mercoledì 29 ottobre 2014

I suffissi di origine germanica nella lingua, onomastica e toponomastica italiana

"Il Guardingo" resti di torre longobarda
presso Montevarchi
Alcune considerazioni sul suffisso -LE si tratta di un suffisso diminutivo ancora oggi presente nella lingua tedesca nella forma di -LEIN che è sempre neutro e deriva dal suffisso antico alto tedesco -līn = piccolo, dialetto Schwäbisch -le = suffisso diminutivo come in Fazenettle, italiano fazzoletto. Tale suffisso è presente anche in molti toponimi della campagna toscana quali Caso-LE, Lamo-LE, Remo-LE, Selvo-LE, Luco-LENA sempre in aggiunta alla radice principale del nome. Con la stessa logica e la stessa origine usiamo nella lingua italiana il suffisso diminutivo -LINO: picco-LINO, bel-LINO. etc. Naturale che l'origine di questo diminutivo non sia latina in quanto il suffisso diminutivo latino più esteso è -ULO.

Diversa ma sempre germanica l'origine del suffisso -INO (dall' antico alto tedesco INNA = dentro, nel, all'interno, dialetto Schwäbisch, HINNE) usato nel senso di appartenenza, serve ad indicare persone che aderiscono ad un gruppo, a un'idea a un clan come nel caso di garibald-INO, ghibell-INO, juvent-INO, sessantott-INO nella forma singolare e -INI nella forma plurale. A tal proposito è interessante l'uso del suffisso -INI nell'onomastica italiana le cui radici sono altomedievali e fanno riferimento all'organizzazione della società longobarda composta principalmente da clan familiari che prendono il nome dal capostipite ma che poi si aprivano anche all'ingresso di altri componenti  non legati da vincoli di parentela ma di fedeltà e appartenenza è il caso per esempio del toscano Vannini (Wann -INI) cioé appartenente al clan di Wann, ancora oggi si usa in Toscana il cognome da nubile della sposa con l'aggiunta del NEI seguito dal cognome del marito. Altri esempi toscani tipici sono Gherardini (Gherard -INI) cioè nel clan di Gherard, Baldini (Baldo -INI), Bastianini (Bastian -INI), Benedettini (Benedikt -INI), Bertini (Bert -INI), Bettini (Bett -INI), Brancolini (Branko -INI), Brandini (Brand -INI), Chellini (Kell -INI), Gasperini (Kasper -INI), Landini (Lando -INI), Leandrini (Leander -INI), Lenzini (Lenzo -INI), Lorenzini (Lorenz -INI), Mannini (Mann -INI), Mazzini (Matz -INI), Stefanini (Stefan -INI), Tanzini (Tanz -INI) e così via all'infinito. Si vede bene che la radice è sempre il nome proprio germanico del mundualdo (vedi il post: "L'istituto del Mundio nella società longobarda") il che denota il retaggio della struttura sociale toscana altomedievale organizzata in clan e basata sul diritto longobardo. I cognomi con la forma finale in -INI sono per lo più diffusi in Toscana ed in Lombardia. Come si vede dalle mappe di distribuzione dei cognomi italiani tutti questi cognomi ed il relativo nome del capostipite sono riferiti ad alcune regioni ed addirittura province in particolare, ognuno può controllare il proprio: es. Lenzi (da Lenzo = primavera) Toscana in particolare Prato e Pistoia, Lenzini (nel clan di Lenz)  Pistoia ma non Prato. I cognomi sono proprio come le targhe delle automobili, in essi vi è inscritta l'origine della famiglia.

Lo stesso tipo di "assemblaggio" sulla base del patronimico può essere riferito al suffisso diminutivo -OC / -UC poi diventato -UCCI attraverso la forma arcaica -UCCHI. Dal proto-germanico *-ukaz, per esempio rudduc, ruddock, robin = piccolo rosso. Come in Godeoc re longobardo appartenente alla dinastia dei Letingi che nella seconda metà del V sec. condusse i Longobardi in Moravia.

Baldo > Balducchi > Balducci; Wann > Vannucchi > Vannucci

Altri suffissi patronimici di origine germanica sono quelli in -AZZI e -OZZI sulla cui formazione vale la pena di soffermarsi. L'onomastica patronimica germanica o nordica partiva dal nome o dal soprannome del fondatore del gruppo familiare, non di rado nei popoli di origine germanica il soprannome del capostipite veniva passato di padre in figlio diventando la prima forma di cognome europeo. Entrando in contatto con la società latina, romana o bizantina, generalmente come ufficiali ausiliari nelle legioni del tardo impero, per dare più lustro alla propria casata si latinizzava il proprio nome mediante il suffisso -TIUS che poi si trasformò nella forma attuale in epoca medievale. Questi suffissi patronimici sono diffusi principalmente in Toscana, Emilia e nella Bassa lombarda. vediamo quindi alcuni esempi di questa onomatica patronimica di matrice antica alto tedesca:

Bartol > Bartlotius > Bartolozzi; Wann > Wannotius > Vannozzi; Mann > Mannotius > Mannozzi; Bigo > Bigotius > Bigozzi; Zann > Zanatius > Zanazzi; Pal > Palatius > Palazzi; Fontan > Fontanatius > Fontanazzi; Bertold > Bertolatius > Bertolazzi; etc. etc.

I cognomi in -AZZI -OZZI sono tra i cognomi italiani più antichi. Per una lista dei nomi propri di origine germanica si veda il seguente link: "Liste deutscher Vornamen germanischer Herkunft"

Questi cognomi possono essere considerati patronimici e sono tutti di origine longobarda anche quando il nome è romano come nei toscani Paoli e Paol -INI, in quanto è documentato che i Longobardi cominciarono ben presto ad utilizzare nomi latini per i figli quando sposavano una donna romana. Per una donna longobarda era invece proibito sposare un romano. L'onomastica patronimica in Italia è solo germanica, le linee patriarcali dell'aristocrazia romana vennero interrotte e le terre requisite soprattutto nel periodo successivo alla morte di Alboino che va sotto il nome di Periodo dei Duchi. Successivamente con l'Editto di Rotari fu applicato il principio giuridico della personalità della legge: diritto germanico per i Longobardi e diritto giustinianeo per i Romani che sancì di fatto una società chiusa suddivisa in caste.

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giovedì 23 ottobre 2014

Le origini toscane della bandiera degli Stati Uniti d'America

Filippo Mazzei
Filippo Mazzei (1730-1816), conosciuto anche come Philip Mazzei, cadetto di una nobile famiglia toscana di proprietari terrieri originaria di Poggio a Caiano fu personaggio eccentrico e inquieto, viaggiatore del mondo, intellettuale e studioso, fu invitato da Thomas Jefferson, futuro presidente degli Stati Uniti, a piantare un vigneto nella sua residenza di Monticello.
Mazzei giunse in Virginia nel 1773 con un gruppo di agricoltori toscani per avviare in America la coltivazione della vite, dell'olivo e di altre varietà mediterranee. Ben presto con Jefferson di cui egli diventò amico e vicino di casa nacque un profondo sodalizio che durò tutta la vita condividendo gli ideali di libertà e uguaglianza che sono alla base della rivoluzione americana.
Nel 1777 Filippo Mazzei tornò in Italia, ufficialmente come imprenditore, in realtà era stato ingaggiato dallo stato della Virginia come agente segreto per procurare armi alla causa della rivoluzione americana. Frutto delle idee di Filippo Mazzei fu anche la prima proposta per la bandiera americana sulla base dello stendardo di Ugo di Toscana.

Ugo di Toscana (950-1001) della casata d'Arles fu margravio di Toscana dal 961 succedendo al padre Uberto di Toscana, un figlio naturale di Ugo d'Arles che fu re d'Italia dal 926 al 947. Ricordato da Dante nel Canto XVI del Paradiso, il suo stendardo era costituito da uno scudo rosso con tre pali d'argento, esattamente come riprodotto all'interno della Badia Fiorentina.

Badia Fiorentina
stendardo si Ugo di Toscana
Sulla base di questo stendardo Filippo Mazzei propose a Washington una bandiera con le sette strisce bianche e rosse orizzontali. L'idea piacque e durante il secondo congresso continentale del 1777 la bandiera venne adottata, ma con tredici strisce, quanti erano gli stati fondatori dell'Unione.

Una delle prime bandiere degli Stati Uniti d'America, 1777

Il serpente a sonagli ed il motto "non mi calpestare" erano ispirati ad una vignetta satirica disegnata da Benjamin Franklin e pubblicata sulla Pennsylvania Gazzette nel 1751 ed è uno dei primi simboli dell'indipendenza americana, le otto parti in cui è diviso il serpente rappresentano le altrettante colonie americane e loro necessità di unirsi per conquistare l'indipendenza dall'impero britannico. Il serpente a sonogli compare anche in quella che è considerata la prima bandiera americana in assoluto, la bandiera gialla detta di Gadsden del 1775.

Vignetta di Benjamin Franklin: "JOIN, or DIE", 1751
Bandiera di Gadsen, 1775
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martedì 21 ottobre 2014

I Longobardi al servizio dell'impero: le campagne in Siria contro i Persiani

Uno degli episodi meno conosciuti della storia de' Longobardi è la partecipazione di un grosso contingente di circa 60.000 uomini al soldo dell'imperatore Giustino II, nipote e successore del grande Giustiniano, nella guerra romano-persiana del 572-591.

Dopo la morte di Alboino, l'artefice della spedizione italiana, seguì un periodo assai confuso di anarchia e guerra fratricida per la successione che va sotto il nome di Periodo dei Duchi, in questo contesto storico una parte dei Longobardi si unì ad una spedizione organizzata in tutta fretta probabilmente partita da Ravenna nel 575 alla volta della Siria dove le truppe persiane avevano scatenato un'offensiva rompendo di fatto la tregua voluta da Giustiniano nel 545 che obbligava l'impero al pagamento di cospicui tributi ai Persiani, tributi che, ad un certo momento, l'impero non fu più in grado di elargire. Questi dilagando in Siria avevano già conquistato Apapea e la fortezza di Dara (573-574) lungo il confine romano-sasanide e premevano quindi sul margine orientale dell'impero.

Lungo e complesso il rapporto dei Longobardi con l'impero romano, il primo loro contatto con i Romani avviene durante la campagna di Tiberio oltre il Weser del 5 d.C. nella quale i Longobardi sembrano avere avuto la peggio, di loro Velleio Patercolo dice:
"Furono vinti i Longobardi, popolo addirittura più feroce della ferocia germanica. Da ultimo [...] l'esercito romano con le insegne fu condotto fino a quattrocento miglia dal Reno, fino al fiume Elba, che scorre tra le terre dei Semnoni e degli Ermunduri."
I Longobardi non dovettero attendere troppo per la rivincita: riorganizzatisi sulla riva destra dell'Elba, nel 9 d.C. essi furono tra le tribù che annientarono tre legioni romane, la XVII, la XVIII e la XIX, comandate da Varo nella più tremenda della sconfitte romane dai tempi di Canne, la battaglia della foresta di Teutoburgo che pose fine alle velleità espansive romane oltre il Reno. Da questo momento i Longobardi pur essendo un popolo esiguo di numero, cominciarono sempre di più ad assumere un importante ruolo tra le tribù della Germania Magna, come riportato da Tacito.
"Nonostante l'esiguità del loro numero e il fatto di essere circondati da nazioni molto potenti, derivano la propria sicurezza non dalla sottomissione o da tributi, ma dal valore in battaglia." 
Poi per un paio di secoli non abbiamo più notizie storiche certe, sappiamo però da Procopio che al tempo del loro stanziamento sulla riva destra del Danubio, in Pannonia, i Longobardi erano federati dell'impero e che pertanto godevano di una certa libertà d'azione.
"aonde costoro, lasciate le patrie sedi, stabilironsi dall'altra parte del Danubio non molto discosti dai Gepidi, ed anzi essi andaron facendo preda e schiavi per la Dalmazia e per l'Illirico fino al confine di Epidamnio. E poiché alcuni dei fatti schiavi erano riusciti a fuggirsene e tornarsene a casa, questi barbari diedersi a scorazzare per l'impero romano, come quelli che coi Romani erano confederati, e se mai alcuni dei fuggiaschi ivi riconoscessero, li catturavano quasi fossero schiavi loro domestici fuggiti via, e strappabili ai genitori li menavano seco alla propria casa, senza che alcuno di loro si opponesse."
e anche
"alcuni di essi prestavano servizio anche nell'esercito romano, ascritti fra i cosiddetti federati"
Decisiva la loro partecipazione al fianco dei Bizantini sotto il comando del generale Narsete nella battaglia di Tagina (552) presso Gualdo Tadino dove ebbero un importante ruolo nella disfatta dei Goti di Totila. Senza questa spedizione in Italia, e l'incontro con la bellezza del paesaggio italiano e la bellezza del suo clima, non sarebbe mai nato l'amore di questo popolo per questa terra.

Le fonti storiche sono particolarmente avare riguardo a questa spedizione dei Longobardi in Siria, l'unica fonte è la Historia Ecclesiastica di Giovanni di Efeso.
"Ma gli abitanti di Tela risposero, non possiamo arrenderci a voi (i Persiani, ndr) perché abbiamo ricevuto lettera che il Patrizio Giustiniano (pronipote di Giustiniano, figlio di Germano Patrizio, ndr) è già in marcia con sessantamila Longobardi"
Quindi i Longobardi combatterono in Siria contro i Persiani, la campagna fu anche l'occasione per alcuni duchi arimanni di mettersi in luce, tra questi Ariulfo che diventerà successivamente Duca di Spoleto (591-601) agli ordini del generale bizantino Giovanni Mystacon, come riportato da Teofilatto Simocatta, comandava l'ala destra dello schieramento imperiale che si scontrò con i Persiani nella battaglia alla confluenza dei fiumi Tigri e Nymphios nell'anno 582. Anche Nordulfo un nobile longobardo diventato poi generale bizantino si distinse particolarmente in queste campagne siriache al servizio dell'impero, tanto da guadagnarsi il riconoscimento imperiale di patricius.

I Longobardi erano sostanzialmente un popolo di guerrieri, non è un caso che essi venivano seppelliti con il loro corredo di armi, venivano educati alla guerra fin da bambini, Soprattutto nel periodo dell'anarchia dopo la morte di Alboino essi combattevano per denaro e spesso capitava che se non ricevevano le somme pattuite cambiavano parte combattendo ora per l'impero ora per il duca di turno, questo almeno fino alla stabilizzazione del regno compiuta da Autari.

Un popolo in armi che ci ha lasciato nel lessico della lingua italiana una grande quantità di parole inerenti all'arte della guerra (da werra), come guardia e guardare (da warda), arimanno (da hariman), elmo (da helm), elsa (da helza), fante (da fantho), gonfalone (da gundfano), sgozzare (da skiozzan) che significa uccidere, strale (da stral). Lo stesso nome Longobardi o Bardi deriva da una delle loro armi preferite, l'ascia da combattimento detta anche ascia barbuta, per il profilo della lama che assomiglia a quello di una barba.

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sabato 18 ottobre 2014

I Toscani sono la popolazione vivente con la maggiore percentuale di geni Neandertal

Con una percentuale del 4% i Toscani sono il popolo al mondo con la maggiore quantità di geni Neandertal nel loro genoma, lo dice uno studio condotto dall'antropologo John Hawks @johnhawks, le cui tesi sono state recentemente incluse in un documentario sui Neandertal dal titolo "Decoding Neandertals" trasmesso dalla rete americana no-profit PBS di cui condivido qui il link e del quale vi consiglio la visione, in quanto da una visione aggiornata di una ricerca che, seppur ignorata dai media mainstream per ovvie ragioni, è tuttora in pieno svolgimento.



La parte in cui si parla della popolazione della Toscana è a 44:02.

Che dire, in questo blog abbiamo dedicato molti post all'argomento: "Come scoprire il Neandertal che è in noi" e un altro che mette in relazione il DNA dei Celti con l'eredità genetica Neandertal: "Celti: possibile una discendenza dai Neandertal?"

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giovedì 9 ottobre 2014

Immunità genetica all'Ebola in Africa

I pipistrelli sono la riserva naturale dell'Ebola?
Le recenti notizie sull'Ebola si intrecciano sempre di più con gli studi sulla genetica delle popolazioni e quindi oggi andiamo nel cuore dell'Africa Nera per vedere se esistono prove di un'immunità genetica alla malattia. Si sa che l'Africa è la terra dalla quale col nome in codice di ADAM il primo uomo ha dato inizio al lungo percorso evolutivo dell'uomo sulla terra, ma contrariamente a quanto si pensi non tutta la moltitudine delle etnie africane sono autoctone del continente africano.

Un sorprendentemente alto numero di persone del Gabon potrebbe aver sviluppato un'immunità naturale all'Ebola. Anticorpi al virus sono stati trovati nel 15,3% delle comunità rurali, in queste aree non sono stati riscontrati fino ad oggi sintomi come febbri emorragiche o gravi attacchi di diarrea o vomito. I ricercatori dell'IRD (Institute de recherche pour le développement) hanno scoperto un gran numero di portatori sani nella popolazione gabonese anche nelle aree dove sono stati individuati dei focolai di Ebola. I ricercatori pensano che queste persone pur essendo entrate in contatto col virus, forse attraverso la frutta contaminata dalla saliva di una specie di pipistrelli, hanno tuttavia sviluppato gli anticorpi e non si sono ammalati.

Sono trent'anni che l'Ebola colpisce l'Africa centrale. Oggi i ricercatori pensano che i pipistrelli siano la riserva naturale del virus e possano contaminare l'uomo direttamente. Tuttavia l'esatto meccanismo di infezione per adesso sfugge. Questo studio "Possible natural immunity to Ebola?" getta nuova luce sulla diffusione dell'Ebola.

Maschera Fang - Louvre
Da questo studio noi sappiamo che una cospicua parte della popolazione gabonese ha sviluppato degli anticorpi al virus dell'Ebola. Come abbiamo visto nella premessa non tutte le etnie in Africa sono autoctone, infatti troviamo aree in cui è presente l'aplogruppo Y-DNA R1b che come sappiamo è di origine caucasica, quindi abbiamo quelle che si chiamano delle mutazioni di ritorno. Tra le popolazioni che compongono gli abitanti del Gabon abbiamo i Fang, un'etnia che si discosta dal punto di vista linguistico dai Bantu e che sostiene una discendenza dall'antico Egitto. Dal punto di vista genetico nell'etnia Fang è stata dimostrata la presenza dell'aplogruppo Y-DNA non africano R (compresi R1b e R1*) al 17% (Salas et al. 2002). Già Cruciani et al. avevano scoperto una firma genetica relativa ad una migrazione dall'Asia al Nord Camerun, si tratta di una subclade dell'apogruppo R non presente in Eurasia o in altre part dell'Africa tranne che in Egitto (13%, vedi Scozzari et al. 1999), ma in Camerun raggiunge il 40% della popolazione.

Ancora una volta ci imbattiamo in una correlazione tra gli aplogruppi genetici del cromosoma Y ed una diversa risposta immunitaria dell'organismo alle malattie.

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domenica 5 ottobre 2014

Etimologia di Brolo, Brolio, brogli e imbrogliare

Prima di parlare di questi interessanti etimi, occorre fare una premessa perché mi rendo conto che alcuni concetti potrebbero dare luogo a confusione. I Celti non sono una tribù o un popolo, i Celti sono una cultura, anzi la cultura che ha dominato l'Europa continentale dell'Età del Bronzo: dalle Alpi al Reno, dal Golfo del Leone alle coste del Mare del Nord. Senza i Celti l'Europa non sarebbe quella che conosciamo, la loro eredità culturale è evidente in molti popoli europei. I Longobardi sono un popolo germanico in cui il retaggio celtico è molto forte, lo è nella'arte dove i simboli e gli intrecci dell'arte celtica sono onnipresenti, lo è nella linguistica dove molte parole hanno un origine celtica come la parola marh (cavallo) e la stessa parola casa di cui abbiamo visto in questo blog l'etimologia. Un'altra caratteristica che lega i Longobardi ai Celti è di natura fonetica, la trasformazione del nome di Wodan (Odino) in Godan di cui si parla nella Historia Langobardorum di Paolo Diacono è tipica delle lingue gaeliche in cui la "w" tende a diventare "gw" o "gu", come nel toscano gualdo (bosco) da wald, guisa (modo, maniera) da wisa, guardia da warta e anche in Wido che diventa Guido. La mia tesi è che i Longobardi fossero una tribù gaelica finita poi in orbita germanica.

Quindi veniamo ai nostri etimi, si sa che col termine Bròlo nell'italia settentrionale ed in particolare nella Lombardia ma anche in Toscana si intende uno spazio verde cinto da mura all'interno del quale sono coltivati anche alberi da frutto. La parola fu utilizzata anche dai poeti del trecento col significato di corona, ghirlanda: "di gigli Dintorno al capo non facean brolo" (Dante); "Bieltà di fiori al crin fa brolo" (Poliziano). Questa parola arriva in Italia con i Longobardi, anche se la sua origine è celtica probabilmente dal gallico *brogilo- campo, orto recintato. Come longobardo è il toponimo Brolio nome dell'omonimo castello dell'antica famiglia Ricasoli. Il collegamento con l'italiano imbrogliare risale a quando a Venezia i senatori si mettevano sottobanco d'accordo per l'elezione del Doge proprio in un frutteto recintato da cui in- brolio, imbroglio. Come ebbe a scrivere Nicolò Tommaseo: “nell’antica Venezia tenevasi l’àmbito dei magistrati nelle piazze, che tuttavia diconsi Campi, che erano già con alberi (e segnatamente nel Campo dove è ora la chiesa e già il monastero di S. Zaccaria); da Brolo, voce viva nel Veneto, venne Broglio, nome non disonorevole, come l’àmbito dei Romani”.

Quindi possiamo dire il brolo è lo spazio archetipico che rimanda alla piazza italiana uno spiazzo circondato da alberi, dove la comunità s'incontra.

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