto importanti, che predicono il futuro osservando il volo degli uccelli e le interiora delle vittime e le cui parole ciascuno tiene in gran conto. Soprattutto quando devono vaticinare su problemi di particolare importanza, hanno un’usanza strana e incredibile. Infatti colpiscono un uomo con un pugnale nella regione sottostante il diaframma e, dopo la sua caduta, predicono il suo futuro osservando le convulsioni del suo corpo e il modo in cui scorre il sangue; è questo un modo di divinare a loro particolarmente famigliare, poiché è molto antico. E’ costume presso i Galli che nessun sacrificio venga compiuto senza l’ausilio di un filosofo, perché si crede che le offerte agli dèi dovrebbero essere fatte soltanto con la mediazione di queste figure, che conoscono la natura divina e hanno con essa familiarità; e che soltanto attraverso di loro si possono rivolgere suppliche agli dèi in modo appropriato. Questi veggenti hanno autorità non soltanto in tempo di pace, ma anche in guerra, mentre gli incantamenti dei bradi operano su amici e nemici. Spesso quando i combattenti si affrontano uno di fronte all’altro, le spade sguainate e le aste incrociate, questi uomini si pongono nel mezzo e fermano la battaglia, proprio come talvolta vengono incantate le bestie feroci. Così, anche fra i barbari più selvaggi, l’ira si piega alla salvezza. Mentre arretra di fronte alle Muse.

Strabone, Geographica IV, 4, 197, 4
Tra le genti galliche, ci sono tre categorie di persone che vengono onorate in modo particolare: i bardi, i vati e i druidi. I bardi sono cantori e poeti; i vati sono divinatori e filosofi della natura; mentre i druidi studiano contemporaneamente la filosofia della natura e quella morale. I druidi sono considerati i più giusti fra gli uomini e per questa ragione si ricorre a loro sia per dispute private, sia per problemi della comunità. Anticamente, arbitravano persino i casi di guerra, e facevano fermare i contendenti quando già stavano per ingaggiare battaglia. Si occupavano in particolar caso di omicidio, che venivano portati di fronte a loro per essere giudicati. Inoltre, quando vi è abbondanza di questi casi [di criminali da offrire in sacrificio] pensano vi sarà anche abbondanza della terra. Comunque non solo i druidi, ma anche altri, ritengono che le anime degli uomini, e l’universo, siano incorruttibili, sebbene il fuoco e l’acqua prevarranno prima o poi su di loro.

Strabone, Geographica IV, 4, 198, 5
Ma i Romani fermarono questi costumi, così come tutti quei sacrifici e pratiche divinatorie contrarie alla nostra consuetudine. Usavano colpire alla schiena con una spada un uomo che avevano deciso di immolare, e trarre presagi dalle sue contorsioni. Tutto ciò non può essere fatto senza i druidi. Sappiamo poi di altri tipi di sacrifici umani. Uccidevano le vittime con le frecce, le impalavano nei templi, o costruivano colossi di paglia e di legno, dove buttavano bestiame, animali selvatici ed esseri umani, che venivano arsi insieme.

Ammiano Marcellino, Rerum Gestarum XV, 9, 4
I druidi affermano che parte della popolazione della Gallia era indigena, mentre altri venivano dalle isole e dalle terre di là dal Reno, fuggiti dalle loro sedi originarie a causa delle ripetute guerre e dalle inondazioni prodotte dal mare.

Ammiano Marcellino Rerum Gestarum XV, 9, 8
In questi luoghi iniziarono a diffondersi, fra genti che divenivano sempre più civilizzate, le arti raffinate promosse dai bardi, dagli euagi e dai druidi. E i bardi cantavano le imprese eroiche di uomini illustri, composte in versi solenni, con il dolce accompagnamento della lira, mentre gli euagi cercavano di dare una spiegazione ai profondi misteri della natura. I druidi, infine, uomini di maggior talento, si riunivano in sodalizi sotto il segno della dottrina pitagorica, eletti ad indagare le questioni occulte e profonde; sprezzanti verso le cose terrene, pensavano che le anime fossero immortali.

Svetonio, Claudius, 25
Soppresse completamente la religione inumana e terribile dei druidi in Gallia, che sotto il principato di Augusto era stata soltanto vietata ad alcuni cittadini romani.

Pomponio Mela, De situ orbis III, 2, 18-19
Rimangono ancora le tracce di una barbarie non più praticata e se anche si trattengono dalla strage, tuttavia viene ancora sparso il sangue delle vittime condotte all’altare. Hanno nonostante ciò un loro genere di eloquenza, e insegnanti di saggezza, chiamati druidi. Essi dichiarano di conoscere la forma e la grandezza del mondo, i movimenti dei pianeti e delle stelle e la volontà degli dèi. Impartiscono molti insegnamenti ai nobili Galli, in un corso di studi che dura vent’anni, e si incontrano in segreto in una grotta o in balze isolate. Uno dei loro precetti è stato reso di pubblico, evidentemente per spingere la popolazione al combattimento. Che le anime sono immortali e che esiste una seconda vita nel regno dell’Oltretomba. Questa è la ragione per cui bruciano e seppelliscono con i loro morti le cose di cui avevano bisogno da vivi. Una volta rimandavano alla seconda vita anche la conclusione degli affari e la riscossione dei crediti. E vi era anche che si gettava spontaneamente sulle pire dei propri defunti, per dividere con loro la nuova vita.

Lucanio, Farsalia I, 450-58
E voi, o druidi, tornaste a ripetere i vostri riti barbarici e la sinistra consuetudine dei sacrifici, abbandonati nel momento in cui avevate deposto le armi. A voi soltanto è concesso di conoscere gli dèi e le potenze del cielo o affermarle in conoscibili; voi abitate boschi profondi in remote foreste sacre. Secondo quanto voi sostenete, le ombre non scendono nelle silenziose sedi dell’Erebo e nei pallidi domini del profondo Dite: il medesimo spirito governa il nostro corpo in un altro mondo; se voi esprimete cose di cui siete ben sicuri, la morte rappresenta il punto mediano di una lunga vita.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia XVI, 249-251
Dobbiamo ricordare qui la devozione che i Galli offrivano a questa pianta. I druidi, così essi chiamano i loro maghi, non avevano nulla tanto sacro quanto il vischio, e la quercia su cui cresce. Soltanto in grazia dell’albero scelgono boschi di querce, e non eseguono nessun rito se non alla presenza di una sua fronda; sembra così probabile che i sacerdoti derivino il loro nome dalla parola greca che indica la quercia. Infatti pensano che qualsiasi cosa cresca sull’albero sia stata mandata dal cielo e sia una prova che il dio in persona ha scelto proprio quella quercia; il vischio tuttavia si trova di rado sulla quercia. Quando questo accade, gli si dedicano cerimonie apposite, in particolare il sesto giorno della luna, poiché in base al movimento di questo pianeta essi misurano i loro mesi e i loro anni, nonché le età, un periodo di trent’anni. I Celti scelgono questo giorno, perché la luna, benché non sia ancora a metà del suo corso, ha già un forte influsso. Chiamano il vischio con un nome che nella loro lingua significa “che tutto risana”. Apprestati sotto gli alberi il sacrificio e il banchetto secondo il rito, vengono condotti due tori candidi, ai quali vengono per la prima volta legate le corna. Il sacerdote, avvolto in una veste bianca, sale sull’albero e taglia con un falcetto d’oro il vischio, che viene raccolto dagli altri con un panno bianco. Poi vengono uccise le vittime ed essi pregano che il dio renda propizio l suo dono a coloro a cui l’ha offerto. Pensano infatti che il vischio, se ingerito in una bevanda, porti la fecondità agli animali sterili, e sia l’antidoto per tutti i veleni. Ecco quali forti sentimenti religiosi molti provano per cose di poco conto.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia XXIV, 103, 4
Un’erba simile alla sabina viene chiamata selago. Si raccoglie senza l’uso di uno strumento, passando la mano destra attraverso la manica sinistra, nell’atto di chi commette un furto. Bisogna avere un abito bianco, piedi ben lavati e nudi, ed è necessaria un’offerta di pane e vino prima della raccolta. I druidi in Gallia ritengono che sia un buon incantesimo contro pericoli di ogni genere, e che il fumo che si produce bruciando la pianta sia un ottimo rimedio per le malattie degli occhi. Citano anche un’altra pianta, che chiamano samolus; deve essere raccolta a digiuno con la mano sinistra, ed è un potente rimedio contro le malattie del bestiame. Il raccoglitore non deve però guardarsi alle spalle o lasciare la pianta in altro luogo che nei canali di abbeveramento.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia XXIX, 52
Vi è un altro tipo di uova, molto noto fra i Galli, ma non nel mondo greco. Durante l’estate numerosi serpenti si intrecciano e rimangono attaccati con una secrezione che gli esce dal corpo e dalle fauci. Questa secrezione viene chiamata anguinum. I druidi dicono che, sibilando, i serpenti lanciano in aria questa sostanza, che deve essere raccolta nella veste prima che tocchi terra. Chi l’ha presa deve immediatamente scappare a cavallo, dal momento che i serpenti lo finché non vengono allontanati da una corrente. Si può verificarne la natura, se naviga contro corrente, anche se è incastonata nell’oro. E, poiché è tipico dei maghi occultare i loro inganni, stabiliscono che queste uova debbano essere raccolte con una certa luna, quasi che dipendesse dall’uomo far coincidere il gesto dei serpenti con l’arbitrio umano. Io stesso ho visto una di queste uova; era rotonda, grande quanto circa una piccola mela, e aveva un guscio cartilagineo, come le fitte ventose dei tentacoli del polipo. I druidi ne hanno una grande stima. Si dice addirittura che porti la vittoria nelle liti e che permetta di essere ricevuti favorevolmente dai re. Questo è falso poiché pare che un uomo dei Voconzi, un cavaliere romano, se lo sia tenuto in petto durante una lite e sia stato condannato a morte dall’imperatore Claudio, apparentemente soltanto per questo.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXX, 13
La magia fiorì in Gallia, fino ad un periodo che siamo in grado di ricordare. Durante il principato di Tiberio infatti venne emesso un decreto del senato contro i druidi galli e tutta quella stirpe di indovini e medici. Ma perché dovrei ricordare queste cose di un’arte che ormai ha attraversato l’oceano, e che è giunta agli estremi confini della terra? Anche oggi la Britannia è affascinata dalla magia, e celebra i riti con un tale apparato cerimoniale che potrebbe sembrare sia stata questa la regione del mondo a insegnare la magia ai Persiani. A tal punto le popolazioni, per quanto diverse tra loro e ignare delle della reciproca esistenza, concordano su questo elemento. Di conseguenza, non potremmo mai provare una gratitudine eccessiva per i Romani, che ci hanno liberati da un rito mostruoso in cui uccidere un uomo era un gesto di grande pietas religiosa e mangiarne le viscere aveva molti benefici.

Tacito, Annales XIV, 30
Stava sulla spiaggia la variegata schiera di nemici, densa di armi e di uomini, percorsa da donne vestite di scuro alla maniera delle Furie, con i capelli sciolti al vento, che agitavano fiaccole. Intorno stavano i druidi, che levavano le mani al cielo, lanciando contro di noi maledizioni. La stranezza del loro aspetto impressionò i soldati, che se ne stavano con il corpo paralizzato e le membra immobili, esposti alle ferite dei nemici. Poi, esortati dai capi, e facendosi loro stessi forza, per non dare l’impressione di tremare di fronte ad una schiera di donne e invasati, si gettarono contro di loro, li travolsero, avviluppandoli nelle loro stesse fiamme. Dopo fu loro imposto un presidio e vennero abbattuti i boschi sacri ai loro culti barbarici, che prescrivevano che gli altari fumassero del sangue dei prigionieri e che si dovessero consultare gli dei, servendosi di viscere umane.

Tacito, Historiae IV, 54
Un tempo Roma era stata presa dai Galli, ma poiché la dimora di Giove era rimasta intatta l’impero non era andato distrutto. Ora invece, con vana superstizione, i druidi cantavano che l’incendio del Campidoglio voluto dal fato fosse un segno dell’ira divina, che assegnava alle genti d’oltralpe il potere sul mondo.

Diode Crisostomo, Orationes XLIXI Persiani credo che abbiamo uomini chiamati magi… gli Egiziani i loro sacerdoti… e gli Indiani hanno i loro Bramini. D’altro canto i Celti hanno uomini chiamati druidi, che si occupano di divinazione e di tutte le discipline relative alla saggezza. Senza i loro consigli i re non osavano fare nulla, né prendere decisioni, così che di fatto erano loro a regnare, mentre i re, seduti su troni d’oro in palazzi meravigliosi, erano divenuti semplici ministri del potere dei druidi.

Lampridio, Alexander Severus LIX, 6
Mentre si accingeva a partire, una profetessa druidica gli urlò in lingua gallica : “Va’, ma non sperare nella vittoria e non fidarti dei tuoi soldati”.

Vopisco, Numerianus XIV, 2
Diocleziano, che militava ancora nei ranghi inferiori, ed era di stanza in Gallia nel paese dei Tungri, si trovò in una locanda a fare i conti dei suoi costi giornalieri con una donna che era una druidessa. Questa a un certo punto gli disse: “Diocleziano, sei troppo avaro e spilorcio!”. Ed egli le rispose scherzando: “quando sarò imperatore, allora sì che largheggerò!”. E si dice che la druidessa avesse risposto : “Diocleziano, non scherzare, sarai infatti imperatore, dopo aver ucciso il cinghiale”.

Vopisco, Aurelianus XLIV, 4-5
Diceva infatti Asclepiodoto che Aureliano aveva una volta consultato le druidesse di Gallia, chiedendo loro se l’Impero sarebbe rimasto ai suoi discendenti, ma queste avevano risposto che nessun nome sarebbe stato più famoso di quello dei discendenti di Claudio. E infatti ora è imperatore Costanzo, che discende da quel sangue e i cui discendenti raggiunsero, credo, quella gloria che era stata vaticinata dalle profetesse.

Ausonio, Commemoratio professorum Burdigalensis IV, 7-10
Se la fama non mente, tu discendo da druidi di Bayeux, e riconduci la tua stirpe consacrata al tempio di Beleno, donde vi viene il nome.

Ausonio, Commemoratio professorum Burdigalensis X, 22-30
E io non posso non parlare del vecchio Fenicio che, sebbene fosse addetto al tempio di Beleno, non ne trasse alcun profitto. Discendeva, come si dice, dai druidi di Armonica, e ottenne un seggio a Bordeaux, con l’aiuto di suo figlio.

Nennio, Historia Britonum, 40
Dopo ciò il re convocò a sé i suoi magi, per interrogarli sul da farsi.

Ippolito, Philosophumena I, XXV
Tra i Celti, i druidi si dedicarono alla filosofia pitagorica, alla quale erano stati indirizzati da Salmoside, il servo di Pitagora, uomo di origine tracia che era giunto tra i druidi dopo la morte del padrone, e che aveva dato loro l’opportunità di apprenderne le teorie. I Celti credevano che i loro druidi fossero indovini e profeti, poiché sapevano predire certi eventi, grazie al sistema di calcolo pitagorici. Non passeremo sotto silenzio l’origine del sapere dei druidi, poiché alcuni hanno presunto di scorgervi distinte scuole di pensiero. In verità i druidi si servivano anche delle arti magiche.

Clemente Alessandrino, Stremata I, XV, 70, 1
Alessandro, nell’opera sui Simboli Pitagorici, sostiene che Pitagora fosse stato un discepolo di Zaratro l’Assiro e che, oltre a ciò, avesse appreso quanto sapeva dai Galati e dai bramini.

Stremata I, XV, 71, 3
Così la filosofia, una scienza della massima utilità, fiorì nell’antichità fra i barbari e diffuse fra le nazioni la sua luce. Più tardi giunse in Grecia. Per primi la coltivarono o profeti degli Egiziani, i Caldei fra gli Assiri, e i druidi fra i Galli; i Samanei fra i Britanni, i filosofi dei Celti, i magi dei Persiani…

Valerio Massimo, Factorum ac Dictorum II, 6, 10
Dopo aver lasciato la descrizione delle mura di Marsiglia, veniamo ora ad un antico costume dei Galli, che si tramanda fossero soliti prestarsi somme di denaro, che credevano sarebbero state restituite dopo la morte. Li avrei ritenuti stolti, se non fosse che i barbari la pensavano come il greco Pitagora.

Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, 41, 3
Noi veneriamo la sorgente dei grandi fiumi: altari segnano il luogo dove un fiume è scaturito. Si onorano con un culto le sorgenti di acque termali. Il colore cupo e le insondabili profondità delle loro acque hanno conferito ad alcuni stagni un carattere sacro.

Elenco evinto da Bibrax Associazione culturale celtica: La religione e i druidi

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