giovedì 20 febbraio 2014

Che fine hanno fatto i Goti? Parte 2, la toponomastica

"Fuera los Godos!" gridano ancora oggi gli abitanti delle Canarie agli spagnoli del continente. Dopo 1600 anni ci si riferisce agli spagnoli col nome di Goti, tanto è stata importante l'apporto delle popolazioni di stirpe germanica che sono migrate nella penisola iberica nel V secolo d.C. e hanno realizzato un vasto regno con una grande eredità culturale soprattutto dal punto di vista linguistico.

Nel precedente post sulle origini dei Goti, abbiamo visto come, dopo la fine del regno ostrogoto d'Italia e la caduta sul campo e la deportazione a Costantinopoli dei principali eredi delle famiglie nobili gotiche, il resto del popolo si integrò nella società longobarda probabilmente con un ruolo subalterno. I Longobardi furono tolleranti con tutte le popolazioni che avevano partecipato con loro all'avventura italiana, e permisero a Sassoni, Svevi e Bulgari di mantenere le proprie tradizioni, così fecero anche con i Goti. L'esistenza in Italia di necropoli gote e longobarde poste le une accanto alle altre, come nel caso di quelle di Collegno in Piemonte, testimonia una stretta affinità tra le due popolazioni.

La toponomastica ci rivela non pochi indizi dell'esistenza di insediamenti goti sul territorio italiano ed in particolare nell'Italia settentrionale. Nella sua Historia Langobardorum Paolo Diacono fa più volte riferimento ai Goti col termine Gothi che è la parola con cui i Longobardi chiamavano questo popolo, che è lo stesso termine usato da Tacito (Gothones), è però probabile che loro chiamassero se stessi Gut-þiuda, Gudthjod, Gutans, che significa letteralmente "il popolo di dio", Gudhūs, è "casa di dio", tempio. Le radici god- e gud- stanno ad indicare proprio toponimi che rivelavano l'origine etnica gotica degli abitanti, questa radice non rivela solo toponimi in Italia ma anche toponimi europei che sono disseminati lungo un "filo rosso" che ricalca le migrazioni dei Goti in Europa, dalla Lituania alla Galizia. In Italia troviamo toponimi di evidente origine gotica soprattutto nella Pianura padana aka Padania:  in Lombardia abbiamo Gudo Gambaredo nel comune di Bugginasco (-asco suffisso toponomastico germanico), Gudo Visconti, Goito in provincia di Mantova, Goido in quella di Pavia, in Emilia-Romagna troviamo Godi in provincia di Piacenza e Godo presso Ravenna; abbiamo anche una frazione Godo presso Gemona del Friuli.

Un altro utile indizio è nella diffusione del cognome Godi in Italia settentrionale (Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna) e la variante Goti in Toscana. Questi cognomi sono praticamente assenti nell'Italia centro-meridionale.

I Goti sono stati un fenomeno che ha lasciato tracce in varie parti d'Europa ovunque essi si sono stabiliti, sia nella toponomastica che nell'onomastica. L'influsso gotico è rinvenibile con le stesse modalità che abbiamo visto in Padania nella toponomastica della penisola iberica: Godos, Godiellos, Gudiel, Gudiellos, anche nell'onomastica: Guzman è un classico cognome di origine gotica (gōþs = buono + man = uomo). La toponomastica gotica è molto diffusa anche in Europa orientale ed in modo particolare nella Polonia meridionale: Godow, Godowa e nell'Ucraina occidentale Godoviche, Godomichi, Godovytsya, Godovo. Anche Gudas, Gutas, Gutans, Guttans, Gutten, Guttens sono cognomi chiaramente di questa origine.

Nel prossimo post prenderemo invece in esame la genetica di questo popolo e vedremo se è possibile, in base ai seppur pochi dati in nostro possesso, poter arrivare ad un modale che identifichi la firma genetica caratteristica di questo antico popolo.

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 

lunedì 17 febbraio 2014

L'Accademia della Crusca e l'etimologia della parola crusca.

L'Accademia della Crusca nacque tra il 1570 ed il 1580 ad opera di un gruppo di amici fiorentini che decisero di formare un circolo letterario. Col successivo ingresso nella cerchia di Leonardo Salviati, l'Accademia avviò un vero e proprio processo normativo sulla lingua prendendo a modello il volgare fiorentino degli autori del Trecento. Occorreva separare il fiore della lingua dalla "crusca", la parte "buona" cioè aulica della lingua dalla parte cattiva quindi grezza. Ecco il perché del nome e del simbolo dell'Accademia, il "Frollone" che è qui accanto raffigurato, ovvero l'attrezzo col quale si procedeva alla separazione delle granaglie.

L'efficace metafora del Salviati nasconde anche un indizio linguistico, se analizziamo l'etimologia della parola crusca, scopriamo che è identica alla parola gotica krūska che ha il medesimo significato. Il lemma è attestato anche nell'alto tedesco antico quindi era usato sia dai Goti che dai Longobardi. La cosa singolare è che non c'è alcuna altra lingua indoeuropea in cui compare questa parola per indicare la stessa cosa, si tratta quindi di un lemma evidentemente introdotto nel periodo dei regni barbarici d'Italia. In quegli stessi anni, intellettuali fiorentini come il Bembo prima ed il Varchi poi si interrogavano sulle origini per loro talvolta oscure della nostra lingua, che non riuscivano a collegare all'eredità dei classici latini e greci e su cui abbiamo scritto in altri post presenti in questo blog: "L'elemento linguistico longobardo nella lingua italiana", "La lingua longobarda nel toscano", "Il superstrato longobardo nella lingua italiana".

Comunque che la più importante organizzazione a tutela della lingua italiana abbia nel proprio nome una parola gotica è davvero intrigante, chissà se lo insegnano al liceo classico ....

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 

sabato 15 febbraio 2014

L'etimologia della parola sculo nella lingua toscana

Oggi giochiamo un po' con le parole e con quelle più popolari è ancora più divertente e spesso ci portano a capire davvero le radici più profonde di una lingua e di un popolo. Per capire l'etimologia della parola toscana sculo, che per chi non lo sa significa sfortuna, mala sorte, bisogna partire da un testo sacro scritto nel IV secolo d.C.. Tra le testimonianze scritte della lingua gotica abbiamo infatti la preghiera del Padre nostro che fu tradotta dal greco dal vescovo goto Wulfila (lupacchiotto), per fare questo egli dovette creare un alfabeto nuovo di zecca per adattare alla scrittura i suoni particolari della lingua gotica. Il grosso delle lettere erano prese dalla lingua greca e latina, ma Wulfila aggiunse anche due segni dall'antica scrittura dei popoli nordici, la scrittura runica. 
Pater noster gotico (Mt. 6,9-13) [traslitterazione] 
Atta unsar þu in himinam, weihnai namo þein,
quimai þiudinassus þeins, wairþai wilja þeins,
swe in himina jah ana airþai.
Hlaif unsarana þana sinteinan
gib uns himma daga,
jah aflet uns þatei skulans sijaima,
swaswe jah weis afletam þaim skulam unsaraim,
jah ni briggais uns in fraistubnjai,
ak lausei uns af þamma ubilin;
unte þeina ist þiudangardi
jah mahts jah wulþus in aiwins.
Amen.
Nel testo compare la parola gotica skula (protogermanico skulō) che nella lingua gotica significava sia debitore che peccatore, portatore di colpe, skuld erano i debiti, i peccati, il verbo era skulan, che significava avere debiti, essere colpevole ma anche dovere essere obbligato a fare una cosa. Questo doppio significato permane anche nel tedesco moderno nella parola Schuld. Ecco quindi che nel toscano è rimasta questa parola della lingua gotica ad indicare la condizione di mala sorte, sfortuna, destino avverso. Per inciso la stessa parola nel romanesco significa l'opposto cioè fortuna, ma questa è tutta un'altra storia.

Dallo stesso etimo deriva la parola italiana scolo, cioé la gonorrea una delle malattie sessualmente trasmesse più diffuse al mondo. Scolo deriva dall'antico alto tedesco scolo, ossia una persona che è colpevole per qualcosa, si riteneva infatti che tale malattia colpisse chi aveva commesso peccato o adulterio.

Fonti linguistiche: wikiling, Braune/Ebbinghaus, Althochdeutsches Lesebuch, Max Niemayer Verlag Tuebingen

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 

mercoledì 12 febbraio 2014

Le fibbie dei Goti

I Goti si caratterizzavano per indossare sontuose fibbie, generalmente in argento, finemente cesellate con motivi decorativi celtici e talvolta incastonate con gioielli. Per questo popolo la fibbia era spesso l'oggetto personale più prezioso, il suo valore si arricchiva di un significato protettivo e scaramantico, richiamando i simboli mitologici e sciamanici della tradizione germanica. Riccamente lavorate, queste fibbie raccontano l'epopea di un popolo che nella sua migrazione per l'Europa entra in contatto con tante culture differenti, l'influsso delle quali è chiaramente riscontrabile in questi splendidi manufatti. Si va dall'immagine dell'aquila, animale totemico della cultura gotica, alla svastica, antichissimo simbolo indoeuropeo (dal sanscrito svastika = portafortuna) mediata attraverso i popoli delle steppe pontico-caspiche.

Di seguito vediamo alcuni esempi di fibbie ostrogote, quando è stato possibile ho inserito i riferimenti relativi al luogo di ritrovamento.

Fibbia ostrogota in argento con aquila - Crimea - Ucraina VI -VII sec.
The Metropolitan Museum of Art
Fibbia ostrogota in argento e granati - Italia VI sec.
Fibbia ostrogota in argento e granati - prima parte del VI sec.
Fibbia ostrogota in bronzo con svastica - VI sec.
(sanscrito suasti-ka = che fa stare bene)
The Cleveland Museum of Art

Fibbia ostrogota ritrovata in una tomba del Nord Italia - VI sec.
Lamina di rame decorata con la tecnica del Cloisonné
The British Museum

Fibbia ostrogota ritrovata a Oradea in Transilvania V sec.
Argento dorato, granati e pasta di vetro
The Walters Art Museum - Baltimora

Fibbia ostrogota in argento e granati - Crimea - Ucraina VI -VII sec.
The Metropolitan Museum of Art

Fibbia ostrogota in bronzo e granati - VI sec.
The Cleveland Museum of Art

Fibbia ostrogota in oro e vetro con svastica, VI sec.
(sanscrito suasti-ka = che fa stare bene)

Fibbia ostrogota ritrovata a Oradea in Transilvania V sec.
Argento dorato, granati e pasta di vetro
The Walters Art Museum - Baltimora 

Fibbie ostrogote in bronzo e granati - VI sec.
Slovenia

Francobollo delle deutsche Bundespost con fibbia ostrogota - VI sec.


Fibbia ostrogota - Globalsnitz (Carinzia)

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 

domenica 9 febbraio 2014

La simbologia del numero 8 (otto)

Stella di Ishtar - Venere
La  stella ad otto punte è un simbolo che troviamo in molte culture, ed in particolare in quella caucasica armena e azera, è anche rappresentata nella bandiera dell'Azerbaigian. La sua simbologia si richiama ai quattro elementi della natura ed all'alternarsi delle stagioni con i solstizi e gli equinozi.

Il simbolo è legato sin dall'antichità all'osservazione del pianeta venere. Gli astronomi babilonesi avevano notato che il pianeta, così luminoso da apparire una stella, talvolta poteva essere visto nella stessa posizione del cielo nello stesso giorno al mattino ed alla sera. Questo raro evento accadeva ogni 8 anni. Questa origine astronomica richiama il femminino sacro nel culto della babilonese Ishtar, che corrisponde alla dea venere, e alla madre terra della cultura pagana celto-germanica. Otto erano anche le porte della città di Babilonia che era allora considerata il centro del mondo conosciuto.

La stella ad otto punte richiama la forma geometrica dell'ottagono: sovrapponendo due quadrati uguali, dei quali uno è ruotato rispetto all'altro di 45 gradi e congiungendo le punte si ottiene infatti un ottagono. Quindi si potrebbe dire che l'ottagono è la forma di transizione tra il quadrato (la terra) ed il cerchio (il cielo), due forme geometriche in qualche modo inconciliabili.

Nella simbologia cristiana rappresenta la forza delle redenzione, e la purificazione dello spirito attraverso il battesimo e la resurrezione. La forma ottagonale si ritrova così nell'architettura romanica degli antichi battisteri: sono a pianta ottagonale i battisteri di Parma, Cremona, Firenze, Pistoia, Volterra, Ascoli Piceno ed il battistero degli ariani a Ravenna. La vasca centrale per l'immersione aveva una forma ottagonale e questo aveva un notevole valore simbolico. Immergersi nella vasca ottagonale è un po' come entrare in uno spazio di passaggio sospeso tra la finitezza delle cose mondane rappresentata dal quadrato e la perfezione e completezza divina del cielo/disco solare rappresentato dal cerchio. Anche nei vangeli il numero otto è legato alla resurrezione: Cristo risorge l'ottavo giorno della settimana, quello dopo il sabato che per gli ebrei è il settimo giorno.

Stemma di Papa Francesco
Stemma della città di Fiesole
La stella di Ishtar è presente nello stemma comunale della città di Fiesole assieme al primo quarto di luna crescente (luna umida), una simbologia quindi tutta rivolta al femminino sacro celebrante i culti ancestrali della madre terra.

La stella a otto punte ricorre spesso anche nell'araldica ecclesiale e simboleggia la Vergine Maria. Il simbolo è stato anche adottato recentemente nello stemma pontificio di Papa Francesco.


Basilica di San Vitale a Ravenna - Melchisedec offre il vino e il pane
sull'altare è impresso il suo sigillo

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 

sabato 1 febbraio 2014

L'etimo celto-germanico marh = cavallo nella lingua italiana

Francobollo, Svezia, 1973 - bassorilievo di cavallo
Stora Hammars - Isola di Gotland - Svezia
Oggi torniamo su un lemma che ritengo sia davvero significativo per dimostrare quanto l'eredità culturale celto-germanica sia profonda anche nella lingua italiana.

Come abbiamo visto nella sezione di questo blog dedicata ai toponimi di origine longobarda, la parola longobarda marh che significa cavallo è alla radice del toponimo Maremma, che quindi significa terra dei cavalli. La Maremma infatti è da sempre la terra dei cavalli che vi vivono ancora oggi allo stato brado e dove si è sviluppata la razza equina chiamata appunto maremmana. Una razza che si distingue per le doti di resistenza alla fatica, alla sete e caratterizzata da un temperamento vivace.

La parola longobarda marh (gotico marhs) potrebbe essere di origine celtica, uguale nel bretone marh, molto simile nel gallese march, nell'irlandese e nel gaelico marc, ma è presente anche nelle lingue germaniche: nell'antico inglese è mere col significato di cavalla da cui deriva la parola nightmare (incubo) resa celebre dalla saga di Fred Krueger, antico norvegese merr, antico frisone merrie, olandese merrie, antico sassone meriha. Nella cultura nordica e baltica questo antico etimo è entrato nel folklore ad indicare quegli spiriti maligni responsabili degli incubi, antico norvegese e svedese mara. Il collegamento tra il significato di cavallo e gli incubi nella mitologia germanica non è chiaro, probabilmente potrebbe essere legato ad un'antica leggenda.



Per tranquillizzare tutti coloro che ritengono che questo blog sia frutto di tendenze proto-linguistiche, ovvero di lingue ricostruite artificialmente in quanto il longobardo non avrebbe lasciato testimonianze scritte, dico subito che l'etimo mahr fa bella mostra nell'Editto di Rotari che si occupa non solo delle dispute legate ai cavalli ma anche della loro cura, nell'editto si parla infatti di marhworf che era la caduta da cavallo provocata da altri.

Nella lingua italiana l'etimo marh compare nelle parola maniscalco (longobardo / gotico marhskalkmarh=cavallo + skalk=servo), maresciallo ha la stessa etimologia ma è una parola prestata dal francese, nella parola marcia (tedesco moderno marsch) e nel verbo marciare. Ma la parola più importante derivata da questo antico etimo è senz'altro marchio, la marchiatura a fuoco dei cavalli risale ad epoche antichissime ed era un'esigenza molto importante essendo questi animali spesso il più importante bene posseduto e quindi doveva essere impresso un segno in modo da risalire in modo inequivocabile al proprietario. Il segno con cui veniva marchiato il cavallo aveva anche valenze magiche e scaramantiche.

Con questo significato il lemma è presente in quasi tutte le lingue moderne. Nel francese démarrer che significa "avvio" deriva da questa radice attraverso la lingua parlata dai Franchi.

In onomastica ritroviamo l'etimo marh in alcuni cognomi diffusi nell'Italia centro-settentrionale, come il Marsi lombardo e friulano ed il Marzi toscano, la rotazione consonantica della s in z è un classico nel passaggio dai dialetti settentrionali a quelli toscani.

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...