mercoledì 30 dicembre 2015

La gazza: storia, folklore e superstizione

Non vi è animale associato alla superstizione più della gazza. In tutta l'Inghilterra vedere una gazza da sola è presagio di sventura. Per questo, nella speranza che non ci porti sfortuna, occorre salutare la gazza dicendo "Buongiorno Signora Gazza, come sta oggi il suo marito?" Riferirsi al suo compagno implica che la gazza in realtà non sia sola, e come si sa da una canzone popolare inglese due gazze portano invece fortuna:
One for sorrow
Two for joy
Three for a girl
Four for a boy
Five for young
Six for old
Seven for a secret never to be told
Nello Yorkshire, la gazza è associata alla stregoneria e quando se ne vede una occorre farsi subito il segno della croce, In Scozia se si vede una gazza accanto ad una finestra è un triste presagio di morte. Sembra che questa fama sia particolarmente legata alla cristianizzazione di queste terre e che quindi la gazza rivestisse una particolare importanza nei riti pagani pre-cristiani, spesso gli sciamani agitavano delle ali di gazza durante i riti divinatori. Sembra che la gazza sotto la lingua conservi una goccia di sangue del demonio, un'altra leggenda vuole che la gazza sia l'unico uccello che non abbia cantato durante la crocifissione e l'unico che non volle salire sull'arca di Noé, per questo la figura di questo animale è assurta nei secoli a rappresentare l'archetipo dell'anima ribelle. Altre mosse scaramantiche che possono essere fatte quando si incontra una gazza da sola sono: alzare il cappello in segno di saluto, sputare tre volte sopra la propria spalla, sbattere le braccia come un uccello e gracchiare imitando il compagno mancante della gazza.

Nella mitologia norrena la gazza, skadi in danese, skata in svedese, è associata alla dea Skadi il cui nome significa "distruzione", la figlia di un gigante, facente parte di un clan di gazze, è la dea dell'inverno, della caccia e degli sciatori. I colori bianco e nero della gazza rappresentano l'unione sessuale e l'equilibrio tra la parte maschile e quella femminile.

Ma come mai tra tutti gli uccelli è proprio la gazza a suscitare questi sentimenti? Beh oggi noi non siamo abituati ad osservare la natura come lo erano i nostri ancestori, ma vi assicuro che la gazza ha comportamenti assai bizzarri come si può notare nel video seguente, sembra che gli uccelli eseguano un vero e proprio rito funebre e che il loro gracchiare comunichi con l'aldilà. Inoltre l'animale è legato allo sciamenesimo e ai gruppi nomadi che seguiva avvertendoli col suo gracchiare di eventuali pericoli lungo la via e incarnando il simbolo della protezione spirituale.


Forte il legame tra l'animale totemico della gazza ed il mondo anglo-sassone a cui è stato dedicato anche un celebre indovinello, il numero 22 degli Anglo-Saxon Riddles of the Exeter Book, la risposta è scritta in alfabetico runico, un alfabeto con valenza sciamanica G A R O H I che dovrebbe essere un anagramma di H I G O R A, nome antico inglese per gazza.
La gazza sembrerebbe essere anche associata al toponimo Tardebigge nello Worcestershire un nome che deriverebbe dall'antico inglese Tærdebicgan e significherebbe "altura della gazza", probabilmente un luogo di rilievo nel paganesimo germanico anglo-sassone precedente alla cristianizzazione. Un tempo una serie di crocifissi stava ai lati delle strade che portavano all'altura sulla cui sommità sorge una chiesa non a caso dedicata a San Bartolomeo, il santo protettore contro le arti oscure.

Rara la gazza in araldica, fatta eccezione per l'araldica ungherese e un caso in Toscana. La gazza di solito rappresenterebbe l'eloquenza data la capacità del corvide di imitare anche il linguaggio umano. Passando agli stemmi comunali, una gazza compare nello stemma della città di Chesterfield nel Derbyshire ed in quello di diverse cittadine della Germania settentrionale e dello Schleswig-Holstein in particolare come Süderheistedt e Bad Elster in Sassonia (Elster significa gazza in tedesco).

Due gazze fanno bella mostra di sé nello stemma del Notts County Football Club di Nottingham che vanta il titolo di club calcistico professionistico più antico del mondo essendo stato fondato nel 1862. Alla casacca dei cosidetti "Magpies" è legato un curioso aneddoto: nel 1903 la Juventus chiese a uno dei suoi soci, John Savage, di «procurare divise da gioco più professionali» rispetto a quelle utilizzate fino ad allora dalla squadra torinese – camicia rosa con cravattino nero –, che oltre a essere poco adatte all'uso sportivo avevano anche il difetto di scolorire. Savage aveva un amico tifoso dei Notts, che provvedette a spedire delle uniformi analoghe a quelle della sua squadra del cuore. Da quel momento la Juventus adottò anch'essa la divisa bianconera come prima maglia.


Un'altra squadra di calcio inglese ha per emblema una gazza si tratta del Newcastle United che vengono anche chiamati dai loro fan amichevolmente "magpies"



In realtà, come si apprende anche da altre culture come in estremo oriente, la gazza è sempre considerato un animale totemico positivo associato con la divinazione e la previsione del futuro e sembrerebbe quindi che la connotazione negativa sia giunta con la conversione al cristianesimo, se vi capita di vederne una vi consiglio di fare un cenno col capo in segno di rispetto.

Nella Rus' di Kiev la gazza è stata considerata un uccello maledetto. La leggenda narra che una gazza con il suo cinguettio ha fatto scoprire il boiardo Kuchka (l'antenato dei futuri Romanov) che si nascondeva dal nemico nei boschi, dove ora sorge la città di Mosca. Il boiardo fu ucciso, ma prima di morire maledì quello sciocco uccellaccio.

L'ultimo dipinto di Pieter Bruegel il vecchio fu la "Gazza sulla forca" datato 1568.


domenica 20 dicembre 2015

Il retaggio culturale longobardo nel consumo della carne bovina e suina in Italia

Pubblichiamo e condividiamo volentieri con voi tutti il contenuto di una email inviataci del lettore Mauro Arcolini che ci segnala degli articoli interessanti sull'influenza delle abitudini alimentari longobarde nella gastronomia regionale italiana ed in particolare nel consumo di carne bovina e suina.

Ho imparato a riconoscere i segni del passato longobardo nella lingua toscana (quella dei miei nonni), nei toponimi e nella cultura.Vorrei segnalare un interessante articolo dello storico Massimo Montanari che sottolinea le differenze nelle tradizioni alimentari tra le regioni italiane in particolare riguardo al consumo di carne ovina.Si evidenzia come ancora oggi la pecora sia consumata nelle aree rimaste sotto il controllo bizantino e sia invece quasi scomparsa a favore della carne bovina negli ex ducati fondati dai Longobardi.Furono loro infatti ad introdurre in Italia la cultura del consumo della carne dei bovini, prima usati solo per lavoro o produzione di latte.
La pecora, il marcatore culturale di Massimo Montanari docente di storia medievale e di storia dell'alimentazione, Università di Bologna 
La storia dell'alimentazione non è una storia a sé stante, ma è interconnessa - data la centralità del cibo nell'esperienza quotidiana - agli altri aspetti della vita associata: agire economico e politico, immaginario sociale e culturale. Anche se il gesto del mangiare è per definizione individuale, esiste un "sistema" di riferimento, materiale e mentale, all'interno del quale ogni scelta trova un senso e una spiegazione.Per esempio, se ci chiediamo perché in certi luoghi vi sia un gusto consolidato per la carne ovina, mentre in altri quel sapore allontana, difficilmente potremo restringere la spiegazione al contesto ambientale e all'economia del territorio, ossia alla disponibilità di quella risorsa in un determinato luogo. Il gusto, è vero, nasce spesso dall'abitudine, dal fatto di fare qualcosa. Ma perché fare proprio quello e non altro? La domanda apparentemente bizzarra, assume una particolare rilevanza nell'epoca della globalizzazione, quando tutto è virtualmente disponibile e accessibile, e dunque, il fatto di ignorare una possibile risorsa chiama in causa i quadri mentali, ciò che in una parola chiamiamo "cultura".
Soprattutto in un'epoca come la nostra è interessante interrogarsi sulle assenze - più che le presenze. Prendiamo una regione come l'Emilia-Romagna, la cui situazione appare emblematica. Tutti, più o meno, apprezzano e consumano la carne di maiale (se norme religiose non vi si oppongono). Se invece proviamo a mappare il gusto della pecora, il panorama si restringe. Scendiamo la via Emilia e di pecore in cucina neanche parlarne (salvo singolarissime eccezioni). Poi d'improvviso scatta qualcosa. Passata Bologna, è il trionfo del castrato in ogni possibile declinazione gastronomica: alla brace, in umido, perfino bollito. E i formaggi vaccini cedono il passo al pecorino.
Cosa è successo? Lo storico sente profuno di Medioevo, quando prese forma - e nome - una cosa chiamata Romagna, la latina "Romania" cioé "terra dei Romani", come allora si chiamavano i Bizantini, che, dissoltosi in Occidente l'Impero romano, se ne consideravano gli eredi e contendevano ai Longobardi il possesso della penisola, riuscendoci solo qua e là. Per esempio in Romagna. In questa dinamica politica e militare, anche la pecora aveva un ruolo: era ciò che oggi chiameremmo un marcatore culturale. La pecora era l'animale simbolo della tradizione romana: del paesaggio, dell'economia, dell'alimentazione mediterranea. Il maiale, che pure i Romani apprezzavano, era diventato simbolo di un altro modello culturale e alimentare, diffuso in Europa dalle genti germaniche.
La tradizione del maiale è dappertutto, la pecora è un segno di differenza. È la cultura romana che si trasmette nei secoli fino a noi.

Viene subito da pensare alla Val di Chiana e alla Bistecca alla fiorentina, di cui si parla nel seguente brano di Maurizio Stefanini che ne racconta la storia:

Si incomincia dal nome: bistecca, e non costata o lombata, come proprio la purezza linguistica delle «risciacquate in Arno» avrebbe dovuto imporre all’italiano moderno. Per non parlare della braciola, che invece dell’anatomia fa riferimento al combustibile di cottura, e che pure affonda ben addietro le sue radici nella tradizione linguistica toscana. Oggi, però, confinata nell’uso terminologico soprattutto alla preparazione del maiale. Il riferimento è a Pellegrino Artusi da Forlimpopoli, che sta all’unificazione gastronomica d’Italia come il conte di Cavour a quella politica e Alessandro Manzoni a quella linguistica. E lui, nel suo La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, è inequivocabile: «Bistecca alla fiorentina. Da beef-steak, parola inglese che vale costola di bue, è derivato il nome della nostra bistecca, la quale non è altro che una braciuola col suo osso, grossa un dito o un dito e mezzo, tagliata dalla lombata di vitella». Per la precisione, i macellai definiscono oggi lombata la parte in corrispondenza alle vertebre lombari, la metà della schiena dalla parte della coda. Mentre l’adiacente taglio rivolto verso la testa è invece quello delle «costate». Ma la nomenclatura è poi complicata a seconda dell’età della bestia, e soprattutto della città. Così la lombata di manzo fiorentina, ad esempio, diventa «lombo» a Roma, «sottofiletto» a Torino, e «roast-beef» a Milano. 
Sia il «bue arrosto» del roast-beef che la «stecca di bue» della beef-steak ci tramandano un curioso squarcio sulla società medievale, quando scopriamo che in inglese il gastronomico «beef» è, quando vivo, un «ox». «Ox» è pure nel toponimo di Oxford, aristocratica università sorta però in un luogo che in origine non era che un ruralissimo «guado di buoi». Come d’altronde anche il greco «Bos-foro». E «ox» rimanda poi chiaramente al tedesco «ochse». «Beef» è invece dal francese «beuf», secondo una prassi che si ritrova anche per altri tipi di carne: «pork», dal francese «porc», in contrapposizione a «pig»; e «venison», che indica la carne del «deer», il cervo, ma che è chiaramente dal francese «venasion», cacciagione. Cioè, «la cacciagione», per antonomasia.
È intrigante questa immagine dei servi della gleba anglosassoni costretti a nutrirsi di soli vegetali, che spiano quatti quatti dalla finestra i ricchi signori franco-normanni a rimpinzarsi di arrosti a loro talmente estranei, da non saper riconoscere nemmeno qual è l’animale presentato in tavola. Se non ci si ricordasse che i Normanni erano in realtà Vichinghi francesizzati, e quindi latini solo per modo di dire, sarebbe addirittura paradossale, questa traccia linguistica della convivenza tra una casta di aristocratici carnivori latinofoni ed una di contadini vegetariani germanofoni. Le abbuffate di carne, infatti, erano nell’antichità una stigmate culturale dei popoli germanici e celtici. Era nelle cupe mitologie nordiche che gli eroi morti in battaglia si riunivano a banchetto nel mondo ultraterreno, rimpinzandosi con le carni inesauribili del Grande Maiale. È per la «porzione dell’eroe» di un arrosto che si accende un’interminabile tenzone tra i campioni Cu Chulainn, Conall e Leogaire, nella nota saga gaelica. Di Massimino il Trace, primo Imperatore di sangue barbaro, gli storici romani ricordano scandalizzati che «non ha mai assaggiato ortaggi». Mentre una cronaca medioevale ci narra del Franco Carlo Magno che scopre sotto la tavola il mucchio di ossa spolpate e spezzate accumulate da un misterioso cavaliere, e subito indovina la sfida che gli è stata lanciata da Adelchi, figlio del Re longobardo Desiderio, da lui sconfitto. 
Al contrario, erano i Greci, i Romani e i Mediterranei in genere a idealizzare la dieta vegetariana. Qualcosa ne resta tutt’oggi nei tabù alimentari di Ebrei, musulmani e induisti. Ma gli archeologi hanno scoperto che i legionari di stanza in Britannia arrivavano ad ammutinarsi, quando si vedevano servire un rancio con troppa carne. Solo fichi, formaggio e miele mangiavano gli atleti delle antiche Olimpiadi. «Sono le bestie d’indole cattiva e selvatica, le tigri d’Armenia e i leoni iracondi e i lupi e gli orsi, a godere di cibi sanguinolenti», si lamenta il Pitagora delle Metamorfosi di Ovidio. «Ah, che delitto enorme è cacciare visceri nei visceri, ingrassare il corpo ingordo stipandovi dentro un altro corpo, vivere della morte di un altro essere vivente!» Chiaramente contrapposti a quelli di Massimino sono pure gli stravizi dei pur più dissoluti Imperatori di sangue latino o meridionale: Eliogabalo serviva legumi conditi da metalli preziosi, Gallieno faceva conservare l’uva e i meloni per servirli fuori stagione, Clodio Albino era capace di mangiare cinquecento pesche tutte insieme. Né possiamo pensare a fissazioni naturiste di una società avanzata nostalgica della campagna per troppa urbanizzazione. Al contrario: è del primo periodo repubblicano quella «Legge delle Dodici Tavole» che commina perfino la pena di morte e l’esilio a chi uccide un bue non malato o non esaurito dal lavoro. 
La data di questa disposizione può essere stimata intorno al 450 avanti Cristo. Dunque, fanno oltre ventitre secoli di distanza rispetto alla pubblicazione del libro dell’Artusi: tra la prima edizione del 1891, e la versione definitiva del 1910. Eppure, il grande gastronomo romagnolo ci testimonia quanto poco certi abiti alimentari italiani fossero in realtà cambiati, in questo immenso intervallo. «I macellari di Firenze chiamano vitella il sopranno non che le altre bestie bovine di due anni all’incirca», scrive. «Ma, se potessero parlare, molte di esse vi direbbero non soltanto che non sono più fanciulle. Ma che hanno avuto marito e qualche figliuolo». E ancora più illuminanti sono le righe successive. «L’uso di questo piatto eccellente, perché sano, gustoso e ricostituente, non si è ancora generalizzato in Italia, forse a motivo che in molte delle sue province si macellano quasi esclusivamente bestie vecchie e da lavoro». Le Dodici Tavole! «In tal caso colà si servono del filetto, che è la parte più tenera, ed impropriamente chiamano bistecca una rotella del medesimo cotto in gratella». E qui già si è di fronte a quella onnipresente «fettina» che diventerà poi la vera icona alimentare dell’Italia del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta. Quando non diventammo ancora un «popolo dei cinque pasti», ma certo sì un popolo della «carne due volte al giorno». Maurizio Stefanini, 2001 - articolo completo al seguente link: http://www.storico.org/storia_societa/fiorentina.html

Anche in Lunigiana, rimasta a lungo roccaforte bizantina, si consumano pecore e capre in quantità (agnello di Zeri, polenta e capra...)

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domenica 22 novembre 2015

Del matrimonio presso i Longobardi nella contrada aretina

Di seguito pubblichiamo una sintesi di un ampio testo sul matrimonio dei Longobardi nell'aretino e nel Casentino in particolare che ci ha inviato la Sig.ra Mariella Saletti che qui ringraziamo per il gentile contributo al blog. La versione completa del testo, comprendente anche gli atti notarili dei matrimoni in latino, può essere scaricata dal link in fondo alla pagina. Questo testo fu composto nel 1914 da Gian Francesco Gamurrini, storico, archeologo e numismatico, discendente da una nobile famiglia aretina, in occasione delle nozze della figlia dell'amico e avvocato Gian Battista Guiducci.

Quali fossero gli usi e le leggi, con cui si celebravano gli sponsali e quindi il matrimonio presso i Longobardi, non è certo un nuovo argomento. Pure mi è parso convenevole il trattarlo (in modo puramente espositivo) riguardo alla nostra contrada di Arezzo: l'una per i vari documenti tutt'ora ignorati, che lo riguardano; l'altra perché il costume di seguire in ciò le forme longobarde perdurò molto tempo, più che altrove, cosi che si  palesa essere stato piuttosto frequente fino a tutto il secolo decimoquarto.

Invero quando i Longobardi irruppero e si espansero nell'Italia superiore, conquistarono ben  presto in buon numero la Toscana, che poi tolse il nome di Tuscia Langobardorum. Fortemente ne aggravarono i paesani, o togliendo loro il terzo del territorio, o imponendo il terzo delle loro rendite. Si stabilirono nelle campagne in  luoghi  alti e dominanti  le vallate e le vie, e muniti per loro natura, a cui l'arte si aggiunse. Ancora qua e la restano le vestigia delle loro castella; e utile studio sarebbe di comporne una carta topografica colle relative storiche indicazioni.

Nel divulgare le loro leggi, il diritto romano venne di fatto surrogarsi dai regi editti. L'Italia occupata dai Longobardi si spartì in ducati, e  perché il  ducato di Chiusi era  prossimo ad Arezzo è da credere che questa città, allora retta da un castaldo, (e in seguito da un conte) vi fosse compresa. Dopo che aderirono  alla religione cattolica, edificarono chiese e fondarono  monasteri, che dotarono largamente,  ed elessero a loro patrono san Michele Arcangelo. La chiesa di san Michele, che in Arezzo avanti il secolo decimoterzo era situata nel suburbia, (e di cui si hanno ricordi fino dal mille) indica che in quella parte i Longobardi precipuamente dimoravano. Parimente abbiamo varie chiese con quel titolo,  o con sant'Angelo, o sant'Arcangelo in tutte le parti del territorio. Essi lo trovarono assai spopolato, e presso  che  privo  di  coltivatori. Abbiamo perciò testimonianze che fino dal settimo secolo venivano di Lombardia uomini liberi, e prendevano in affitto o a livello le terre.

Molti rimasero dopo la conquista franca, ma abbandonando le città, dove si accoglieva la umile plebe paesana, si stabilirono nelle campagne. La condizione però era diversa; che mentre prima erano possessori od utenti, e ne furono spogliati, e le terre vennero con regi placiti concesse alle chiese o ai monasteri; avvenne che essi presto insorsero e si perpetrarono lunghi litigi, e invasioni frequenti, e tale stato d'invidia e di odio contro il clero durò ben oltre il mille. Però quando Carlomagno sceso in Italia vinse i Longobardi, dopo le  prime stragi, se li assoggettò come per conquista, e prese il titolo di Rex Francorum et  Langobardorum. La Tuscia più di ogni altra regione fu risparmiata e lasciata  in pace. Laddove si può dire, che quelli seguitarono a dominare cogli usi e colle leggi e colla violenza: non già  nelle città, ove l'elemento  paesano disgregato inerme ed immiscrito era rimasto in maggior numero, ma nel contado a famiglie riunite  formando  borgate e castelli con a capo i loro cattani, precipui feudatari. Fra gli altri i conti Guidi di  Romena e di Porciano  in  Casentino ascesero a grande potenza, fino a che nella metà del quattrocento furono annientati dalla repubblica fiorentina. Ed era  appunto il Casentino la contrada, che si poteva veramente chiamare longobarda, e dove senza dubbio avvenne la fusione coll'italiana nell'andare de' secoli, cosi fortificando ed anche ingentilendo la stirpe decaduta.

Non è da trascurare un fatto, che mi pare di qualche rilievo. Allorché Carlomagno privò i Longobardi del dominio politico e di gran parte dei possessi, questi, come si è detto, furono riservati al diritto regio o donati alle chiese, per cui quelli addivennero lavoratori di terre, livellatori e tributari. nella contrada aretina abbiamo molti esempi che ciò rilevano ed illustrano. E qui trovo la ragione (che altrimenti non si spiegherebbe), perché Carlomagno con diploma emanato circa l'anno 780 donava ad Anselmo abate del monastero di Nonantola nel modenese, il territorio della Chiassa presso ad Arezzo, dove erano i Longobardi, e così nei dintorni. Ricevette pure Nonantola san Martino a Caliano in Casentino, non che terreni nella contrada fiorentina. Resta il Muratori incerto sulla veracità del documento, non già il Tiraboschi, che con altri che vi si riferiscono, l'ha riportato nella detta storia di quella badia. però si rileva, che Anselmo era di stirpe longobarda, ed aveva incitato Carlomagno ad impadronirsi d'Italia: e poi si riconosce che quelle terre passarono alla chiesa aretina e alla badia di S. Fiora e Lucilla. Per cui puà darsi, che il dono, che fece il vescovo Giovanni nell'800 di un celebre sacramentario (ora nella biblioteca nazionale di Parigi) all'abate di Nonantola, abbia relazione con tale cessione o passaggio.

Le famiglie principali, i nobiles e la gente minore vivevano a legge longobarda. Lo stesso marchese di Toscana Bonifazio con Richelda sua consorte dichiaravasi di nazione longobarda, sebbene la sua prossima discendente contessa Matilde professasse la legge salica. I Longobardi pertanto con altri pochi di barbari germanici, che loro si aggiunsero, vissero non turbati, o ben poco, fino ai Berengari e agli Ottoni: se non che i contrasti con la chiesa divenivano più spessi di quello che non si pensi; e quindi diedero cagione ed apersero la via di Toscana alle eresie in specie dei patarini e al partito ghibellino.

Intorno al mille alquanti di quei nobiles si condussero in città, e so fabbricarono torri e palagi. Sorgeva il comune sotto la forma longobarda, sebbene la lex romana avesse acquistato estensione e vigore. Il popolo composto di italiani e longobardi si univa con liberi statuti e già si trovano congiunti ad assistere a pubblici atti, onde nella fine del secolo undecimo si creavano i consoli. L'intervento dei romani cioé dei paesani coi Longobardi, come si appalesa nella carta seguente [...]

La stirpe longobarda era bella e forte: il sesso gentile di grazioso aspetto, bianca la carnagione, gli occhi cerulei, e la bionda chioma. Ma rispetto alla condizione della donna questa era servile, che nulla poteva da per se. Da fanciulla sottoposta alla potestà, che dicevasi mundio, del padre o dei fratelli o di altro parente, se quelli mancassero addivenuta sposa passava nella potestà del marito, fino a che egli vivesse, e vedova ritornava in quella dei suoi parenti, e se non più ne avesse, ne assumeva la tutela la stessa corte regia. Quindi non era in grado di disporre di alcuna cosa, sebbene propria, senza il consenso di colui, che ne aveva il mundio, e che si chiamava perciò mondualdo. La legge di Rotari ben nota e rispetto alla donna prescrive (legge 205) "nisi semper sub potestate viri, aut potestate Curtis regiae debeat permanere". E perfino non le era lecito sortire di casa senza il consenso del mondualdo; e chi avesse presunto di condurla fuori, doveva pagare una multa in favore di quello "pro illicita praesumptione".

In che si rileva, quanto fossero severi tali costumi, e la donna come tenuta in guardia così lo era in onore. Nell'aretina contrada, laddove la stirpe longobarda si era diffusa, ed alcuni cattani in vari luoghi erano divenuti conti, si può stimare che non avessero dismesso l'antico orgoglio e le dignitose parvenze. In specie nel Casentino, ove più frequenti si scorgono le vestigia  di loro dominazione, prolungata per più secoli, si dovettero mantenere le forme dell'antica signoria, come lo furono quelle della legge. Lo stesso senso della bellezza si rendeva più gaio e vivo tra quelle colline apriche e quei selvosi monti; contrada accarezzata e cosparsa delle grazie della natura. E una eco di amore longobardo si ode tuttora nel rispetto cantato da quei pastori coll'esaltare la fanciulla amata:
O ragazzina dai biondi capelli,
Di questi tu m'hai fatto innamorare,
Come la seta son lucidi e belli.
E di vero tanto dai poeti quanto dal popolo l'aurea chioma fu sopra d'ogni altra pregiata. Si veggono ancora, in Casentino sebbene lunga età sia trascorsa e la fusione della stirpe sia al certo e naturalmente avvenuta a scapito dell'egregia forma, molte delle donne che ne conservano il tipo congiunto alla gentilezza dei modi e alla grazia del linguaggio.

La fanciulla, fino a che non addiveniva sposa, lasciava i suoi capelli disciolti, e fortunata se fin presso ai piedi li avesse, costretti e legati soltanto dietro agli omeri. Giunto che fosse il giorno del suo matrimonio, li raccoglieva in testa, e forse ricinti da un frontale, che il Manzoni aggiunge gemmato ad Ermengarda nella tragedia dell'Adelchi:
Quando da un poggio aereo
Il biondo crin gemmata.
Pertanto, allorché il giovane longobardo si presentava al padre per richiedere la figlia, offriva a lui un donativo, che si chiamava "meta" o melfi, che dopo gli sponsali perveniva alla sposa. La dota non si assegnava da padre o dalla famiglia, eccetto che ella poteva ricevere qualche presente, talvolta pure di molto valore, al quale era obbligata a corrispondere con un segno, che indicava ringraziamento, chiamato in longobardo launechild: e questo poteva essere un anello d'oro, o un fermaglio di argento o anche un paio di guanti. Si diceva phaderphium, quello che allora si offriva dai fratelli e dai parenti. Se poi al donativo non seguiva il launechild, si giudicava come non fatto. Ma fino dal giorno dell'atto nuziale lo sposo prometteva alla sposa, che dopo trascorsa fosse la prima notte di matrimonio, il morgincap, o morgincaph, vale a dire il dono mattinale. L'atto era solenne e si leggeva ad onore della sposa dinanzi ai parenti e agli amici, e consisteva nel donare a lei una buona parte delle proprie sostanze. Ma perché talora l'affetto in quel momento poteva far trascendere il donativo al di la del dovere rispetto al futuro padre di famiglia, il re Liutprando con suo editto prescrisse, che non dovesse superare la quarta parte dei propri beni. E' vero che lo sposo poteva ben ristringersi a meno: nonostante gli atti che ci restano, da che il matrimonio prosegue ad essere contratto a legge longobarda, assegnano sempre (rarissime le eccezioni) per il morgincap alla sposa la quarta parte degli averi dello sposo, siano in mobili che in immobili. Era questo, osserva il Muratori, un costume molto morale, che obbligava la fanciulla alla verginale continenza fino al giorno del suo connubio; e severissime ne erano le pene data la colpa dell'adulterio. Frattanto gioverà riferire alcuni esempi, tenendo la dizione datataci da Ubaldo Pasqui nella sua pregevole opera "Documenti della storia aretina nel medio evo". [...]

La promessa del morgincap, si stipulava per atto di notaro, e nel tempo stesso si celebrava il rito matrimoniale nella casa del padre o del mondualdo della fanciulla. La sostanza del melfi, del phaderphium e del morgincap diveniva proprietà della moglie, amministrata tuttavia dal marito. Nel caso della morte di lui, veniva dagli eredi a lei consegnata e restituita: ma ella non ne poteva disporre senza il permesso del suo mondualdo. Il rito poi del matrimonio consisteva nella risposta affermativa alla domanda che faceva il notaro, ovvero il giudice, alla sposa, se voleva per suo uomo e marito quello che l'aveva richiesta, presente. Avendo risposto ambedue di si, una tale affermazione, e il congiungersi delle destre, e l'immettere che faceva lo sposo, l'anello nel dito anulare della sposa, costituivano il legittimo matrimonio, che era così consentito e contratto. Dopo di che il padre prendeva la mano destra della figlia, e la poneva nella mano dell'uomo, e così a lui trasmetteva il mundio, cioé la potestà paterna, sotto di cui essa doveva vivere, così divenendo mondualdo di lei.

Molti di questi atti sussistono nei protocolli notarili, ma per noi è prezioso il "Formularium iuris" composto dal notaro Ranieri di Arezzo nel 1240, il di cui codice autografo, o al certo contemporaneo, si conserva nella biblioteca Riccardiana di Firenze. Pertanto prima di procedere oltre, riporterò quanto si riferisce al matrimonio secondo la legge longobarda, che era altrove in vigore nella contrada aretina. [...]

La forma pertanto matrimoniale era, e lo fu in diversi luoghi fino al concilio di Trento puramente civile; ma pare che neppure fossero necessari i testimoni, che di rado sono invitati e notati nell'atto, facendo col suo rogito pubblica fede il notaro. però mentre la chiesa riconosceva questa forma civile come la legittima, fino da Leone Magno, cioè nel secolo quinto, aggiunse nel rituale la benedizione par il matrimonio, la quale veniva a consacrare l'umano connubio. Come si procedesse nel secolo nono da la notizia di Niccolò I papa (an. 854-867) nella risposta ai Bulgari, che lo interrogavano, quali consuetudini fossero in Italia rispetto alle nozze. "I nostri, egli scrisse, tanto maschi che femmine, quando contraggono i patti nuziali non portano in testa nessuna legatura (o frontale) di oro o d'argento o di qualunque altro metallo. ma dopo gli sponsali, i quali non sono che i patti promessi delle future nozze, e che si celebrano con il consenso di coloro che li contraggono, e di quelli nella cui potestà si trovano; e quando lo sposo abbia fidanzato la sposa per il dito da lui insignito dell'anello della fede, e alla presenza degli inviati dell'una e dell'altra parte, abbia trasmesso a lei la dote da ambedue consentita, e con lo scritto che ne contiene la dilazione: hanno in tal guisa ambedue stabilito i patti nuziali. Invero in prima vengono a stare nella chiesa del Signore con le oblazioni, che devono offrire a Dio per la mano del sacerdote: e così finalmente prendono la benedizione e il celeste velabro. Però quel velabro non si assume da colui, che va alle seconde nozze. Dopo di che usciti di chiesa portano le corone nelle loro teste, le quali sono solite sempre a conservarsi nella stessa chiesa." [...]

Quel panno o cortina, che durante la benedizione si stendeva sopra gli sposi, era tradizionale fino all'età pagana, e si teneva agli angoli da quattro uomini, che ben si possono dire paraninfi. Ben si distingueva dal velo, che copriva la sposa, in segno di pudicizia, e detto dagli antichi flammeum. Sant'Ambrogio pensa che fa d'uopo di santificare il matrimonio col velo sacerdotale e la benedizione (epist. 19 ad Vigilium). [...] L'anello poi delle nozze come è noto di data gentilesca o vetustissima, viene chiamato Tertulliano "anulus pronubus" perché precede le nozze. le corone, s'intende di fiori, si ponevano in capo agli sposi dallo stesso sacerdote, e così uscivano di chiesa verso la casa dello sposo. Nel momento però del sortire e nell'accompagnare lo sposo e la sposa così inghirlandati alla casa nuziale si faceva grande tripudio. E di tal sorte era il baccano, che si consigliava al sacerdote, di non restarvi presente, ma di partirsene. Ai parenti e agli amici di ambo le famiglie si univano quelli che portavano i doni, e i paraninfi e i giocolatori detti troctingi e thymelici (forse ancora gli istrioni), e quei che sonavano, né saraà mancato qualche canto alla serventese, eco della Provenza. Di quà e di là il popolo accorreva al festeggiamento, essendo quello un giorno di pubblica letizia. A cura dello sposo s'imbandivano lautamente le nozze, le quali di sovente duravano più di una giornata. la mattina susseguente, seguito felicemente il connubio si rendeva noto agli astanti congiunti ed amici l'atto del morgincap, che da quel momento acquistava il suo valore giuridico.

Quantunque nella contrada aretina, più che in altro luogo di Toscana, avesse in vigore la legge longobarda, pure da qualche indizio si scorge, che una parte degli abitatori aveva perdurato a tenere la legge romana (la quale aveva influito nella redazione delle barbariche) specialmente nel diritto privato, come si rileva dal documento riferito di sopra all'anno 1078.

La donna poi che dalla legge romana era passata per la longobarda sotto il mundio del marito, rimasta  vedova rientrava in libero possesso dei suoi beni, anche derivanti.dalla donazione del morgincap, come dalla  carta che ora produco [...]

Mentre per legge longobarda la sposa non poteva ricevere dal padre o dai fratelli o in mancanza di loro del mondualdo se non un donativo di loro volontà, vediamo già nel secolo decimoterzo introdotto il costume romano nel longobardo, vale a dire di ricevere la dote dalla famiglia, e il morgincap dallo sposo. [...]

Ben si può asserire che nell'inizio  del secolo decimoquarto dipendesse dalla volontà dei contraenti di rimanere nella legge longobarda, scomparsa ormai per tutta la Toscana, e solo riservata nei patti   nuziali, giacché in ogni altro caso si seguiva la  romana. La volontà degli sposi veniva espressa nell'atto, come  ad  esempio (Arch. Frater. Cleric). Anno 1315. "Vannes de Focognano et sandra de Fronzola volentes vivere lege romana." Sono quelli due castelli del casentino, e quella speciale dizione ci indica abbastanza, che comunemente si formulavano gli atti a legge longobarda

Qui importante è notare nella città di Arezzo, più ghibellina che guelfa, le cui famiglie principali e dominanti provenivano da stirpe longobarda, si costumava di serbare nelle nozze le norme della loro legge. Non ho avuto il tempo di esaminare a questo proposito lo statuto della città dell'anno 1327 (il più antico che abbiamo), e che si conserva all'Archivio di Stato di Firenze. però il camici diligente storico dei Duchi e marchesi della Toscana, riporta un documento di sponsali (1338), in cui lo sposo dichiarava di attenersi alle pratiche legali del comune di Arezzo. [...]

Qui non giova indagare se si voglia intendere con quell'ordo una legge o un inveterato costume, quello che importa sapere, si è che si conferma essere stato il costituto del comune di Arezzo di origine longobarda. Ancora dopo questo tempo s'incontrano gli atti commisti di legge romana della dote familiare, e della donazione al modo longobardo fatta dallo sposo. E per delucidare ancora di più ne riporterò tre stipulati al principio, alla metà e alla fine del secolo decimoquarto. [...]

L'erudito Francesco Maria degli Azzi, che visse nella metà del seicento, scrive nella sua storia di Arezzo, tuttora inedita, che a suo tempo le famiglie Sassoli e Nardi seguivano a tenere (credo nelle nozze) le norme della legge longobarda. Cosa invero degna di nota, e che fa conoscere quanto in Arezzo e nella sua contrada fosse radicato il tradizionale costume. Di vero essa fu l'ultima, come si ha dalle sacre leggende, ad accogliere il cristianesimo nella Tuscia; l'ultima a lasciare, che nel secolo decimoquinto ne era rimasta qualche vestigio, le gentilesche superstizioni. E qui mi ricordo, e non sono molti anni, che nelle nostre campagne si accompagnava il morto, fosse pure il grande estate, avvolti nel mantello, e forse in taluni luoghi pur si prosegue: come ho veduto in Monte S. Savino seguirlo dalla chiesa al sepolcro colla lucerna accesa; e penso che ciò si facesse al tempo romano, di sovente rinvenendo la lucerna presso il cadavere. Dismessa è da poco la cena funebre con i ceci ed il pesce, e così altre forme, che come frondi vanno cadendo dal vetusto albero italico. Il quale ognora di nuove foglie e di fiori più eletti si rinnovella, che già estende la sua ombra benefica oltre le rive dell'Affrica, e pur l'estenderà laddove si agitarono superbi i liberi vessilli delle repubbliche di Pisa, di Venezia e di Genova.

Arezzo, lì 25 Marzo 1914.

Gian Francesco Gamurrini

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domenica 15 novembre 2015

L'etimologia di sbirciare e lo spirito della betulla

Ci sono alcune parole della lingua italiana che hanno letteralmente fatto impazzire gli etimologi che non sapevano che pesci prendere. Questi etimi impossibili sono stati spesso catalogati come parole di origine incerta, quando c'è l'origine incerta state pur sicuri che il longobardo c'è sempre di mezzo. La difficoltà con queste parole dipende dal fatto che ormai erano estranee al contesto culturale e geografico nel quale erano nate.

Questo è anche il caso della parola sbirciare, parola molto antica che risale ad una comune radice indoeuropea per designare l'albero di betulla. In antico sassone la betulla si chiamava birka, antico inglese berc o beorc, inglese moderno birch. Il prefisso s- è generalmente utilizzato per formare un derivato tipo "fuori da" a partire da un nome.

Ma cosa c'entra il verbo sbirciare con le betulle? I popoli celto-germanici prima di adottare il paganesimo norreno praticavano antichi culti naturalistici della tradizione indoeuropea. Per loro gli alberi non erano soltanto alberi ma erano considerati delle creature all'interno delle quali si celavano degli spiriti della foresta. Per loro la betulla era un albero sacro connesso al regno dei morti ed al mito del Cervo Bianco, una sorta di collegamento tra la terra ed il cielo, tra la vita e la morte.

La betulla è una metafora della vita in quanto ha la capacità di crescere ed adattarsi agli ambienti più difficili, di attecchire forte e robusta come nessun'altra pianta e di colonizzare in breve tempo vaste aree anche dopo grandi incendi. Dopo l'Era Glaciale, il "Grande Bianco", fu proprio la betulla il primo albero a ripopolare le terre liberate dai ghiacci dopo tanti millenni. Ecco perché la betulla è una pianta così importante per la cultura europea.

La betulla ha un caratteristica corteccia con delle spaccature orizzontali che assomigliano a delle fessure per gli occhi da cui gli spiriti della foresta potevano ... spiare, occhieggiare, sbirciare appunto.

Beorc o Berkana non è solo il nome dell'albero di betulla ma è anche una runa che rappresenta la lettera B simbolo di rigenerazione e rinascita.

Un'ultima notazione: che meraviglia doveva essere questa nostra lingua longobarda e che magia c'è dietro ognuna di queste antiche parole.

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giovedì 12 novembre 2015

Antiche famiglie toscane: i Pazzi di Valdarno

Su questo blog abbiamo dedicato alla famiglia Pazzi un post qualche tempo fa nel quale abbiamo raccontato delle gesta di Pazzino de' Pazzi che fu il primo cavaliere crociato a salire sulle mura di Gerusalemme nelle prima crociata, quella di Goffredo di Buglione.

Stemma dei Pazzi di Valdarno
Oggi parliamo di un ramo differente di questa casata, i cosiddetti Pazzi di Valdarno. Mai altra antica famiglia toscana incarnò l'indomito e ribelle spirito ghibellino come i Pazzi di Valdarno. Il turista distratto che si trovi a girellare per il centro di Firenze dalle parti dell'Arco di San Pierino probabilmente non presterà attenzione ad una casa apparentemente anonima a sinistra dell'arco dalla parte della Piazza di San Pier Maggiore, ebbene se la guardasse meglio scoprirebbe che in realtà si tratta di una torre medievale mozzata. Le torri medievali rappresentavano il prestigio delle antiche famiglie fiorentine che facevano a gara a costruirne sempre di più alte, e non di rado capitava che sfidando le leggi della statica, queste torri rovinassero al suolo con gran danno per tutti. Quando i Ghibellini furono cacciati da Firenze e mandati in esilio nel contado, le loro torri, simbolo del loro prestigio in città ormai decaduto furono smezzate cioè demolite per la metà. Questo è quello che è capitato anche a questa famiglia ghibellina di Firenze.

Per certo imparentati con gli Albizzi e gli Ubertini e quindi probabilmente di origine longobarda, da quel momento i Pazzi di Valdarno gliela giurarono a Firenze e ogni volta che Firenze volgeva lo sguardo da qualche altra parte, loro erano sempre lì pronti a dar battaglia come nel 1268 quando attaccarono dai loro feudi di Piantravigne (Piano di Trevigno) i castelli di parte guelfa di Montefortino, Poggitazzi e Ristruccioli. Molti furono condottieri valorosi tra cui Guglielmo Pazzo figlio di Ranieri de' Pazzi capitano delle truppe imperiali aretine che cadde sul campo nella battaglia di Campaldino (1289) assieme a due suoi nipoti. Da allora i Pazzi furono sempre attivi attraverso le generazioni nella faida contro gli interessi fiorentini nel Valdarno e in Toscana. Il tutto si inquadrava in un più ampio cambiamento della società medievale e nel superamento delle consuetudini feudali ancora in auge nelle campagne a vantaggio dell'importanza sempre maggiore assunta dalle città ormai veri e propri centri di potere egemonico. Nel 1302 fu la volta di Carlino de'Pazzi dare l'assalto al castello di Piantravigne, ormai baluardo fiorentino sulle balze del Valdarno, assieme ad altre famiglie ghibelline tra cui i fratelli Mino e Concino di Jacopo conti della Penna.

Come racconta il Villani: "Hanno preso d'assalto Piantravigne con lance, spade e altre armi da offesa e da difesa [...]. Hanno proditoriamente tolto il castello alla giurisdizione del comune di Firenze, cui era sottoposto, facendovi entrare i Ghibellini, gli Aretini e altri suoi nemici, con grave danno e vergogna per la città, la Chiesa Romana e la Parte Guelfa [...] Lo tengono tuttora occupato e, assieme ai Ghibellini di Arezzo e di altre parti, commettono ogni giorno ruberie, omicidi e sequestri a danno di uomini e donne del contado, nuocendo non poco allo stato fiorentino e al Valdarno in particolare...".

Guglielmo Pazzo dei Pazzi di Valdarno “vestito”
con il leone di Guglielmino degli Ubertini
Foto gentilmente concessa da Mario Venturi
www.parvimilites.it
Alla fine fu proprio Carlo de'Pazzi detto Carlino per distinguerlo dal padre Carlo a tradire la sua gente e a consegnare il castello di Piantravigne nelle mani dei fiorentini in cambio di una somma di denaro e dell'annullamento di tutte le condanne a morte che aveva collezionato negli anni. I Pazzi furono quindi considerati dalle cronache del tempo poco più che alla stregua di volgari briganti, ladroni e fuorilegge ormai banditi anche da altre città toscane come Arezzo. Le ultime notizie storiche su questa indomita famiglia toscana si riferiscono a Gaspare de' Pazzi attivo al fianco dei pisani sempre contro Firenze nel 1405.

La famiglia Pac di Lituania, una famiglia molto importante ai tempi della confederazione Polacco-Lituana, asseriva di discendere da questo ramo della famiglia Pazzi anche se su questo i genealogisti non si sono trovati mai d'accordo, come non si sono trovati d'accordo sulla comune discendenza fiesolana dei due rami della casata Pazzi.

Anche Dante, guelfo di parte bianca, avendo perso molti amici a Piantravigne, mette questi elementi guerrafondai tra i personaggi incontrati nelle cerchie infernali: Camicione de' Pazzi e Carlino de' Pazzi tra i traditori (If, XXXII) e Rinier Pazzo tra i violenti (If. XII).

Chiudo con una curiosità etimologica in linea col tenore del post, la parola guerrafondaio è di origine longobarda, già sappiamo che guerra deriva dal longobardo werra, fon da preposizione, tedesco von, inglese "to be fond of something" Gif þe salt be fonnyd it is not worþi [Wyclif, Matt. v:13, c. 1380].

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martedì 3 novembre 2015

Firenze longobarda, l'influenza sul Rinascimento in Italia

Non è facile immaginare quanto sia stata importante per Firenze l'influenza longobarda, eppure nel volume "Die Germanen und die Renaissance in Italien" di Ludwig Woltmann edito a Lipsia nel 1905 e oggi conservato presso la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d'America e recentemente digitalizzato da Google ed immesso nel pubblico dominio, emerge il quadro di una Firenze nella quale il retaggio longobardo è stato molto più profondo di quanto si potrebbe mai pensare.

Sul blog abbiamo affrontato più volte il tema delle origini longobarde di alcune famiglie toscane nei seguenti post: "I suffissi di origine germanica nella lingua, onomastica e toponomastica italiana"; "Onomastica gotica e longobarda"; "Antiche famiglie toscane: gli Albizi".

Vale la pena di tradurre alcune pagine di questo libro dal tedesco e condividerle sul blog in modo che tutti ne possano usufruire.
"Al tempo dei Longobardi Firenze era governata da un duca, c'erà una corte regia, un possedimento reale ed un mercato regio. Vicino alla corte tre famiglie i Magiberti, i Mauriperti ed i Floriperti possedevano alcuni appezzamenti di terra, così come risulta da una iscrizione del 898; sono queste le famiglie di origine germanica più antiche conosciute a Firenze. Il nome Campus Regi (Camporeggi ndr) si trova ancora a Nord-ovest di Firenze là dove oggi c'è Careggi. Il Forum Regi la piazza più antica della città è l'odierno Mercato Vecchio. Si chiamava Mons Regis (la collina di San Miniato si chiamava Montis Regi da non confondersi con Montereggi presso Fiesole ndr) l'altura sulla riva sinistra dell'Arno, sulla quale venne costruito il chiostro di San Miniato. Nell'VIII secolo governava un duca longobardo di nome Gudibrandus e un conte franco di nome Scrot, nel IX secolo un conte Theudifrasius, nel decimo un conte Rudolph.
All'inizio del IX secolo troviamo a Firenze arcivescovi con nomi germanici: Aliprandus (826), Ardinghus (853), Grasulphus (898), Raynbaldus (930), Sichelmus (967), Wido (1002), Ildeprandus (1008), Lambertus (1025), Atho (1030), Gerardus (1046), Raynerius (1071) etc.
Il Battistero di San Giovanni, il cuore della vita ecclesiastica fiorentina è di origine longobarda. A Firenze viene chiamato "Perlascio" = berolas (spettacolo con orsi ndr) l'antico anfiteatro romano. Ancora al tempo del Villani il posto di guardia della guarnigione longobarda si chiamava "Guardingus". I fiorentini chiamano il più alto funzionario della città col nome alto tedesco antico di Gonfaloniere dalla parola gundfano = vessillo di battaglia.
Ancora oggi la toponomatica alle porte della città come Monte Rinaldi, Monte Ripaldi, Montughi = Monte Hugo, Ponte Rifredi, Ponte a Jozzoli, Bandino, Borgunto etc. rimandano agli insediamanti germanici.
Sono centinaia i cognomi alto tedeschi antichi che nei secoli XIII e XIV hanno avuto un ruolo a Firenze, come ad esempio Lamberti, Uberti, Conteguidi, Mannelli, Lapi, Beinardi, Maccinghi, Bigazzi, Bardi, Frescobaldi, Rossi, Poppi, Manni, Agli, Adimari, Tinghi, Gaddini, Guicciardini, Strozzi, Alberti, Albizzi, Guadagni, Pitti, Ardinghelli, Lotti, Altoviti, Cambi, Rinuccini, Sassetti, Orlandini, Alamanni, Nardi, Corsi, Gherardi, Gordi, Banci, Ughi, Scarfi, Ridolfi, Zati, Bartoli, Mellini, Lanfredini, Gori, Guasconi, Folchi, Nerli, Sacchetti, Federigi, Aldobrandi etc (*)
Tutto dimostra come Firenze fosse diventata una città con radici germaniche."
(*) Jacopo Pitti, "Dell'Istoria Fiorentina", Archivio storico italiano, I. Bd, S.2

Auf Deutsch
"In der langobardischen Zeit stand Florenz unter einem Dux, gab es dort einen Königshof, ein Königsfeld und einen Königsmarkt. In der Nähe des Königshofes hatten drei Familien Magiberfi, Mauriperti und Floriperti Grundstücke in Besitz, wie aus einer Urkunde von 898 hervorgeht; es sind dies wohl die ältesten germanischen Familien in Florenz, die bekannt sind. Der Name campus regis lebt noch in dem nordwestlich von Florenz Hegenden Careggi fort. Das forum regis, der älteste öffentliche Platz der Stadt, ist der heutige Mercato vecchio.
Mons regis hieß die hlöhe am linken Arnoufer, auf der das Kloster San Miniato erbaut wurde. Im achten Jahrhundert herrschte ein langobardischer Dux Gudibrandus und ein fränkischer Graf Scrot, im neunten Jahrhundert Graf Theudifrasius, im zehnten Graf Rudolph,")
Von Anfang des neunten Jahrhunderts treffen wir in Florenz germanische Erzbischöfe: Aliprandus (826), Ardinghus (853), Grasulphus (898), Raynbaldus (930). Sichelmus (967), Wido (1002), lldeprandus (1008), Lambertus (1025), Atho (1036), Gerardus (1046), Raynerius (1071) usw.
Die Taufkirche S. Giovanni, der Mittelpunkt des Florentiner kirchlichen Lebens, ist langobardischen Ursprungs. Auch in Florenz wurde das alte römische Amphitheater „Periascio" = Bärengelaß genannt, und noch zur Zeit des Villani hieß die Stelle, wo einst das Wachhaus der langobardischen Besatzung war, „gardingus" (= Warte). Ihren höchsten Beamten nannten die Florentiner mit einem altdeutschen Namen „Gonfaloniere", d. h. Fahnenträger, von ahd. gundfano = Kriegsfahne.
Noch heute erinnern Ortsbezeichnungen vor den Toren der Stadt, wie Monte Rinaldi, Monte Ripaldi, Montughi = Monte Hugo, Ponte a  Rifredi, Ponte a Jozzoli, Bandino, Borgunto usw. an die dort angesiedelten Germanen,
Hunderte von altdeutsclien Familiennamen lassen sich bei denjenigen Geschlechtern nachweisen, die im dreizehnten bis vierzehnten Jahrhundert in Florenz eine Rolle gespielt haben, z. B, Lamberti, Uberti, Conteguidi, Mannelli, Lapi, Beinardi, Maccinghi, Bigazzi, Bardi, Frescobaldi, Rossi, Poppi, Manni, Agli, Adimari, Tinghi, Gaddini, Guicciardini, Strozzi, Alberti, Albizzi, Guadagni, Pitti, Ardinghelli, Lotti, Altoviti, Cambi, Rinuccini, Sassetti, Orlandini, Alamanni, Nardi, Corsi. Gherardi, Gordi, Benci, Ughi, Scarfi, Ridolfi, Zati, Bartoli, Mellini, Lanfredini, Gori, Guasconi, Folchi, Nerli, Sacchetti, Federigi, Aldobrandi usw.(*)
Alles dies beweist, wie sehr Florenz eine germanische Stadt geworden war."
(*) Jacopo Pitti, "Dell'Istoria Fiorentina", Archivio storico italiano, I. Bd, S.2
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martedì 27 ottobre 2015

Il suffisso antico germanico -ja nel toscano retaggio della lingua longobarda

By Naotake Murayama
(Flickr: 2003 Bolgheri Sassicaia)
A distanza di un anno da un precedente post sui suffissi di origine germanica nella lingua, onomastica e toponomastica italiana voglio tornare su questo tema introducendo un altro suffisso a mio avviso molto importante. Si tratta di un suffisso locativo antico germanico in -ja o -jo che è estraneo alla lingua latina nonché al tedesco moderno ma molto comune nel toscano. Con l'aggiunta di questo suffisso si può trasformare un nome in un altro nome di luogo o della persona che ha a che fare con questo nome, del tipo dato x otteniamo x-ja (posto pieno di x o caratterizzato da x).

Alcuni esempi: da porco porcila-ja, da ferro ferra-ja, da gatto gatta-ja, da ghiaccio ghiaccia-ja, da fungo funga-ja, da colombo colomba-ja, da grullo grulla-ja, da pesca pesca-ja, lo stesso dicasi per il suffisso in -jo più legato all'attività umana e a definire la persona che ci lavora ovvero da gualchiera gualchiera-jo, da canapo canapa-jo, da legno legna-ja, da trippa trippa-jo, da giornale giornala-jo, da tabacco tabacca-jo e così via, si tratta di una forma linguistica ancora viva e vegeta tuttora di largo uso. Lo spunto per questa riflessione mi è venuto da un toponimo pavese Liskaja di cui è attestata l'origine longobarda da liska col significato di palude. Ma liska in longobardo significa canna di fiume quindi ragionando sulla morfologia del lemma sono giunto ad una serie di osservazioni che mi hanno condotto al discusso suffisso germanico -ja e a come sia finito nella lingua italiana nei suffissi che i nostri linguisti chiamano aio/aia.

La stessa origine longobarda dovrebbe essere per il toponimo Sassicaja nella Maremma livornese da cui il celebre vino toscano, credo non da sassi riferito al terreno peraltro molto sassoso, ma più probabilmente da Sassic cioè Saxic ovvero Sassoni. Idem per toponimi toscani come Bagnaia, Cerbaia (da Kerba, catasta di legno), Ferraia, Gamberaia, Gattaia, Prataglia, Volpaia.

In questo senso il suffisso svolge la medesima funzione del suffisso agentivo latino -arius da cui taluni lo fanno derivare pur non senza contraddizioni che riescano a spiegare in modo convincente la mutazione da -arius, -a, -um ad -aio/aia. Anche dai filologi tedeschi è stata avanzata l'ipotesi di un prestito dal latino appunto da -arius. Studiando l'evoluzione delle lingue germaniche troviamo il suffisso -ja nel gotico per esempio in fisk-ja che diventa nell'antico alto tedesco fisk-ari o fisk-er, antico frisone fisk-er in questo senso accogliendo il prestito latino -arius, Siccome nell'antico alto tedesco non appare mai un termine in -arius accompagnato da un termine dallo stesso significato in -ja se ne deduce che ad un certo punto il suffisso -ja nell'antico alto tedesco è stato abbandonato a causa del prestito latino. Ma la lingua longobarda per certi versi era molto conservativa nei confronti del gotico e pur subendo via via l'influenza dell'antico alto tedesco non ha rinunciato a forme conservative come questo suffisso locativo assai antico, in effetti la parola germanica ar-ja gotico ar-jan cioé arare è identica al sanscrito ar-jà. Quando il toscano è diventato lingua ufficiale del regno d'Italia queste antiche forme si sono riversate nella lingua italiana.

L'influenza del superstrato longobardo nella lingua italiana è sottovalutata dagli addetti ai lavori nostrani per non dire ignorata del tutto nel significato letterale del termine. Istituzioni come l'Accademia della Crusca sono nate con l'intento di purgare la lingua italiana di tutti i suoi barbarismi da cui ad un certo punto le élite culturali del paese hanno sentito il bisogno di smarcarsi. Non a caso è stato usato nel nome la parola crusca che è una parola gotica (kruska) nel senso di depurare la lingua italiana appunto dalla crusca (simbolo del retaggio barbarico) lasciando solo la parte migliore ovvero quella che derivava dai classici antichi, dall'eredità latina. Questo fenomeno di smarcamento è diventato ancora più cogente nel periodo post-unitario allorquando un paese assai eterogeneo per cultura e privo di una vera e propria identità culturale ha dovuto trovare un'identità linguistica che lo rappresentasse di qui la scelta del toscano un'idioma anche geograficamente centrale rispetto alla penisola.

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domenica 25 ottobre 2015

Etimologia di bicchiere

Bicchiere: dal longobardo behhari, in longobardo la doppia hh si legge k come rihhi che si legge ricchi sorta di grande bicchiere, coppa, attraverso il toscano pècchero,  ... "Si sommerga Dentro un pecchero indorato" (Redi), "In ogni bettola, a garganella, Con fiaschi e peccheri, vuotò le botti" (Bacchelli). Tedesco moderno Becher, inglese Beaker.


Calici longobardi in mostra al Museo Civico Archeologico di Fiesole
Buona Domenica!

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sabato 17 ottobre 2015

L'origine del nome dell'Isola d'Ischia

Sant'Angelo d'Ischia
Oggi esaminiamo il nome dell'Isola d'Ischia, forse non in molti sanno che il toponimo Ischia non compare prima del 812 e precisamente in una lettera che il papa Leone III inviò a Carlo Magno nella forma di Iscla Majore. Nell'antichità l'isola era stata chiamata in molti modi, i Greci la chiamarono Pitekoussa o Pitekoussai da Pitos vaso di ceramica a causa della terra argillosa di cui abbondava l'isola che era particolarmente adatta alla produzione di vasellame, i Romani la chiamarono Aenaria.(Enaria) dal latino aenum che significava bronzo dovuto alle attività metallurgiche diffuse sull'isola.

In ogni caso per quanto voi cerchiate il destino del toponimo Ischia è stato quello di restare nella terra desolata degli etimi di derivazione incerta di cui peraltro abbonda la lingua e la toponomastica italiana e probabilmente questo sarebbe stato il suo destino se il caso non mi avesse dato l'occasione di imbattermi in un altro toponimo questa volta in Toscana e in Lucchesia in particolare: il toponimo Escheto. Escheto si trova nei pressi di Lucca, i Longobardi vi costruirono una chiesa dedicata al culto micaelico come era loro tradizione, il toponimo si ritrova nella forma di Ischeto in un carteggio della cattedrale di Lucca del 1018 relativo ad una donazione di una porzione di vignale da parte del vescovo di Siena Ildebrando figlio di Pietro da Walperto alla chiesa dei Santi Pantaleo e Reparata di Lucca.

I toponimi Iscla e Ischeto sono in realtà molto semplici da decifrare usando la chiave dell'alto tedesco antico in quanto la parola che deriva dal proto-germanico -iskaz* attraverso una radice indoeuropea significa pertinenza, dipendenza. quindi è assai probabile la derivazione longobarda del nome dell'isola di Ischia. Altri toponimi sull'isola potrebbero essere legati all'occupazione longobarda dell'isola nel contesto di un continuo assedio e controllo strategico del Ducato di Napoli caposaldo bizantino nell'Italia meridionale, come in Serrara, strettoia e Barano, precipizio da cui anche l'italiano burrone, inoltre il culto micaelico è molto forte nell'isola in particolare a Sant'Angelo con la festa e la processione della statua del Santo del 29 settembre e, come sanno i miei quattro lettori, trovato San Michele ecco trovati pure i Longobardi.

Che il toponimo Ischia sia legato ai Longobardi è anche avvalorato dalla presenza di insediamenti longobardi presso Ischia di Castro (VT), e nel toponimo Iscla presso Monno in Val Camonica dove una leggenda vorrebbe che i Franchi guidati personalmente da Carlo Magno si siano scontrati con i Longobardi guidati dal duca Adelchi nella battaglia raccontata nella tragedia del Manzoni.

Questo etimo si ritrova anche nei suffissi in -esco col significato di pertinente, contiguo, attinente come negli aggettivi pazz-esco, roman-esco, dant-esco, boccacc-esco, ottocent-esco, animal-esco, furb-esco, romanz-esco, carneval-esco etc. etc. Il suffisso si ritrova nell'onomastica italiana di origine longobarda come in della Gherard-esca (pertinente a Gherard), Aldobrand-eschi, Barbar-eschi, Bernard-eschi, Franc-eschi, Giovann-eschi,  Paol-eschi, etc. etc.

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mercoledì 14 ottobre 2015

Sopravvivenze dell'arianesimo nel romanico toscano

L'arianesimo fu una dottrina cristologica assai popolare tra il III ed il VII secolo che nacque in oriente e prese il nome dal teologo Ario nato ad Alessandria d'Egitto, sconfessata dal Concilio di Nicea del 425 ebbe una grande diffusione presso i popoli germanici durante il cosiddetto periodo delle grandi migrazioni attraverso la predicazione del vescovo di fede ariana Wulfila presso il popolo dei Goti. Le linee essenziali dell'approccio dottrinale ariano sono il rifiuto della consustanzialità tra il padre ed il figlio che si traduce nella subordinazione del figlio, la migliore creatura, al padre supremo. Come usava dire Ario "Ci fu un tempo in cui il figlio non c'era". Lo scontro dottrinale con la chiesa ariana fu così profondo che tuttora nella liturgia della chiesa cattolica si recida la preghiera del credo di Nicea per ribadire le differenze tra la dottrina cattolica e quella ariana: "Credo in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli.Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre."

Quando i Longobardi arrivarono in Italia molti di loro erano già convertiti al cristianesimo di confessione ariana come la maggior parte dei popoli germanici tranne i Franchi. Il diverso credo serviva anche per rimarcare le differenza con la popolazione latina di fede cattolica, ogni confessione cristiana aveva propri edifici di culto e strutture gerarchiche ecclesiali, quindi accadeva di sovente che nella stessa città vi fosse un vescovo ariano ed un vescovo cattolico.

Quali erano le caratteristiche architettoniche e gli apparati liturgici degli edifici di rito ariano? Essendo l'arianesimo una dottrina nata in oriente, il rito ariano era più vicino al rito ortodosso delle chiese d'oriente e richiedeva in primis una rigida demarcazione tra il presbiterio dove praticava l'officiante e la navata dei fedeli. Questa separazione avveniva con dei pannelli divisori in pietra arenaria o marmo detti plutei. Cosa è rimasto oggi di questi apparati decorativi alto-medievali.

Andando in giro per Pievi nella campagna toscana mi è più volte capitato di imbattermi in queste lastre che una volta rimosse dalla loro funzione architettonica originaria sono entrate in altro modo a far parte dell'arredo liturgico spesso applicate sul basamento dell'altare di fronte alla navata oppure posizionate in altre parti della chiesa. Dal punto di vista stilistico questi plutei sono caratterizzati da decori floreali e zoomorfi, intrecci geometrici o a tralci di vite. Il tardo arianesimo vede una radicalizzazione delle posizioni dogmatiche con l'abbandono della riproduzione della figura umana, e la scelta di un rigido aniconismo.

Lastra in arenaria presso la Pieve di San Leolino
Panzano in Chianti

Lastra in arenaria presso la Pieve di Corsignano
Pienza

Lastra in arenaria presso la Pieve di Sant'Agata in Arfoli
Reggello
Per concludere questo post sull'arianesimo non potrebbero esserci parole migliori del testamento spirituale del vescovo Wulfila, pronunciate in punto di morte: "Io, Wulfila, vescovo e confessore, ho sempre creduto in questo modo, e in questa fede unica e veritiera passo al mio Signore: credo che Dio Padre sia unico, ingenerato ed invisibile, e credo nel suo Figlio unigenito, Signore e Dio nostro creatore, ed artefice di ogni creatura, che non ha nessuno simile a sé: quindi uno è il Dio padre di tutti, che è anche Dio del Dio nostro; e credo che uno sia lo Spirito Santo, virtù illuminante e santificante […] né Dio, né Signore, ma ministro fedele di Cristo, non uguale, ma suddito ed obbediente in tutto al Dio padre"

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domenica 4 ottobre 2015

Affinità tra Anglo-Sassoni e Longobardi in Widsith e Beowulf

All'anno 854 nella genealogia dei re Sassoni contenuta nelle Anglo-Saxon Chronicle, un documento che traccia la storia del popolo Anglo-Sassone a partire dal 60 a.C., si fa riferimento come capostipite dei re Sassoni occidentali a Sceaf ovvero Sceofa dei Longobardi. Di quella che viene chiamata "la leggenda longobarda" ha scritto anche J.R.R. Tolkien e ce ne siamo già occupati in un precedente post dedicato alla sua opera "The Lost Roads and other Writings" purtroppo mai tradotta e mai pubblicata in Italia. Ma la leggenda longobarda è molto antica e se ne fa menzione sia nel poema Widsith che nel ben più famoso Beowulf.

Su Widsith è stato recentemente ripubblicato dalla Cambridge University Press: "Widsith: A Study in Old English Heroic Legend" di Raymond Wilson Chambers del 1912. Widsith è un manoscritto in inglese antico della fine del decimo secolo nel quale la voce narrante Widsith appunto, un cantastorie girovago, racconta dei suoi viaggi nei paesi del Nord Europa e descrive i vari popoli che incontra, una sorta di catalogo delle varie genti alla fine di quello che viene definito il periodo storico dei "Dark Ages".

Di questo interessante libro vale la pena riportare alcuni stralci dai quali il lettore può evincere come stretti siano i legami tra i Longobardi e gli Anglo-Sassoni anche dal punto di vista genealogico.

I Longobardi

Tacito descrisse i Longobardi come una piccola nazione votata alla guerra che riuscì ad affermare il proprio spirito di libertà tra i molti popoli che li circondavano. Questo carattere indipendente sarà il filo conduttore che guiderà tutta la loro storia attraverso i secoli. Quanto affermato da Tacito sarà ripreso nei testi di Paolo Diacono sui Longobardi. Il quadro di una piccola ma valorosa nazione in mezzo a soverchianti nemici catturò per lungo tempo l'attenzione degli storici, dalle gesta di Agio e Ibor ed il loro esiguo schieramento contro i Vandali fino alle leggendarie vittorie dei Longobardi contro gli Eruli ed i Gepidi.
Tracce della loro terra di origine rimangono lungo il basso corso dell'Elba nel toponimo medievale Bardengau o Bardowyk. Proprio qui tra gli Angli a Nord e la confederazione dei popoli Suebi a Sud fu che i primi autorevoli storici Strabone, Tacito e Tolomeo li collocano in tempi storici. Ma loro devono aver lasciato questi luoghi prima del 165 quando li troviamo sul confine romano, la loro partenza avrà messo gli uni di fronte agli altri gli Angli e la confederazione Suebica e sicuramente qualche problema sarà venuto fuori prima che i confini si fossero ristabiliti. Finalmente come sappiamo da Widsith l'ordine fu ristabilito dalla spada vittoriosa di Offa:
heoldon forð siþþan
Engle ond Swæfe, swa hit Offa geslog
Come i loro vicini, gli Angli ed i Sassoni, i Longobardi erano meno civilizzati degli altri popoli germanici orientali con cui i Romani erano più familiari. All'inizio della loro storia, uno storico romano che li vide da vicino li descrisse come "selvaggi oltre ogni misura la cui ferocia era più grande perfino della ferocia dei Germani". Sei secoli più tardi il papa Gregorio Magno contrariamente all'aspetto angelico dei loro vicini Angli ["Non Angli sed Angeli"] definì i Longobardi col termine di "indicibili". Il racconto di questi tratti caratteristici dei Longobardi fu frequente nel primo secolo della nostra era, ma d'un tratto questi sparirono dalle cronache storiche verso la metà del secondo secolo per riapparire nel sesto secolo, quando inanellarono una serie di vittorie belliche che culminarono con la conquista dell'Italia. Siccome il nostro poema [Widsith] riflette gli eventi storici del IV e V secolo, proprio il periodo nel quale i Longobardi sono fuori dalla portata delle cronache storiche romane, i riferimenti ai re longobardi vanno presi con attenzione e sono di particolare importanza.

Sceafa
Sceafa [weold] Longbeardum

Sceofa dei Longobardi arriva su una barca
addormentato su una bica di grano
Nessun nome di un qualsivoglia re longobardo Sceaf è citato dagli storici, ma è proprio col nome di re Sceaf che comincia la genealogia dei re Sassoni occidentali d'Inghilterra, finché un monaco scrivano scoprì che Sceaf era il figlio di Noé nato sull'arca e quindi tracciò la discendenza di re Giorgio V fino ad Adamo: Questo riferimento a Sceaf significa che l'autore del Widsith sapeva bene che i Longobardi discendessero da Sceaf o almeno ascoltò dei racconti che lo affermavano, Sceaf è il mitico civilizzatore dei popoli che abitavano le coste del Mare del Nord ritenuto il fondatore che insegna ai popoli barbari di cacciatori-raccoglitori l'arte di lavorare la terra e con questo stabilisce un nuovo ordine regale. La bella storia di Sceaf della tradizione orale germanica si è preservata fino ai nostri giorni per merito di due storici anglo-latini rispettivamente del decimo e dodicesimo secolo: Ethelwerd e William di Malmesbury. Il loro resoconto coincide col prologo di Beowulf da cui sappiamo che la storia fu proprio così.
Egli [Sceafa] giunse quando era ancora un fanciullo su una barca senza equipaggio nell'isola di Scandza e fu trovato addormentato dalle genti di quell'isola con la testa poggiata su una bica di grano tutto circondato da armi. Quella gente lo crebbe fino all'età adulta finché egli diventò il reggente degli Angli nella terra di Sleswig. Quando arrivò alla fine dei suoi giorni e morì molto anziano fu rimesso sulla barca ricolma di armi e tesori e rimandato in mare per tornare nel luogo da cui era venuto così come egli aveva stabilito.

Biche di grano su un campo
Parentesi linguistica: l'etimologia della parola italiana bica deriva dal longobardo biga che significa "mucchio", in inglese bica si dice proprio Sheaf










Nel seguente passo tratto dalle Cronache Anglo-Sassoni abbiamo invece tutta la genealogia dei re Sassoni occidentali d'Inghilterra che discendono da Sceaf il Longobardo.

The Anglo-Saxon Chronicle

A.D. 854. This year the heathen men (34) for the first time remained over winter in the Isle of Shepey. The same year King Ethelwulf registered a TENTH of his land over all his kingdom for the honour of God and for his own everlasting salvation. The same year also he went to Rome with great pomp, and was resident there a twelvemonth. Then he returned homeward; and Charles, king of the Franks, gave him his daughter, whose name was Judith, to be his queen. After this he came to his people, and they were fain to receive him; but about two years after his residence among the Franks he died; and his body lies at Winchester. He reigned eighteen years and a half. And Ethelwulf was the son of Egbert, Egbert of Ealhmund, Ealhmund of Eafa, Eafa of Eoppa, Eoppa of Ingild; Ingild was the brother of Ina, king of the West-Saxons, who held that kingdom thirty-seven winters, and afterwards went to St. Peter, where he died. And they were the sons of Cenred, Cenred of Ceolwald, Ceolwald of Cutha, Cutha of Cuthwin, Cuthwin of Ceawlin, Ceawlin of Cynric, Cynric of Creoda, Creoda of Cerdic, Cerdic of Elesa, Elesa of Esla, Esla of Gewis, Gewis of Wig, Wig of Freawine, Freawine of Frithugar, Frithugar of Brond, Brond of Balday, Balday of Woden, Woden of Frithuwald, Frithuwald of Freawine, Freawine of Frithuwualf, Frithuwulf of Finn, Finn of Godwulf, Godwulf of Great, Great of Taetwa, Taetwa of Beaw, Beaw of Sceldwa, Sceldwa of Heremod, Heremod of Itermon, Itermon of Hathra, Hathra of Hwala, Hwala of Bedwig, Bedwig of Sceaf; that is, the son of Noah, who was born in Noah's ark: Laznech, Methusalem, Enoh, Jared, Malalahel, Cainion, Enos, Seth, Adam the first man, and our Father, that is, Christ. Amen. Then two sons of Ethelwulf succeeded to the kingdom; Ethelbald to Wessex, and Ethelbert to Kent, Essex, Surrey, and Sussex. Ethelbald reigned five years. Alfred, his third son, Ethelwulf had sent to Rome; and when the pope heard say that he was dead, he consecrated Alfred king, and held him under spiritual hands, as his father Ethelwulf had desired, and for which purpose he had sent him thither.

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giovedì 17 settembre 2015

L’Abraxas e i Druidi Celti

Il testo che segue è stato in parte ripreso da un libro intitolato “I Druidi Celti”.

Gli irlandesi avevano due parole, Matharaghas e Abarachas (iberno-celtico), termini usati dai druidi per chiamare il dio supremo Mathar e Abar che in gaelico significa Dio, la causa prima e Aghas e Achas che significa “buono” da cui deriva la famosa parola Abraxas che ha da sempre intrigato gli etimologi. Avevano anche “cad”, che significava sacro, da cui “abra-cad-abra”, Abracadabra “il sacro” Abra.

Sir Godfrey Higgins, nel suo libro “The Celtic Druids” sostiene che la parola Abraxas proveniva dai Druidi, e che le sette lettere che la compongono hanno un equivalente numerico nel numero 365 sia nell’alfabeto greco che in quello ebraico (fenicio). Higgins ha scritto che la parola "Abracadabra" è una tarda evoluzione del termine gnostico sacro "Abrasax", quest’ultima parola deriverebbe da un’antica parola magica copta o egiziana che significherebbe “non mi far del male” (don't tread on me) riferito ad un’entità suprema definita dall’appellativo “Padre”. Era generalmente incisa su un amuleto portato appeso sul petto sotto I vestiti.
Le lettere originali di Abraxas erano un nome greco,  ABΣPΞ che somma 365:
A = 1, B = 2, Σ = 200, P = 100, Ξ = 60 = 365

I padri della chiesa cattolica come Ireneo di Lione (130-202) ed Epifanio di Salamina (315-403) dissero che Cristo non fu inviato dal Creatore (Demiurgo) ma dall’Abraxas il Dio supremo, il Dio più alto. Nel Vangelo di Giuda, tradotto e poi acquistato dalla National Geographic Society, si menzionano gli eoni e si parla degli insegnamenti di Gesù al loro riguardo, In un passo di tale Vangelo Gesù deride i discepoli che pregano l'entità che loro credono essere il vero Dio, ma che è in realtà il malvagio Demiurgo. Gli gnostici ofiti, o naasseni, veneravano il serpente, perché, come narrato nella Genesi (3,1), era stato mandato da Sophia per indurre gli uomini a nutrirsi del frutto proibito della conoscenza per acquisire una consapevolezza almeno pari a quella del loro creatore.

C. W. King, nel suo “Gnostics and Their Remains”, scrive che la parola Abraxas è simile all’ebraico “Shemhamphorasch”, una parola sacra, il nome esteso di Dio. Nel definire l’Abraxas, King scrive: "Bellermann considera l’immagine composta, iscritta nella parola Abraxas, come il Pantheos gnostico, rappresentante l’essere supremo, con le cinque emanazioni marcate da altrettanti simboli. Dal corpo umano, le forma più prossima alla deità scaturiscono il Nous ed il Logos rispettivamente rappresentati dai serpenti che simboleggiano i sensi più intimi e dalla testa di gallo che rappresenta la capacità di comunicazione e la vigilanza.

Carl Jung, psicologo svizzero e moderno gnostico scrisse molto sull’Abraxas. In un suo libro del 1916 chiamato “I sette sermoni dei morti”, Jung definisce l’Abraxas un Dio più grande del Dio cristiano che combina in sé gli opposti del bene e del male in un unica identità. Uno spirito polimorfico che permea la fluidità dell’essere. “l’Abraxas è un polpo dai cento tentacoli, un groppo di serpenti alati, l’ermafrodito dei primi esseri, il signore di rospi e rane che vive nell’acqua, l’abbondanza che ricerca l’unione col vuoto.

Nel medioevo lo gnosticismo tornò in auge attraverso il Catarismo ed il movimento dei Buoni Uomini. Anche i poveri cavalieri del tempio di Salomone altrimenti detti Templari si avvicinarono allo gnosticismo attraverso i loro rapporti con la filosofia orientale intessuti durante il loro soggiorno in Terra Santa.

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domenica 6 settembre 2015

La fonte del potere di Cristo sulla terra: la stirpe druidico-nazirea

Sandro Botticelli: nascita di Venere ... o se volete Maria Maddalena
sposa di Gesù Cristo che giunge alla foce del Rodano

Dal Vamgelo secondo Marco (6, 1-6)
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise ad insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: "Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di GIacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?". Ed era per loro motivo di scandalo.
Messale della Chiesa cattolica apotolica romana - XIV Domenica del tempo ordinario

Al tempo dei Longobardi su gran parte dell'Europa soffiava forte il vento dell'arianesimo, una dottrina trinitaria che sostazialmente negava la natura divina di Gesù Cristo ma al contempo ne enfatizzava la funzione di intermediario tra il divino e l'umano. Fu proprio in quegli anni cruciali dell'Alto Medioevo che la chiesa romana, la chiesa di Pietro e di Paolo fu sull'orlo di scomparire. In ogni città c'erano un vescovo ariano ed un vescovo cattolico ed i rapporti tra le due confessioni erano assai difficili e sfociavano spesso in violenze e aggressionii.

Nella traduzione del Nuovo Testamento la parola ebraica per Nazareno ovvero "di Nazareth" è praticamente identica alla parola Nazir, in ebraico: נזיר, cioè consacrato, separato, eletto, in pratica il druido della tradizione celtica. Al Concilio di Nicea la chiesa di Pietro e Paolo fece pulizia, vennero definiti i vangeli ufficiali ed eliminati dalla dottrina tutte quelle scritture che facevano riferimento ad una stirpe shamanica trasmissibile per via di sangue, ogni riferimento ad una discendenza sulla terra di Gesù fu eliminato. Ma per quanto facessero i successori di Pietro e Paolo, l'idea di un messia stregone era molto forte nel popolo ed in particolare tra le genti germaniche da poco convertite al cristianesimo che vedevano nella dottrina ariana un evoluzione dei loro miti pagani che traghettava nella nuova fede le loro antiche tradizioni caratterizzate da un forte spirito messianico. Il druido stregone della cultura celtica giustificato attraverso la linea di sangue.

Druido non si diventa lo si è per discendenza, di questa antica tradizione che si perde nella notte dei tempi è pervasa tutta la Bibbia sia nell'antico che nel nuovo Testamento: dei quattro Vangeli sinottici due cominciano con la genealogia della stirpe di David. A questa linea druidico-nazirea appartenevano il profeta Zaccaria, il figlio Giovanni Battista ed il suo cugino da parte di Maria, Gesù Cristo tutti essi erano dei Nazir.

Oggi i discendendenti di Gesù sono molti di più di quanto si potrebbe pensare in alcuni di loro è forte lo spirito messianico. In passato lo scrittore Laurence Gardner esperto genealogista rintracciò la discendenza davidica del Graal nella casa di Stuart attraverso i re stregoni Merovingi. Oggi abbiamo uno strumento in più nella ricerca del Graal, la tecnologia genetica che negli ultimi anni ha raggiunto livelli di eccellenza mai visti prima. Ma per adesso siamo solo all'inizio della ricerca, anche se qualche indizio c'è già. Oggi sappiamo con certezza che gli Stuart appartenevano all'aplogruppo R1b-L21 (vedi post) da taluni considerato davidico.



Fonti: Laurence Gardner, "La linea di sangue del santo Graal"

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sabato 20 giugno 2015

Il cerchio spezzato, la stirpe dei druidi ed il segreto del Graal

Chi erano i druidi? Sono duemila anni che sulla figura del druido, lo shamano della tradizione indoeuropea, è calata una coltre di oblio. A parte qualche notizia qua e là dovuta al recente revival folkloristico celtico, che hanno ben poco a che fare con quella che è la vera essenza del druidismo.

La prima cosa che dobbiamo sapere quando ci si occupa del druidismo è che questo si trasmette attraverso la linea di sangue, esiste una stirpe druidica che affonda le sue radici nella notte dei tempi quando nel processo dell'evoluzione umana vi fu l'ibridazione tra l'uomo Sapiens ed il Neandertal. Oggi ogni uomo euroasiatico porta nel proprio patrimonio genetico una percentuale tra il 2 ed il 4%  di DNA di Neandertal. L'ibridazione portò tutta una serie di caratteristiche tra cui quella più importante era la creatività del pensiero e una fortissima capacità di astrazione. Queste particolari peculiarità fecero affermare questi soggetti nei rispettivi gruppi sociali, impararono le leggi della statica e divennero costruttori, impararono le leggi del cosmo e divennero astronomi potenziando la produttività dei campi coltivati, organizzarono le tribù e svilupparono le conoscenze sui metalli diventando fabbri e condottieri. In breve tempo fecero quell'enorme salto nello sviluppo dell'umanità che si ebbe durante l'età del bronzo.

In un precedente post abbiamo parlato delle origini inoeuropee dei faraoni d'Egitto evidenziate dall'esame del DNA di Tutankhamon figlio del faraone che "inventò" il monoteismo Akhenaton che taluni anche rabbini identificano col profeta Mosé. I faraoni della XVIII dinastia appartenevano all'aplogruppo R1b-M269 l'aplogruppo più diffuso in Europa occidentale e avevano alcuni tratti etnici tipici occidentali come i capelli rossi. Akhenathon/Mosé assieme ai suoi seguaci furono costretti ad attraversare il deserto e a stabilirsi in esilio ai margini del regno d'Egitto nella terra di Canaan, dando seme alle tribù d'Israele e alla stirpe di David della tribù di Giuda.

In tempi evangelici sappiamo che Zaccaria e suo figlio Giovanni detto "il Battista" partorito da Elisabetta e cugino di Gesù erano della stirpe di David, essi erano vicini agli Esseni una congregazione che si caratterizzava per due aspetti tipici del druidismo: lo studio della genealogia e lo studio delle stelle e delle fasi lunari. Dei quattro vangeli sinottici uno comincia proprio con la genealogia di Gesù Cristo: Matteo (1-1,16), geneologia che viene anche riportata in Luca (3,23-38), entrambe fanno riferimento alla discendenza davidica. In Matteo le generazioni vengono divise in blocchi di 14 cioé due volte sette un numero che riveste una particolare importanza nell'ebraismo, simbolo di perfezione e armonia: sette infatti sono i gioni della creazione nella Genesi e sette i giorni della settimana. Dio benedice e consacra il settimo giorno come giorno del riposo e della preghiera.

La vicenda personale di Gesù porta in sé molti aspetti tipici del druidismo, il potere taumatuturgico del bene, il sacrificio per un interesse collettivo superiore, la resurrezione come ciclo continuo di vita, morte, rinascita.

Molto si è parlato della discendenza diretta del Gesù storico resa celebre dal successo editoriale del "Codice da Vinci" di Dan Brown del 2003, anche se qualche anno prima un controverso libro di Laurence Gardner: "La linea di Sangue del Graal" del 1996 ha indagato la storia segreta della discendenza di Gesù mettendo il luce il collegamento tra questa discendenza ed il ritorno prima in Gallia, poi in Britannia di "Giuseppe d'Arimatea" ovvero il fratello di Gesù di nome Giacomo detto "il Giusto" primo vescovo di Gerusalemme. In realtà si tratterebbe di una sorta di ritorno alle origini. Galilea e Gallia sono entrambi etnonimi e suggerisono l'origine etnica degli abitanti come abbiamo visto nel post sulle origini celtiche di Gesù. Ricordiamo qui che i Celti ebbero una grande diffusione geografica in tutta l'Europa continentale e, grazie ai traffci commerciali con i paesi del Mediterraneo orientale, anche in Grecia, Turchia e nel Medio-Oriente.
« Anano [...] convocò i giudici del Sinedrio e introdusse davanti a loro un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, che era soprannominato Cristo, e certi altri, con l'accusa di avere trasgredito la Legge, e li consegnò perché fossero lapidati. » (Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, xx.200)
La figura di Giuseppe d'Arimatea, caso più unico che raro, è presente in tutti e quattro i Vangeli sinottici ed è centrale nel Vangelo apocrifo di Nicodemo incentrato sul processo a Gesù e la sua resurrezione. Secondo tutte le fonti si trattava di una figura influente e benestante che era membro del Sinedrio la suprema corte di giustizia ebraica, probabilmente un seguace di Gesù.

Giuseppe di Arimatea fondatore della Chiesa d'Inghilterra, fu da molti considerato il custode del Santo Graal. Molti ancora oggi pensano che il Graal sia un oggetto fisico con proprietà catartiche, ma in realtà il Graal era custodito all'interno del DNA di Giuseppe di Arimatea, infatti il suo cromosoma Y, essendo fratelli, era identico a quello di Gesù Cristo, di qui la custodia del DNA di Gesù attraverso la trasmissione della stirpe davidica druidico-nazarena (nazareni, nazarei, si intendevano i proseliti del Battista, vedi "nazierato, da נזיר, Nazir, cioè "consacrato", "separato"). Caratteristica del cromosoma Y del genoma è quella di essere trasmesso di padre in figlio sempre uguale a sé stesso, quindi praticamente intonso.

Nei prossimi post indagheremo sulla linea di sangue druidica del Graal e dei suoi rapporti con alcune delle casate che regnarono in Europa.

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