mercoledì 10 settembre 2014

La storia della regina Teodolinda (Parte 2)


Autari e Teodolinda
Autari cavalcava veloce. Il vento nei capelli lo faceva sentire più vivo e felice che mai. Lo sguardo di Teodelinda lo aveva colpito dritto nel cuore. Era bastato solo uno sguardo dolce e forte di quella meravigliosa creatura a farlo innamorare. Sfrecciava tra i boschi, per le verdi valli alpine, pensando già al momento in cui l’avrebbe finalmente rivista.

Arrivò a Pavia: “Federico, Jacopo, Riccardo, venite subito! Anche tu, Rosmunda, mia vecchia nutrice voglio festeggiare.”

I guerrieri e Rosmunda si guardarono negli occhi, stupiti per il comportamento alquanto insolito del loro re. “Forza, non restate lì impalati! Vi ho detto che voglio festeggiare con tutto il popolo. Chiamate i cantori, fate cucinare oche, cinghiali e capretti...”

“Ma sire, che cosa...”

“Sono o non sono il re? Questi sono ordini!”

I ragazzi corsero a dare gli ordini nelle cucine, mentre Rosmunda stette lì immobile di fronte al suo figlioccio, con lo sguardo severo.

“A me, Autari, non la dai a bere. Cosa c’è di tanto importante da festeggiare? Hai forse vinto un’altra battaglia contro quei Franchi? Credi che occorra festeggiare quando si versa sangue umano? Adesso che sono andati tutti, a me lo puoi dire. Cos’è tutto questo mistero?”

Autari si divertiva a vedere Rosmunda così preoccupata e continuava a non dire nulla, facendo sempre di più il misterioso.

“Autari, perchè non mi rispondi? Ti ho cresciuto come mio figlio, dalla morte di tua madre. Non mi interessa se sei re!”

“Cara Rosmunda, ti preoccupi sempre. Quando combatto, vai a pregare il tuo Dio perchè hai paura che mi accada qualcosa.” E la strinse in un abbraccio affettuoso, mentre alcune lacrime furtive, gli scesero dagli occhi verdi.

“Rosmunda, stai per avere una regina!”

L’espressione sul volto della donna ad un tratto si trasformò, da tesa e preoccupata che era, Rosmunda sorrise e poi scoppiò in pianto. “Autari, mio sire, ragazzo mio! Ho pregato tanto che venisse questo momento. Io sto per andarmene e tu hai bisogno di qualcuno che ti curi, che ti ascolti e che ti ami.”

Senza aggiungere nulla, uscì dalla stanza, asciugandosi le lacrime con un lembo del vestito e si avviò verso le cucine per dirigere i preparativi della festa.

***

Accadde che dopo qualche mese Garipaldo, il padre di Teodolinda, si trovò in gravi difficoltà a causa di un’invasione dei Franchi. Il re di Bavaria, temendo per la sorte dei figli li mandò entrambi a rifugiarsi in Italia dove, così, Teodelinda avrebbe potuto celebrare il matrimonio con il suo promesso sposo. Autari alla notizia che Teodolinda stava per raggiungerlo, non volle aspettare che arrivasse a Pavia e le andò incontro in un luogo chiamato Campo dei Sardi, che si trova sopra Verona, per celebrare lì le nozze.

Autari stava ritto sul suo cavallo in abito nuziale. Era circondato dai suoi fedeli guerrieri e dietro di lui stava il cerimoniere. Tutto era pronto per l’arrivo dei Bavari, quando ad un tratto vide da lontano la polvere alzata dai cavalli. Lo sguardo duro di Autari nascondeva in realtà una profonda commozione e felicità per il suo arrivo.

La truppa arrivò con alla testa lei, sul suo cavallo nero. Indossava un abito sovrastato da un mantello rosso ed un lungo velo sui capelli sciolti, fermati da un diadema d’oro. Alle orecchie portava due corniole incise, ricordo di sua madre. Altera, ma sorridente, scese sicura dal suo cavallo e si fermò di fronte al suo promesso sposo.

Era lui. Era il giovane guerriero che aveva visto qualche mese addietro. La nutrice aveva ragione e il suo cuore non l’aveva tradita. Riuscì a stento a trattenere la felicità che le riempiva il cuore. Lui le corse incontro, con il cuore in gola per l’emozione. Avrebbe dovuto limitarsi ad un baciamano, invece la prese forte per le spalle e la baciò sulla fronte. “Salve, mia sposa” disse Autari “Salve” rispose lei e si avviarono fianco a fianco verso il cerimoniere di nozze. La festa durò fino a tarda notte, danze, balli canti, vini e cibi di ogni genere allietarono quel giorno.

Tra i tanti duchi Longobardi alle nozze, era presente anche Agilulfo, lontano parente di Autari che, assentatosi per i bisogni corporali, per poco non fu colpito da un fulmine. Un servitore del seguito che aveva la fama di indovino diabolico, vide la scena dello scampato pericolo e gli disse: “Questo fulmine, è un segno divino. La donna che ora sposa il tuo re, tra non molto sarà tua moglie!” “Sparisci! O ti farò tagliare la testa per l’idiozia che stai dicendo” e quegli rispose “Io dirò anche idiozie ma ciò che ho detto si avvererà” e se ne andò.

I due ragazzi erano felici. Lei lo accompagnava alle visite reali e al controllo dei territori di confine, insieme, poi, cavalcavano ore ed ore, alle volte dormendo all’addiaccio coperti solo dal loro mantello. Parlavano di tante cose: lei parlava a lui di arte e di filosofia, dell’Oriente, lui le parlava delle sue battaglie, delle conquiste e dei suoi progetti di espansione del regno.

Un giorno, durante una passeggiata passarono di fianco ad una piccola chiesa di pietra. Lei, si fermò di colpo, silenziosa, scese da cavallo ed entrò. L’interno era spoglio, non c’era nemmeno la porta. Solo un grande Crocifisso se ne stava là in alto, a dominare l’abside.

Teodolinda proseguì piano verso il Crocifisso, si inginocchiò e disse:“Oh, Signore ti ringrazio!”

Autari rimase impietrito. Lei non gli aveva mai detto di essere cristiana. Lui aveva a lungo contrastato il papa ed aveva combattuto contro i cristiani, ma ora non avrebbe potuto adirarsi con lei. La dolcezza del suo viso e la sia devozione lo avevano rapito, così, piano piano entrò e, senza sapere neanche il perchè le si mise di fianco, si inginocchiò anche lui e le strinse forte la mano.

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