martedì 27 ottobre 2015

Il suffisso antico germanico -ja nel toscano retaggio della lingua longobarda

By Naotake Murayama
(Flickr: 2003 Bolgheri Sassicaia)
A distanza di un anno da un precedente post sui suffissi di origine germanica nella lingua, onomastica e toponomastica italiana voglio tornare su questo tema introducendo un altro suffisso a mio avviso molto importante. Si tratta di un suffisso locativo antico germanico in -ja o -jo che è estraneo alla lingua latina nonché al tedesco moderno ma molto comune nel toscano. Con l'aggiunta di questo suffisso si può trasformare un nome in un altro nome di luogo o della persona che ha a che fare con questo nome, del tipo dato x otteniamo x-ja (posto pieno di x o caratterizzato da x).

Alcuni esempi: da porco porcila-ja, da ferro ferra-ja, da gatto gatta-ja, da ghiaccio ghiaccia-ja, da fungo funga-ja, da colombo colomba-ja, da grullo grulla-ja, da pesca pesca-ja, lo stesso dicasi per il suffisso in -jo più legato all'attività umana e a definire la persona che ci lavora ovvero da gualchiera gualchiera-jo, da canapo canapa-jo, da legno legna-ja, da trippa trippa-jo, da giornale giornala-jo, da tabacco tabacca-jo e così via, si tratta di una forma linguistica ancora viva e vegeta tuttora di largo uso. Lo spunto per questa riflessione mi è venuto da un toponimo pavese Liskaja di cui è attestata l'origine longobarda da liska col significato di palude. Ma liska in longobardo significa canna di fiume quindi ragionando sulla morfologia del lemma sono giunto ad una serie di osservazioni che mi hanno condotto al discusso suffisso germanico -ja e a come sia finito nella lingua italiana nei suffissi che i nostri linguisti chiamano aio/aia.

La stessa origine longobarda dovrebbe essere per il toponimo Sassicaja nella Maremma livornese da cui il celebre vino toscano, credo non da sassi riferito al terreno peraltro molto sassoso, ma più probabilmente da Sassic cioè Saxic ovvero Sassoni. Idem per toponimi toscani come Bagnaia, Cerbaia (da Kerba, catasta di legno), Ferraia, Gamberaia, Gattaia, Prataglia, Volpaia.

In questo senso il suffisso svolge la medesima funzione del suffisso agentivo latino -arius da cui taluni lo fanno derivare pur non senza contraddizioni che riescano a spiegare in modo convincente la mutazione da -arius, -a, -um ad -aio/aia. Anche dai filologi tedeschi è stata avanzata l'ipotesi di un prestito dal latino appunto da -arius. Studiando l'evoluzione delle lingue germaniche troviamo il suffisso -ja nel gotico per esempio in fisk-ja che diventa nell'antico alto tedesco fisk-ari o fisk-er, antico frisone fisk-er in questo senso accogliendo il prestito latino -arius, Siccome nell'antico alto tedesco non appare mai un termine in -arius accompagnato da un termine dallo stesso significato in -ja se ne deduce che ad un certo punto il suffisso -ja nell'antico alto tedesco è stato abbandonato a causa del prestito latino. Ma la lingua longobarda per certi versi era molto conservativa nei confronti del gotico e pur subendo via via l'influenza dell'antico alto tedesco non ha rinunciato a forme conservative come questo suffisso locativo assai antico, in effetti la parola germanica ar-ja gotico ar-jan cioé arare è identica al sanscrito ar-jà. Quando il toscano è diventato lingua ufficiale del regno d'Italia queste antiche forme si sono riversate nella lingua italiana.

L'influenza del superstrato longobardo nella lingua italiana è sottovalutata dagli addetti ai lavori nostrani per non dire ignorata del tutto nel significato letterale del termine. Istituzioni come l'Accademia della Crusca sono nate con l'intento di purgare la lingua italiana di tutti i suoi barbarismi da cui ad un certo punto le élite culturali del paese hanno sentito il bisogno di smarcarsi. Non a caso è stato usato nel nome la parola crusca che è una parola gotica (kruska) nel senso di depurare la lingua italiana appunto dalla crusca (simbolo del retaggio barbarico) lasciando solo la parte migliore ovvero quella che derivava dai classici antichi, dall'eredità latina. Questo fenomeno di smarcamento è diventato ancora più cogente nel periodo post-unitario allorquando un paese assai eterogeneo per cultura e privo di una vera e propria identità culturale ha dovuto trovare un'identità linguistica che lo rappresentasse di qui la scelta del toscano un'idioma anche geograficamente centrale rispetto alla penisola.

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domenica 25 ottobre 2015

Etimologia di bicchiere

Bicchiere: dal longobardo behhari, in longobardo la doppia hh si legge k come rihhi che si legge ricchi sorta di grande bicchiere, coppa, attraverso il toscano pècchero,  ... "Si sommerga Dentro un pecchero indorato" (Redi), "In ogni bettola, a garganella, Con fiaschi e peccheri, vuotò le botti" (Bacchelli). Tedesco moderno Becher, inglese Beaker.


Calici longobardi in mostra al Museo Civico Archeologico di Fiesole
Buona Domenica!

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sabato 17 ottobre 2015

L'origine del nome dell'Isola d'Ischia

Sant'Angelo d'Ischia
Oggi esaminiamo il nome dell'Isola d'Ischia, forse non in molti sanno che il toponimo Ischia non compare prima del 812 e precisamente in una lettera che il papa Leone III inviò a Carlo Magno nella forma di Iscla Majore. Nell'antichità l'isola era stata chiamata in molti modi, i Greci la chiamarono Pitekoussa o Pitekoussai da Pitos vaso di ceramica a causa della terra argillosa di cui abbondava l'isola che era particolarmente adatta alla produzione di vasellame, i Romani la chiamarono Aenaria.(Enaria) dal latino aenum che significava bronzo dovuto alle attività metallurgiche diffuse sull'isola.

In ogni caso per quanto voi cerchiate il destino del toponimo Ischia è stato quello di restare nella terra desolata degli etimi di derivazione incerta di cui peraltro abbonda la lingua e la toponomastica italiana e probabilmente questo sarebbe stato il suo destino se il caso non mi avesse dato l'occasione di imbattermi in un altro toponimo questa volta in Toscana e in Lucchesia in particolare: il toponimo Escheto. Escheto si trova nei pressi di Lucca, i Longobardi vi costruirono una chiesa dedicata al culto micaelico come era loro tradizione, il toponimo si ritrova nella forma di Ischeto in un carteggio della cattedrale di Lucca del 1018 relativo ad una donazione di una porzione di vignale da parte del vescovo di Siena Ildebrando figlio di Pietro da Walperto alla chiesa dei Santi Pantaleo e Reparata di Lucca.

I toponimi Iscla e Ischeto sono in realtà molto semplici da decifrare usando la chiave dell'alto tedesco antico in quanto la parola che deriva dal proto-germanico -iskaz* attraverso una radice indoeuropea significa pertinenza, dipendenza. quindi è assai probabile la derivazione longobarda del nome dell'isola di Ischia. Altri toponimi sull'isola potrebbero essere legati all'occupazione longobarda dell'isola nel contesto di un continuo assedio e controllo strategico del Ducato di Napoli caposaldo bizantino nell'Italia meridionale, come in Serrara, strettoia e Barano, precipizio da cui anche l'italiano burrone, inoltre il culto micaelico è molto forte nell'isola in particolare a Sant'Angelo con la festa e la processione della statua del Santo del 29 settembre e, come sanno i miei quattro lettori, trovato San Michele ecco trovati pure i Longobardi.

Che il toponimo Ischia sia legato ai Longobardi è anche avvalorato dalla presenza di insediamenti longobardi presso Ischia di Castro (VT), e nel toponimo Iscla presso Monno in Val Camonica dove una leggenda vorrebbe che i Franchi guidati personalmente da Carlo Magno si siano scontrati con i Longobardi guidati dal duca Adelchi nella battaglia raccontata nella tragedia del Manzoni.

Questo etimo si ritrova anche nei suffissi in -esco col significato di pertinente, contiguo, attinente come negli aggettivi pazz-esco, roman-esco, dant-esco, boccacc-esco, ottocent-esco, animal-esco, furb-esco, romanz-esco, carneval-esco etc. etc. Il suffisso si ritrova nell'onomastica italiana di origine longobarda come in della Gherard-esca (pertinente a Gherard), Aldobrand-eschi, Barbar-eschi, Bernard-eschi, Franc-eschi, Giovann-eschi,  Paol-eschi, etc. etc.

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mercoledì 14 ottobre 2015

Sopravvivenze dell'arianesimo nel romanico toscano

L'arianesimo fu una dottrina cristologica assai popolare tra il III ed il VII secolo che nacque in oriente e prese il nome dal teologo Ario nato ad Alessandria d'Egitto, sconfessata dal Concilio di Nicea del 425 ebbe una grande diffusione presso i popoli germanici durante il cosiddetto periodo delle grandi migrazioni attraverso la predicazione del vescovo di fede ariana Wulfila presso il popolo dei Goti. Le linee essenziali dell'approccio dottrinale ariano sono il rifiuto della consustanzialità tra il padre ed il figlio che si traduce nella subordinazione del figlio, la migliore creatura, al padre supremo. Come usava dire Ario "Ci fu un tempo in cui il figlio non c'era". Lo scontro dottrinale con la chiesa ariana fu così profondo che tuttora nella liturgia della chiesa cattolica si recida la preghiera del credo di Nicea per ribadire le differenze tra la dottrina cattolica e quella ariana: "Credo in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli.Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre."

Quando i Longobardi arrivarono in Italia molti di loro erano già convertiti al cristianesimo di confessione ariana come la maggior parte dei popoli germanici tranne i Franchi. Il diverso credo serviva anche per rimarcare le differenza con la popolazione latina di fede cattolica, ogni confessione cristiana aveva propri edifici di culto e strutture gerarchiche ecclesiali, quindi accadeva di sovente che nella stessa città vi fosse un vescovo ariano ed un vescovo cattolico.

Quali erano le caratteristiche architettoniche e gli apparati liturgici degli edifici di rito ariano? Essendo l'arianesimo una dottrina nata in oriente, il rito ariano era più vicino al rito ortodosso delle chiese d'oriente e richiedeva in primis una rigida demarcazione tra il presbiterio dove praticava l'officiante e la navata dei fedeli. Questa separazione avveniva con dei pannelli divisori in pietra arenaria o marmo detti plutei. Cosa è rimasto oggi di questi apparati decorativi alto-medievali.

Andando in giro per Pievi nella campagna toscana mi è più volte capitato di imbattermi in queste lastre che una volta rimosse dalla loro funzione architettonica originaria sono entrate in altro modo a far parte dell'arredo liturgico spesso applicate sul basamento dell'altare di fronte alla navata oppure posizionate in altre parti della chiesa. Dal punto di vista stilistico questi plutei sono caratterizzati da decori floreali e zoomorfi, intrecci geometrici o a tralci di vite. Il tardo arianesimo vede una radicalizzazione delle posizioni dogmatiche con l'abbandono della riproduzione della figura umana, e la scelta di un rigido aniconismo.

Lastra in arenaria presso la Pieve di San Leolino
Panzano in Chianti

Lastra in arenaria presso la Pieve di Corsignano
Pienza

Lastra in arenaria presso la Pieve di Sant'Agata in Arfoli
Reggello
Per concludere questo post sull'arianesimo non potrebbero esserci parole migliori del testamento spirituale del vescovo Wulfila, pronunciate in punto di morte: "Io, Wulfila, vescovo e confessore, ho sempre creduto in questo modo, e in questa fede unica e veritiera passo al mio Signore: credo che Dio Padre sia unico, ingenerato ed invisibile, e credo nel suo Figlio unigenito, Signore e Dio nostro creatore, ed artefice di ogni creatura, che non ha nessuno simile a sé: quindi uno è il Dio padre di tutti, che è anche Dio del Dio nostro; e credo che uno sia lo Spirito Santo, virtù illuminante e santificante […] né Dio, né Signore, ma ministro fedele di Cristo, non uguale, ma suddito ed obbediente in tutto al Dio padre"

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domenica 4 ottobre 2015

Affinità tra Anglo-Sassoni e Longobardi in Widsith e Beowulf

All'anno 854 nella genealogia dei re Sassoni contenuta nelle Anglo-Saxon Chronicle, un documento che traccia la storia del popolo Anglo-Sassone a partire dal 60 a.C., si fa riferimento come capostipite dei re Sassoni occidentali a Sceaf ovvero Sceofa dei Longobardi. Di quella che viene chiamata "la leggenda longobarda" ha scritto anche J.R.R. Tolkien e ce ne siamo già occupati in un precedente post dedicato alla sua opera "The Lost Roads and other Writings" purtroppo mai tradotta e mai pubblicata in Italia. Ma la leggenda longobarda è molto antica e se ne fa menzione sia nel poema Widsith che nel ben più famoso Beowulf.

Su Widsith è stato recentemente ripubblicato dalla Cambridge University Press: "Widsith: A Study in Old English Heroic Legend" di Raymond Wilson Chambers del 1912. Widsith è un manoscritto in inglese antico della fine del decimo secolo nel quale la voce narrante Widsith appunto, un cantastorie girovago, racconta dei suoi viaggi nei paesi del Nord Europa e descrive i vari popoli che incontra, una sorta di catalogo delle varie genti alla fine di quello che viene definito il periodo storico dei "Dark Ages".

Di questo interessante libro vale la pena riportare alcuni stralci dai quali il lettore può evincere come stretti siano i legami tra i Longobardi e gli Anglo-Sassoni anche dal punto di vista genealogico.

I Longobardi

Tacito descrisse i Longobardi come una piccola nazione votata alla guerra che riuscì ad affermare il proprio spirito di libertà tra i molti popoli che li circondavano. Questo carattere indipendente sarà il filo conduttore che guiderà tutta la loro storia attraverso i secoli. Quanto affermato da Tacito sarà ripreso nei testi di Paolo Diacono sui Longobardi. Il quadro di una piccola ma valorosa nazione in mezzo a soverchianti nemici catturò per lungo tempo l'attenzione degli storici, dalle gesta di Agio e Ibor ed il loro esiguo schieramento contro i Vandali fino alle leggendarie vittorie dei Longobardi contro gli Eruli ed i Gepidi.
Tracce della loro terra di origine rimangono lungo il basso corso dell'Elba nel toponimo medievale Bardengau o Bardowyk. Proprio qui tra gli Angli a Nord e la confederazione dei popoli Suebi a Sud fu che i primi autorevoli storici Strabone, Tacito e Tolomeo li collocano in tempi storici. Ma loro devono aver lasciato questi luoghi prima del 165 quando li troviamo sul confine romano, la loro partenza avrà messo gli uni di fronte agli altri gli Angli e la confederazione Suebica e sicuramente qualche problema sarà venuto fuori prima che i confini si fossero ristabiliti. Finalmente come sappiamo da Widsith l'ordine fu ristabilito dalla spada vittoriosa di Offa:
heoldon forð siþþan
Engle ond Swæfe, swa hit Offa geslog
Come i loro vicini, gli Angli ed i Sassoni, i Longobardi erano meno civilizzati degli altri popoli germanici orientali con cui i Romani erano più familiari. All'inizio della loro storia, uno storico romano che li vide da vicino li descrisse come "selvaggi oltre ogni misura la cui ferocia era più grande perfino della ferocia dei Germani". Sei secoli più tardi il papa Gregorio Magno contrariamente all'aspetto angelico dei loro vicini Angli ["Non Angli sed Angeli"] definì i Longobardi col termine di "indicibili". Il racconto di questi tratti caratteristici dei Longobardi fu frequente nel primo secolo della nostra era, ma d'un tratto questi sparirono dalle cronache storiche verso la metà del secondo secolo per riapparire nel sesto secolo, quando inanellarono una serie di vittorie belliche che culminarono con la conquista dell'Italia. Siccome il nostro poema [Widsith] riflette gli eventi storici del IV e V secolo, proprio il periodo nel quale i Longobardi sono fuori dalla portata delle cronache storiche romane, i riferimenti ai re longobardi vanno presi con attenzione e sono di particolare importanza.

Sceafa
Sceafa [weold] Longbeardum

Sceofa dei Longobardi arriva su una barca
addormentato su una bica di grano
Nessun nome di un qualsivoglia re longobardo Sceaf è citato dagli storici, ma è proprio col nome di re Sceaf che comincia la genealogia dei re Sassoni occidentali d'Inghilterra, finché un monaco scrivano scoprì che Sceaf era il figlio di Noé nato sull'arca e quindi tracciò la discendenza di re Giorgio V fino ad Adamo: Questo riferimento a Sceaf significa che l'autore del Widsith sapeva bene che i Longobardi discendessero da Sceaf o almeno ascoltò dei racconti che lo affermavano, Sceaf è il mitico civilizzatore dei popoli che abitavano le coste del Mare del Nord ritenuto il fondatore che insegna ai popoli barbari di cacciatori-raccoglitori l'arte di lavorare la terra e con questo stabilisce un nuovo ordine regale. La bella storia di Sceaf della tradizione orale germanica si è preservata fino ai nostri giorni per merito di due storici anglo-latini rispettivamente del decimo e dodicesimo secolo: Ethelwerd e William di Malmesbury. Il loro resoconto coincide col prologo di Beowulf da cui sappiamo che la storia fu proprio così.
Egli [Sceafa] giunse quando era ancora un fanciullo su una barca senza equipaggio nell'isola di Scandza e fu trovato addormentato dalle genti di quell'isola con la testa poggiata su una bica di grano tutto circondato da armi. Quella gente lo crebbe fino all'età adulta finché egli diventò il reggente degli Angli nella terra di Sleswig. Quando arrivò alla fine dei suoi giorni e morì molto anziano fu rimesso sulla barca ricolma di armi e tesori e rimandato in mare per tornare nel luogo da cui era venuto così come egli aveva stabilito.

Biche di grano su un campo
Parentesi linguistica: l'etimologia della parola italiana bica deriva dal longobardo biga che significa "mucchio", in inglese bica si dice proprio Sheaf










Nel seguente passo tratto dalle Cronache Anglo-Sassoni abbiamo invece tutta la genealogia dei re Sassoni occidentali d'Inghilterra che discendono da Sceaf il Longobardo.

The Anglo-Saxon Chronicle

A.D. 854. This year the heathen men (34) for the first time remained over winter in the Isle of Shepey. The same year King Ethelwulf registered a TENTH of his land over all his kingdom for the honour of God and for his own everlasting salvation. The same year also he went to Rome with great pomp, and was resident there a twelvemonth. Then he returned homeward; and Charles, king of the Franks, gave him his daughter, whose name was Judith, to be his queen. After this he came to his people, and they were fain to receive him; but about two years after his residence among the Franks he died; and his body lies at Winchester. He reigned eighteen years and a half. And Ethelwulf was the son of Egbert, Egbert of Ealhmund, Ealhmund of Eafa, Eafa of Eoppa, Eoppa of Ingild; Ingild was the brother of Ina, king of the West-Saxons, who held that kingdom thirty-seven winters, and afterwards went to St. Peter, where he died. And they were the sons of Cenred, Cenred of Ceolwald, Ceolwald of Cutha, Cutha of Cuthwin, Cuthwin of Ceawlin, Ceawlin of Cynric, Cynric of Creoda, Creoda of Cerdic, Cerdic of Elesa, Elesa of Esla, Esla of Gewis, Gewis of Wig, Wig of Freawine, Freawine of Frithugar, Frithugar of Brond, Brond of Balday, Balday of Woden, Woden of Frithuwald, Frithuwald of Freawine, Freawine of Frithuwualf, Frithuwulf of Finn, Finn of Godwulf, Godwulf of Great, Great of Taetwa, Taetwa of Beaw, Beaw of Sceldwa, Sceldwa of Heremod, Heremod of Itermon, Itermon of Hathra, Hathra of Hwala, Hwala of Bedwig, Bedwig of Sceaf; that is, the son of Noah, who was born in Noah's ark: Laznech, Methusalem, Enoh, Jared, Malalahel, Cainion, Enos, Seth, Adam the first man, and our Father, that is, Christ. Amen. Then two sons of Ethelwulf succeeded to the kingdom; Ethelbald to Wessex, and Ethelbert to Kent, Essex, Surrey, and Sussex. Ethelbald reigned five years. Alfred, his third son, Ethelwulf had sent to Rome; and when the pope heard say that he was dead, he consecrated Alfred king, and held him under spiritual hands, as his father Ethelwulf had desired, and for which purpose he had sent him thither.

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