lunedì 1 settembre 2014

La storia della regina Teodolinda (Parte 1)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo a puntate la storia della regina Teodolinda di Matilde Ercolani che qui ringraziamo sentitamente per il gentile contributo.


Nell’anno 569 d.C. il popolo Longobardo varca le Alpi Giulie. L’Italia è distrutta dalla guerra Gotica che è durata 20 anni, ovunque c’è desolazione e povertà. Nonostante questo, il popolo nomade, proveniente dal nord-­‐est europeo, trova accogliente il nostro paese e decide di stabilirsi via via nei territori che occupa ed ecco che in pochi mesi conquista quasi tutta l’Italia del nord ed arriva fino a Pavia, la futura capitale.


Autari e Teodolinda

Raffigurazione della regina Teodolinda
Cappella di Teodolinda del Duomo di Monza
È l’anno 589 d.C., il re dei Longobardi è il giovane Autari. Le lotte e le guerre sono all'ordine del giorno; è il Medioevo sconosciuto, scrigno della storia, che racchiude bellezze che sta a voi scoprire e gustare come una fiaba.

Lo scalpitio dei cavalli della schiera di Autari risuonava cupo nella valle. I monti irti di abeti cominciavano a restringere il paesaggio come per inghiottire la strada ed il riflesso del sole al tramonto tingeva di rosa i campi candidi di neve. Il re cavalcava silenzioso alla testa dei suoi soldati; quello scenario risvegliava in lui le inquietudini delle ultime battaglie contro i Franchi, suoi nemici di sempre, e le sospirate alleanze che avrebbe potuto stringere con qualche regnante, sconfiggendoli così una volta per tutte. Si cominciava a vedere in lontananza la pietra scura delle case della città: in mezzo si ergeva maestoso il maniero di Eoino, duca di Trento.
“Forza! Tra poco farà buio” -­‐ disse Autari voltandosi indietro verso i suoi che cominciavano a dare i primi segni di stanchezza.
Arrivarono al castello quando uno spicchio di luna iniziava a scorgersi dietro la cima più alta. Furono accolti da tutta la corte e un menestrello con un suono di corno annunciò al duca l’arrivo della truppa.
“Caro Autari, quanto tempo!” -­‐ disse Eoino -­‐ “Ma adesso dovrei chiamarti sire”.
“Sono venuto a trovare un vecchio amico.” -­‐ disse Autari sorridendo -­‐ “ Dimmi piuttosto come vanno le cose quassù, a parte il freddo, ovviamente...”
“Va tutto bene. A proposito vorrei presentarti...
Appena dietro al duca si scorgeva una figura femminile, esile, quasi diafana. Aveva lo sguardo timidamente abbassato. Si fece avanti.
.... vorrei presentarti mia moglie”-­‐ disse Eoino.
“Il mio nome è Manigunda, Sire” -­‐ disse la ragazza facendo un profondo inchino.
“Duchessa.” -­‐ disse Autari accennando con il capo -­‐ “Da dove venite?” “Vengo dalla Bavaria, sire”.
Lo sguardo vuoto e distratto di Autari spinse Eoino a riprendere in mano la conversazione.
“E tu, quand’è che prendi moglie e dai un erede ai Longobardi? Così la finirai con la politica e le battaglie.” -­‐ disse Eoino sorridendo -­‐ “Non dirmi che non hai nessuna donzella che ti fa gli occhi dolci. Sei il più giovane re che abbiamo mai avuto, sei bello, intelligente e coraggioso. Cosa potrebbe volere di più una donna?”
“Vorrebbe un marito innamorato”. -­‐ rispose freddamente Autari.
“Anche Teodolinda, la sorella di mia moglie, non ne vuole sapere di prendere marito. Sempre in mezzo ai suoi cavalli e ai suoi boschi, dice di non sentirsi tagliata per fare la moglie. Vive con suo padre Garipaldo, sovrano dei Bavari.”
Autari conosceva la fama di questo re. Sapeva che pochi mesi addietro aveva combattuto contro i Franchi ed era riuscito a rimandarli a casa a mani vuote. Forse un’alleanza con lui avrebbe significato una sicurezza in più per il regno, stretto in una pericolosa morsa tra Bizantini, papato e Franchi.
La conversazione continuò ancora per poco, dopodichè un servitore di Eoino accompagnò Autari nella stanza che gli era stata riservata. Egli entrò, si levò l’ampio mantello e depose le armi.
Una sorta di inquietudine invadeva il suo animo. Autari aprì la porta che dava su una vasta terrazza illuminata da grandi torce, respirò profondamente, e il freddo pungente lo rinvigorì. Restò per qualche minuto affacciato a contemplare la valle che si stendeva davanti ai suoi occhi, illuminata a tratti dalle luci della case dei contadini e dalle poste dei cavalli. Il silenzio lo avvolgeva, egli sentiva solamente il crepitio delle torce. Gli tornarono alla mente ricordi della sua infanzia vissuta non come gli altri bambini ma sempre in mezzo a cavalli e guerrieri, scappando da una terra all’altra, senza una fissa dimora. L’adolescenza, poi, gli aveva portato ancora solo battaglie, al fianco del padre che era morto prematuramente. Giovanissimo, aveva preso in mano il potere. Non aveva mai condiviso le sue gioie e i suoi dolori con nessuno, solo con i suoi soldati. Dopo quei ricordi si sentiva ancora più solo. Rientrò nella stanza e si addormentò.

L’indomani, prima di scendere al cospetto del duca, chiamò a sé due dei suoi soldati:
“Federico, Jacopo, siete i migliori e di voi mi posso fidare. Dovete partire subito. Andate in Bavaria e dite al re Garipaldo che chiedo la mano della sua figlia maggiore”.
“Ma, sire... “ -­‐ disse Federico -­‐ “non vi sembra di aver preso una decisione un po’ affrettata?” “Io sono il re.” -­‐ disse -­‐ “Andate, vi aspetterò a Pavia.”
I soldati partirono e Autari, senza dire nulla, andò da Eoino, e dopo il pranzo si licenziò con la scusa che aveva un affare urgente da sbrigare con il duca di Piacenza.
Passarono i giorni e Autari attendeva con impazienza, nel suo palazzo di Pavia, il ritorno dei suoi due guerrieri. Se ne stava ore e ore sulla torre, guardando insistentemente la strada da dove sarebbero arrivati. Finalmente, un giorno, scorse da lontano la polvere sollevata dai cavalli di Jacopo e Federico che si dirigevano verso il Castello. Garipaldo aveva acconsentito al matrimonio.
Decise, allora, di andare lui stesso dal Re sotto false spoglie, facendo finta di essere un messo con il compito di riferire sull’aspetto della principessa. Partì veloce sul suo cavallo, spinto dalla bramosia di conoscere il suo futuro alleato e suocero e di vedere la sua promessa sposa. Durante il viaggio l’animo di Autari era pervaso da un’inquietudine insolita. Aveva deciso di prendere moglie. Avrebbe preferito sceglierla, avrebbe voluto prima innamorarsi, come era successo per i suoi genitori, ma, alle volte le necessità politiche stanno al di sopra dei sentimenti. Il suo regno aveva bisogno di un alleato potente e il padre di Teodelinda lo era. Dopo qualche giorno Autari arrivò alla corte di re Garipaldo:
“Salve sire, mi chiamo Federico. Sono stato mandato da re Autari per conoscere vostra figlia, affinché lui possa mandarle i doni più adatti. Il mio re desidera anche che vostra figlia mi porga una coppa di vino così che io possa riferirgli sulla sua grazia e dolcezza”
“Dite al vostro re che mia figlia Teodolinda sarà felicissima di diventare sua moglie e di porgere a voi la coppa di vino”
Il re mandò a chiamare la ragazza che fino a quel momento non aveva voluto, a causa della sua testardaggine, scendere al cospetto dell’ospite. Scese le scale e, arrivata nella sala, fece prima un inchino al padre poi, con lo sguardo abbassato, porse la coppa di vino ad Autari il quale rimase senza parole.
Teodolinda era alta, florida, portava i lunghi capelli biondi raccolti sulla nuca da una ghirlanda di velluto verde, aveva gli occhi nocciola e le guance vellutate e rosee come una pesca. Il suo dolce sguardo e le sue movenze lo avevano rapito. Aveva le mani affusolate e con la grazia di una farfalla porse al falso Federico la coppa di vino, accennando un saluto. Lui dimenticò i calcoli, la politica, le alleanze e le battaglie, e fece nella sua mente e nel suo cuore posto a quella meravigliosa creatura, avrebbe voluto dirle qualcosa, rivelare chi era ma non poteva farsi riconoscere e le sfiorò di nascosto il viso con la mano accarezzandole il collo.
Lei rabbrividì e arrossì, non comprendendo il gesto ed, imbarazzata, si licenziò dagli invitati e corse dalla nutrice a raccontarle cosa era successo.. “Ho pensato fosse lui il mio re, così bello e gentile!” -­‐ disse Teodolinda alla nutrice -­‐ “Credo che serberò lo sguardo di quel giovane nel mio cuore per molto tempo, fino a che non conoscerò re Autari”.
“Cara Teodolinda, se quel ragazzo non fosse il re in persona non avrebbe neanche osato toccarti”.
Teodolinda si diresse verso la finestra seguendo con lo sguardo il cavallo di Autari che lentamente scompariva dietro la collina. All’improvviso, seguendo l’impulso scese di scatto nelle stalle, prese il suo cavallo e corse veloce, lo avrebbe voluto raggiungere, non poteva rimanere troppo tempo con il dubbio che quel giovane non fosse il suo futuro sposo. Prese una scorciatoia ma, arrivata ai margini della foresta, si fermò e lo guardò andarsene da lontano: il suo cuore le diceva che era lui il futuro padre dei suoi figli.

Fine prima parte, continua ...

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