martedì 27 maggio 2014

I germanismi di registro basso nella lingua italiana: l'etimologia di figo / figa e l'etimologia di cazzo

Avvertenza per i lettori e per il supporto: alcune parole volgari contenute in questo post sono solo a scopo di ricerca linguistica e divulgativa.

La ricostruzione filologica di una lingua scomparsa è cosa assai complessa, serve una buona dose d'intuito ed un orecchio molto sensibile per gli accenti. In quest'opera di ricostruzione è facile essere tratti in inganno, le lingue indoeuropee hanno tutte una comune origine che si perde nella notte dei tempi. La lingua longobarda ha influenzato moltissimo il nostro lessico e la parlata popolare (registro basso), il latino invece ha influenzato maggiormente il linguaggio aulico (registro alto), non è un caso che le parole italiane più triviali (registro volgare e gergale) abbiano un origine alto-medievale.

L'etimo figo è molto diffuso al nord e deriva dal longobardo fagar, antico sassone fagar, norreno fagr (la lingua parlata dai vichinghi) che significa bello, fagari significa bellezza, fagran in norreno il tutto attraverso una radice gotica fagrs, generalmente l'origine gotica esclude uno scambio col latino, in quanto il gotico è la lingua germanica più antica.

Altra parola clamorosamente barbarica, di cui viene proposta la rocambolesca quanto errata etimologia al seguente link, deriva invece dalla parola longobarda kazzo, antico alto tedesco kazzo, (il gatto) e kazza (la gatta), tedesco moderno Katze, animale che i Longobardi amavano soprattutto se servito a tavola.
L'estensione del significato è dovuta a due fattori: alla sua coda, infatti nel tedesco moderno la parola Schwanz, coda, ha un doppio significato che dipende dal contesto nel quale la si usa e alla parola complementare che indica l'organo sessuale femminile: MöseMuschiMusche, Mutze, Mutz (topa).

Come è stato splendidamente argomentato nel seguente blog:
La voce, ovunque testimoniata nella penisola italiana, è stata recentemente ricondotta ad etimologia germanica: "Fra i numerosi termini relativi alle parti del corpo o simili entrati in italiano dal germanico (anca, fianco, ghigno, grinza, groppa, guercio, nocca, magone, milza, schiena, stinco, strozza, zanna, zazzera, zinna, zizza) si potrebbe considerare anche l'espressione popolare più diffusa per l'organo sessuale maschile, cazzo. La doppia -zz- interna giustificherebbe foneticamente l'ipotesi che vederebbe una derivazione dal tedesco [o da analoga voce germanica] katze (gatto), considerando la coppia oppositiva 'topa' (Mäuse), organo sessuale femminile, katze maschile, con naturale ricerca del primo da parte del secondo" (Sandra Bosco Coletsos, "Le parole del tedesco", Garzanti, Milano, 1993, p. 76) (Fonte : Sopravvivenze longobarde e germaniche nell'Alto Reno e nel Pistoiese)


zzo, gatto - latino felis - tedesco Katze

Il gatto, animale pressoché inutile nella fattoria, aveva quindi una connotazione negativa che resta ancora in alcune aree di lingua tedesca. Nel Dizionario dei modi di dire della lingua parlata dagli Svevi del Danubio (donauschwäbischen) si dice "Des is for die Katz" che significa "non serve proprio a niente", un po' come noi diciamo "Manco per il kazzo!", frase in effetti oscura che acquista però un significato evidente se traduciamo kazzo con gatto.

Fonti linguistiche: Köbler, Gerhard, Althochdeutsches Wörterbuch, 1994; Hans Gehl, Wörterbuch der donauschwäbischen Lebensformen

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venerdì 23 maggio 2014

Le radici germaniche della lingua italiana: l'etimologia di cispa / cispe

Sapete cos'è la cispa? È quella sostanza collosa prodotta dalla congiuntiva che resta sugli occhi quando ci svegliamo. Controllo in giro e quando trovo "di etimo incerto" so di avere colpito nel segno. La cispa nel vocabolario italiano ce l'hanno portata i nostri amici Longobardi attraverso il toscano. Come sempre bisogna rintracciare la radice germanica che è kliban, rimanere, restare attaccato che è alla radice del tedesco moderno bleiben (restare) e kleben (incollare), svedese klibba (bloccato, incollato), alto tedesco antico chieipan, kleiban, il tutto da un'antica radice indoeuropea gʰais- (restare attaccato) presente anche nel baltico (Pokorny).

Sono davvero molte le parole di derivazione longobarda nella lingua italiana che riguardano il nostro corpo, ricordiamo qui: anca, guancia, nocca, buzza (pancia), naso, bazza (mento), lonza, milza, schiena. mago (stomaco), strozza (gola). stinco. Questo perché la lingua italiana si è formata in seguito alle invasioni barbariche, col lessico profondamente influenzato dal superstrato linguistico longobardo e dalla matrice alto tedesca antica. Oggi a queste aggiungiamo anche la cispa prodotta dagli occhi.

Esiste anche un estensione del termine, si dice infatti "sei un po' cisposo" per indicare una persone assonnata, si dice anche "essere nelle cispe" per dire non completamente sveglio, operativo. Credo che anche il temine Cicisbeo derivi da questa radice, la figura settecentesca del cavalier servente era di fatto appiccicata alla sua dama.

Fonte: Köbler, Gerhard, Althochdeutsches Wörterbuch, 1994

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giovedì 22 maggio 2014

Capire gli aplogruppi: l'aplogruppo celto-atlantico R1b-L21

Cultura di Unetice - Tarda ceramica cordata
Gli R1b proto-Italo-Celto-Germanici (R1b-P312) si stanziarono in quella che adesso è la Germania nel 2300 a.C. dove fondarono la Cultura di Unetice. A giudicare dalla diffusione dei manufatti in bronzo in occidente, questi indoeuropei raggiunsero la Francia ed i Paesi Bassi nel 2200 a.C., le Isole Britanniche  nel 2100 a.C., l'Irlanda nel 2000 a.C., l'Iberia nel 1800 a.C. Questa prima ondata di R1b presumibilmente andava diffondendo il lignaggio R1b-L21 (probabilmente a causa di un effetto fondatore), in quanto questo aplogruppo si trova dappertutto in Europa occidentale, settentrionale e centrale. La divisione in Germania del lignaggio L21 dal ramo principale dei proto-Celti spiegherebbe il motivo per il quale le lingue Q-celtiche (goidelico ed ispano-celtico) divergano così tanto da quelle P-celtiche (La Tène, Gallico, Britanno) che si diffusero a partire dalla Cultura dei campi di Urne e da quella di Halstatt.

Alcuni lignaggi L21 provenienti dall'Olanda e dal Nord della Germania si diffusero in Scandinavia (a partire dal 1700 a.C.) assieme alla subclade dominante della regione R1b-S21/U106. La forte presenza di L21 in Norvegia ed Islanda può essere attribuita ai Vichinghi, che colonizzarono parte della Scozia e dell'Irlanda catturando schiavi tra le native popolazioni celtiche, che portarono nelle nuove colonie in Islanda e a nella loro terra di origine, la Norvegia. Oggi il 20% della popolazione maschile islandese sono R1b-L21 di origine scozzese o irlandese.

In Francia, l'R1b-L21 è principalmente presente nella regione storica della Bretagna (Mayenne e Vandea incluse) e la Bassa Normandia. Questa terra fu ripopolata con massicce immigrazioni di Britanni insulari nel V secolo d.C. a causa delle invasioni degli Anglo-Sassoni. Comunque è possibile che l'L21 fosse presente in Armorica fin dall'Età del Bronzo o dall'Età del Ferro, nelle tribù della Confederazione Armoricana degli antichi Galli che avevano caratteristiche differenti dalle altre tribù galliche, mantenendo sempre stretti legami con le Isole Britanniche fin dall'Età del Bronzo atlantica.

Tradotto in italiano da Eupedia.com

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martedì 20 maggio 2014

I Longobardi e le origini della massoneria

Isola Comacina
Credits: isola-comacina.it
Cosa c'entrano i Longobardi con la massoneria? In effetti fu proprio durante il regno longobardo d'Italia che andò formandosi la consorteria dei fratelli muratori chiamati anche Maestri Comacini, poiché provenienti dall'isola Comacina. Di questa isola ci parla Paolo Diacono nella Historia Langobardorum allorquando, fortificata e praticamente inespugnabile, venne consegnata ai Longobardi dal generale bizantino Francione dopo un assedio durato ben sei mesi, nell'isola fu trovato un enorme tesoro che vi avevano nascosto i Romani, successivamente l'isola Comacina fu al centro di alterne vicende nelle continue lotte tra i sovrani longobardi e i duchi ribelli: vi si asserragliarono prima Gaidulfo duca di Bergamo e poi Ansprando. Alla fine Ariperto, tutore del piccolo principe Liutprando per la successione, per evitare che qualcuno potesse ancora fortificarvisi decise di demilitarizzarla, abbattendone tutte le difese. La stabile presenza longobarda in questa zona è attestata anche dal toponimo Sala Comacina che, come ormai sanno bene i miei venticinque lettori, designa la fattoria del funzionario reale longobardo deputato alla raccolta della tertia, ovvero del tributo pari al terzo del raccolto. Liutprando, sotto il cui regno l'architettura ebbe un grandissimo impulso, concesse l'isola Comacina ai Maestri come luogo di riunione della loro confraternita, vi si stabilì una Schola o Loggia cui era affidato il compito di tramandare le loro conoscenze ai nuovi adepti. Sull'isola c'è una chiesa dedicata a San Giovanni Battista che sorge sulle rovine di una costruzione più antica di epoca altomedievale. Sempre sul Lago di Como è presente il toponimo celto-germanico Dongo, Dung in dialetto che deriva dal longobardo dung, casa di fango.

Il primo documento ufficiale che ci parla dei Comacini è l'Editto di Rotari, nell'articolo 344 si fa espressamente riferimento ai  "Magister Comacinus cum colligantes" ovvero "I Maestri Comacini ed i loro Colleganti" una sorta di confraternita multiculturale e multietnica di artigiani itineranti, scalpellini e cavapietre, mangiasass e picasass della tradizione lombarda della quale si evince una struttura gerarchica in ruoli con il Magister al vertice. Nell'articolo 145 si parla del Maestro Comacino in relazione al disegno ed alla direzione dei lavori di una fabbrica. Successivamente si parla di loro nell'Editto di Liutprando, dove si normano dei compensi da attribuire a queste maestranze. Fu proprio sotto il prospero regno di Liutprando che i Maestri Comacini ebbero un grande sviluppo con l'affidamento di numerosi e prestigiosi incarichi tra cui il Monastero di San Pietro in Ciel d'Oro a Pavia e il Monastero di San Moderanno a Berceto sulla Via Francigena nei pressi del Passo della Cisa. Tra le opere più importanti affidate da Liutprando ai Maestri Comacini figura anche il rifacimento del Battistero di San Giovanni a Firenze che già edificato da Agilulfo aveva dei seri problemi strutturali. A pianta ottagonale il paramento lapideo originario del battistero era in pietra arenaria. Su una colonna di questo edificio, probabilmente recuperata da una precedente costruzione di epoca romana è riportata la misura del "Pes Liutprandi" che sotto il nome di Piede di Liutprando (51,5 cm) fu un'unità di misura utilizzata fino al XIX secolo.

Ambone della Pieve di Gropina
sorretto da colonne ofitiche
I Maestri Comacini avevano un loro preciso stile che verrà poi chiamato stile lombardo, spesso lasciavano nelle loro opere il loro marchio, il più evidente di questi sono le colonne ofitiche, colonne ritorte che richiamano il peccato originale della genesi col serpente che si avvita sull'albero della conoscenza. Un retaggio degli antichi culti ancestrali pagani di cui è ricca l'arte longobarda. Si tratta di un segno che troviamo ancora oggi in molte forme, per esempio nel carattere del dollaro americano $.
Come tutte le confraternite anche i Comacini avevano l loro Santi protettori che erano i due San Giovanni: il Battista e l'Evangelista, che si festeggiano, il primo durante il solstizio d'estate, il 24 giugno e l'altro durante il solstizio d'inverno il 27 dicembre. Sull'isola Comacina ancora oggi si festeggia la festa di San Giovanni. Per questo motivo i Maestri Comacini consacravano ad uno dei due San Giovanni le chiese da loro edificate. Un'altra simbologia ricorrente utilizzata dai Maestri è quella legata al numero otto ed ai doppi quadrati, come ad esempio il grafico rappresentato qui sotto, motivo geometrico che ritroviamo nel Battistero di San Giovanni a Firenze, sia nelle decorazioni all'interno che nelle finestrine della scarsella.


Nel disegno qui sopra i quadrati orizzontali misurano 10x10, 5x5, 2.5x2.5, 1.25x1.25, etc. I quadrati obliqui misurano 7,071x7,071, 3,538, ,76, etc. Il quadrato grigio al centro è esattamente 1/32°dell'area del quadrato grande (pi greco x 32 =100) nella statica (Geometria delle masse) rappresenta il nocciolo centrale d'inerzia di un pilastro (G), se le tensioni cascano al di fuori del nocciolo, la struttura diventa instabile. Questo risulta determinante per calcolare l'eccentricità dei carichi in strutture complesse.
Si noti l'analogia della figura con lo stendardo del presidente della Repubblica.

Spesso i Maestri Comacini inserivano nell'edificio da loro realizzato la loro immagine come firma da tramandare ai posteri, uno degli esempi più notevoli è proprio quello del Monastero di Berceto, dove accanto agli stipiti della porta, come sempre facevano i Maestri, possiamo vedere due figure maschili scolpite nella pietra.


Il Maestro Comacino con la chiave della conoscenza
Monastero di San Moderanno a Berceto 
Maestro Segreto, Maestro Perfetto, Maestro per Curiosità, Intendente degli Edifici, Eletto dei Nove, Cavaliere del Real Arco di Salomone o Maestro del Nono Arco, Grande Scozzese della Sacra Volta, Cavaliere d'Oriente o della Spada, Principe di Gerusalemme, Cavaliere d'Oriente e d'Occidente, Principe Cavaliere di Rosa-Croce e Cavaliere dell'Aquila e del Pellicano, Gran Pontefice o Sublime Scozzese della Gerusalemme Celeste, Venerabile Gran Maestro di Tutte le Logge ad vitam, Cavaliere Prussiano e Patriarca Noachita, Cavaliere dell'Ascia Reale o Principe del Libano, Principe del Tabernacolo, Cavaliere del Serpente di Rame, Principe di Compassione o di Grazia, Grande Commendatore del Tempio, Cavaliere del Sole o Principe Adepto, Cavaliere di Sant'Andrea di Scozia o Gran Maestro della Luce, Cavaliere Grand'Eletto Kadosh e Cavaliere dell'Aquila Binca e Nera. (Alti gradi della Massoneria di Rito Scozzese Antico e Accettato
Il Maestro Comacino col mattone
in mano
Pieve di San Pietro a Gropina

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sabato 17 maggio 2014

L'enigma dacico

L'influenza della lingua longobarda nell'italiano è stata tale che oggi chiamiamo casa le capanne dei Celti, chiamiamo la guerra usando la parola longobarda werra e non la parola latina bellum, ma esclamiamo bello! per indicare le cose che più amiamo nella vita, utilizzando anche qui una parola di derivazione germanica, wella che significa rotondo, di belle proporzioni (inglese well, wellness). Allo stesso modo usiamo parole di derivazione longobarda per indicare molte parti del nostro corpo: anca, guancia, nocca, buzza (pancia), naso, bazza (mento), lonza, milza, schiena. mago (stomaco), strozza (gola). stinco. Questo perché la lingua italiana si è formata in seguito alle invasioni barbariche, col lessico profondamente influenzato dal superstrato linguistico longobardo e dalla matrice alto tedesca antica.

La lingua che più si avvicina al latino sia nel lessico che nella morfologia è invece la lingua romena, pensate che questa lingua romanza conta il 75-80% di elementi provenienti dalla lingua latina. Se si pensa che la dominazione romana della Dacia non fu più lunga di 165 anni questo è davvero un enigma linguistico. Come è possibile che i Daci abbiano abbandonato in così poco tempo la loro lingua e la loro cultura per adottare quella degli invasori romani, cosa tra l'altro mai accaduta altrove nella storia.

Nel 101 cominciò la campagna militare di Traiano per la conquista della Dacia, nel 102 la più potente macchina da guerra dell'antichità sottometterà la Dacia che diventerà fino al 271 una provincia dell'impero romano. Lo scopo di Traiano era quello di arginare l'espansionismo dei Daci e al contempo stabilire una testa di ponte o saliente oltre il Danubio per meglio proteggere il fianco orientale dell'impero dalle spinte dei popoli barbarici. Tutta la storia di questa campagna è rappresentata per immagini nella Colonna Traiana all'interno della quale furono deposte le spoglie di uno dei più grandi imperatori romani.

Saliente danubiano in blu le aree controllate dai
Romani, in marrone quelle controllate dai Daci
Cassio Dione nella sua Historia Romana racconta che Traiano prima di partire per la Dacia, disse una frase apparentemente priva di senso "Ritornerò nella terra dei miei ancestori". In effetti l'unico modo per spiegare l'enigma dacico, è che i Daci parlassero già una lingua molto vicina al latino. Oggi dell'antica lingua dacica non resta purtroppo alcuna testimonianza, in compenso abbiamo altri strumenti di ricerca: la genetica delle popolazioni e gli aplogruppi che ci possono aiutare a far luce su questo mistero.

Una comune spiegazione che viene data al fatto che il rumeno sia così simile al latino è il fatto che dopo la conquista della Dacia la popolazione autoctona sia stata praticamente spazzata via, i romani per ripopolare queste terre avrebbero quindi fatto una massiccia opera di ripopolamento con migrazioni di massa da altre provincie dell'impero, province dove si parlava il latino che era la lingua ufficiale dell'impero. In Romania l'aplogruppo R1b rappresenta il 12% della popolazione, in particolare è presente la  subclade R1b-L23. Nella figura sottostante riportiamo la mappa delle migrazioni dell'R1b, come si può vedere le subcladi R1b presenti in Dacia dovrebbero essere più antiche di quelle arrivate nella penisola italiana, possiamo quindi definire l'R1b-L23 un aplogruppo proto-latino giunto nell'area dacica durante l'età del bronzo che poi sarebbe giunto nell'area laziale durante l'età del ferro, quando fu fondata la città di Roma.

R1b - mappa delle migrazioni
Credits: Eupedia.com
Nella successiva mappa vediamo l'odierna distribuzione dell'aplogruppo R1b-L23 uno dei principali aplogruppi, ma non il solo, riferibili alla diffusione dell'impero romano. L'origine anatolica di questo aplogruppo sarebbe anche compatibile con le mitiche origini troiane di Roma antica, è vero che l'Eneide fu prima di tutto un'operazione politica ma riprendeva racconti della tradizione popolare che si tramandavano da tempi immemorabili che dovevano pur aver avuto un fondo di verità che adesso la genetica sembrerebbe dimostrare.

Distribuzione aplogruppo R1b-L23
marker proto-latino
Credits: Eupedia.com
Secondo gli storici i Latini furono una popolazione di origine indo-europea proveniente dall'Asia minore, il loro arrivo nell'attuale Lazio (Latium vetus) avvenne nella zona dei Colli Albani durante la prima età del ferro (X-VIII sec. a.C.). L'archeologia confermerebbe il sovrapporsi di una cultura diversa dalla precedente in quanto è riscontrabile un cambiamento nelle pratiche funerarie, si passò infatti dall'inumazione alla cremazione delle spoglie. Nell'antica Roma i defunti venivano sempre cremati almeno fino all'avvento del Cristianesimo, il che rende praticamente impossibile per gli scienziati fare degli studi genetici, in quanto non è possibile estrarre il DNA dalle ceneri, mentre lo si può estrarre dalle ossa anche dopo migliaia di anni.

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giovedì 15 maggio 2014

Alle origini dell'aplogruppo R1b

L'unico aplogruppo del cromosoma nato in Europa è l'aplogruppo I, non è molto diffuso tranne che nei paesi del nord Europa, in particolare in Svezia (I1=37%) e Danimarca (I1=34%), la regione con più diffusione è quella svedese del Gotland (50%). L'aplogruppo R1b non è autoctono in Europa ma ha origine diverse migliaia di anni fa in Asia centrale. L'R1b-M269 è l'aplogruppo più diffuso in Europa occidentale, si calcola che circa 100 milioni di europei appartengano a questo aplogruppo.
Di seguito riportiamo da Eupedia.com una recente versione dell'albero filogenetico dell'aplogruppo R1b ramificato con tutte le subcladi più diffuse, sulla sinistra sono riportati i periodi storici e accanto alle subcladi le popolazioni che ne hanno tratto origine.

Albero filogenetico dell'aplogruppo R1b
Fonte: Eupedia.com
L'aplogruppo R più antico è stato individuato nei resti di un bambino vissuto 24.000 anni fa nella regione di Altai in Asia centrale tra Kazakistan e Mongolia, apparteneva ad un gruppo di cacciatori di Mammuth alla fine dell'ultima grande glaciazione. L'aplogruppo R1b si è sviluppato circa 12.000 anni fa: dopo l'estinzione dei Mammuth, gli R1b furono i primi uomini a dedicarsi con successo all'allevamento del bestiame. Il continuo consumo di prodotti caseari provocò tra loro una mutazione genetica che va sotto il nome di persistenza della lattasi, che gli permetteva di digerire il latte ed i suoi derivati anche dopo lo svezzamento in età adulta. Che l'origine delle stirpi indoeuropee fosse asiatica è una cosa risaputa da tempo, prima che ci arrivassero i genetisti ci erano già arrivati i glottologi che avevano scoperto la comune origine del ceppo linguistico indoeuropeo a cui appartengono sia le lingue neolatine che le lingue germaniche.
Si veda il post sulle origini dell'etimo proto-indo-europeo albʰós (bianco). Fu proprio sulla base di queste teorie linguistiche che si arrivò all'identificazione di un'unica stirpe di ancestori Proto-Indo-Europei (PIE).
In effetti le ultime scoperte della genetica relative alla migrazione dei popoli e agli aplogruppi sembrerebbero confermare quella che fino a poco tempo fa era considerata una teoria immaginaria ed errata anche perché storicamente associata ai regimi totalitari del XX secolo come il fascismo ed il nazionalsocialismo. In effetti non ci sarebbe altro modo per spiegare l'origine europea di almeno alcuni faraoni della XVIII dinastia a cui abbiamo dedicato un post su questo blog: Le origini europee dei faraoni d'Egitto: il DNA di Tutankhamon

Migrazioni degli Arii o Indoari durante l'età del bronzo
Questa origine resta in molta della simbologia della cultura occidentale, ma il simbolo totemico che più rappresenta è l'aquila. L'aquila non è particolarmente diffusa in Europa, i deserti e le steppe dell'Asia centrale ed in particolare del Kazakistan sono il suo regno. Qui l'uomo ha imparato ad usare questi magnifici animali per la caccia, dando luogo all'antichissima arte della falconeria che tanto successo ebbe nell'alto medioevo. L'aquila nella simbologia occidentale ha sempre lo sguardo rivolto verso occidente, per indicare il retaggio di un popolo che ha avuto nell'occidente la sua terra promessa.



In questo contesto il complesso megalitico di Begazy-Dandybai, situato nel Kazachistan centrale, considerato patrimonio dell'umanità dall'Unesco (vedi summary), potrebbe giocare un ruolo importante. Si tratta di un sito archeologico assai caratteristico e per molti versi unico in Asia, la cui origine è collocata a circa 2000 anni a.C., con l'uso di steli, menhir e camere mortuarie circolari.

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sabato 10 maggio 2014

Etimologia di bello / bella

Siamo abituati a vedere nella lingua italiana l'eredità culturale di un popolo che in Roma antica ha avuto le sue profonde origini. Ma è proprio così, oppure è un retaggio indotto dalla cultura mainstream?

In questo blog ci siamo già  imbattuti nell'etimologia della parola casa di cui abbiamo evidenziato la probabile derivazione celtica (vedi post). Oggi è il turno di un altro "misterioso" etimo: bello.

Quante volte al giorno usiamo la parola bello, bella per indicare le cose che più amiamo nella vita. Mi immagino i salti mortali che nell'opera di de-germanizzazione della lingua italiana devono aver fatto gli etimologi per trovare una derivazione latina per bello. Già infatti in latino bellum significa guerra, da cui deriva la parola italiana bellico, bellicoso. E bello si diceva invece pulcher (Pulchra Silva), forse che per i romani la guerra era bella? Sul mio vocabolario di latino troviamo oltre a pulcher anche bellus col significato di carino, una sorta di vezzeggiativo, quindi con una strana traslazione semantica della radice, ma non ne viene riportata la fonte, né l'ho trovata da alcuna parte.

1920 - pubblicità della Wella
Prendiamo invece l'etimo germanico wella, antico sassone wela, antico norvegese vel, antico frisone wel, alto tedesco antico wela, gotico waila che significa rotondo, di belle proporzioni, soddisfacente, all'origine dell'inglese wheel (ruota) e well (bene, buono) es. well done (ben fatto cioè fatto rotondo), nel tedesco moderno welle significa onda. È allora molto più probabile che questo etimo abbia origine nell'alto medioevo con l'arrivo nella penisola italiana di Goti e Longobardi del cui superstrato linguistico è ricca la nostra lingua. In effetti ancora oggi noi diciamo rotondo per dire bello, per esempio quando si dice "un risultato rotondo". In Toscana si può trovare nel contado l'espressione "è bello fatto" che significa "è fatto bene", anche wellness col significato di benessere è un parola prestata dall'inglese in tempi recentissimi. Non è un caso che uno dei maggiori gruppi industriali tedeschi fondato nel 1880 e specializzato nella produzione di cosmetici per capelli si chiama proprio "Wella" prendendo in prestito questo antico lemma germanico.

Giotto per dimostrare al papa Benedetto XII da Tolosa la sua perfezione nella pittura disegnò con un sol gesto un bel tondo: la famosa "O" di Giotto.

Per chi non fosse ancora convinto, nella lingua toscana il belliho è l'ombelico. L'italiano guerra ovviamente non deriva dal latino bellum ma dalla parola longobarda werra.

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lunedì 5 maggio 2014

Il Giglio di Firenze nella storia

Attraverso la storia del giglio di Firenze passa non soltanto la storia del simbolo della città, ma anche delle sue divisioni, delle antiche lacerazioni tra fazioni opposte che furono quella dei guelfi e quella dei ghibellini.

La città di Firenze fu fondata nel 59 a.C. dai veterani dell'esercito romano, come premio dei venticinque anni di servizio nelle legioni dell'impero,  il nome che i legionari scelsero per il villaggio fu quello di Florentia dovuto all'epoca della sua fondazione durante il solstizio d'estate, questa festa che era celebrata anche dai romani ha la sua origine nei culti pagani solari. La memoria di questo giorno è rimasta nella festa patronale di San Giovanni. con i celebri fochi del 24 di giugno. Il giglio trae la sua origine dal culto arboreo che era molto diffuso presso le culture celto-germaniche ed in particolare tra gli Herminones ovvero i Germani dell'Elba tra cui Longobardi e Sassoni. Dopo che la chiesa vietò il culto arboreo il retaggio di queste antiche tradizioni sopravvisse nel contado. Ecco quindi che si ricorse a trasformare l'immagine dell'albero sacro (Irminsul) in un simbolo più tranquillo. Questo simbolo grafico è il giglio o Fleur de lis che è anche il simbolo della città di Firenze.

Così il simbolo pagano della colonna cosmica è sopravvissuto alla cristianizzazione. La tradizione è riuscita a conservare l’asse del mondo, mettendola nelle mani di re ed imperatori. Quante volte l’abbiamo guardata, questo Irminsul, mentre studiavamo un antico disegno, una scultura medievale, una pittura, la miniatura di un manoscritto, senza nemmeno poterla riconoscere? Eppure i monarchi francesi ne fecero il primo segno della regalità: il giglio di Francia.

Giglio di Firenze - Fiorino
Dall'Irminsul al giglio, evoluzione grafica

Fu indicativamente a partire dall'avvento della repubblica fiorentina nel 1115 che la città di Firenze cominciò a usare il giglio come simbolo della città, in origine i colori ricalcavano quelli del gonfalone (gundfano) della repubblica, ovvero il vessillo di San Giovanni Battista patrono della città, con la croce di Sant'Andrea bianca in campo rosso. Questa è una delle bandiere di guerra più antiche, era il drappo del sacro romano impero o blutfahne. Secondo la consueta rotazione consonantica dell'alto tedesco antico in longobardo il suo nome dovrebbe essere stato plotefano (plot = sangue + fano = bandiera), letteralmente bandiera di sangue, da cui deriverebbe anche il termine plotone (inglese/tedesco platoon), da fano invece deriva fanone, arcaico per bandiera. Successivamente il vessillo vermiglio che fu emblema del Barbarossa passò a rappresentare le armate ghibelline fedeli all'imperatore, contrapposto a quello di San Giorgio che invece rappresentava quelle guelfe. Ancora oggi la croce del Battista figura nello stemma di molti comuni italiani di antica tradizione ghibellina e anti-papista tra cui: Aosta, Asti, Cuneo, Como, Garlasco, Novara, Pavia, Rivoli, Sassari, Treviso, Vicenza, Vienna, Viterbo.

Bandiera della repubblica fiorentina
Croce di San Giovanni Battista - croce ghibellina o blutfahne

Il fiore del giglio apparirà come simbolo della città solo dall'XI sec. Originariamente il giglio riprendeva i colori della bandiera di San Giovanni, quindi un giglio bianco in campo rosso, proprio come lo vediamo disegnato sotto uno dei mensoloni del Palazzo Vecchio in Piazza della Signoria, il simbolo del potere comunale fiorentino. Nel 1215 l'insegna comunale diventa il simbolo dei Ghibellini ovvero della parte fedele alle ragioni dell'imperatore contro la parte più legata al potere del papato, ossia la parte Guelfa.

Il giglio (Fleur de lis) è uno dei più antichi simboli in araldica, spesso associato alla Francia e alla dinastia carolingia in particolare, in realtà si trova anche negli stemmi delle più antiche casate scozzesi e inglesi nonché nello stemma dei re di Scozia. In questo stemma il leone rampante sembra a guardia del doppio circolo di gigli, che rappresenta il tesoro mistico della fede. Può essere che questo si riferisca all'aiuto che il re di Scozia Achaius dette a Carlo Magno nella campagna contro i Longobardi in Italia, alla quale parteciparono anche 4.000 scozzesi (Scotti). Come sappiamo le campagne di Carlo Magno contro Sassoni e Longobardi erano soprattutto guerre di religione appoggiate dal papato.

La stessa identica simbologia è utilizzata anche nel Marzocco, simbolo della repubblica fiorentina. Il giglio di Firenze in origine, prima delle divisioni tra guelfi e ghibellini, era bianco in campo rosso. Il giglio bianco, simbolo di purezza e nobiltà, è associato al culto mariano che si diffuse nella città a partire dal IX secolo. 

Quando alla fine nel 1251 i Guelfi vinsero, confiscando tutti i beni dei Ghibellini, abbattendo le loro torri e costringendoli all'esilio, continuarono ad usare il giglio come emblema della città, ma ne invertirono i colori adattandoli al vessillo guelfo di San Giorgio, croce rossa in campo bianco, ovvero l'insegna dei Crociati.

 

Le guerre tra Guelfi e Ghibellini divisero l'Europa secondo due concezioni diverse, anzi opposte, queste si rispecchiavano anche nella simbologia dei partiti militanti in chiave biblica. I Ghibellini adottarono l'emblema di Sansone che uccide il leone che rappresentava la tribù di Giuda e quindi il papato secondo la stirpe davidica. I Guelfi invece utilizzarono un'aquila che uccide il drago pagano, che invece rappresentava la tribù di Dan e l'eresia secondo i dogmi della chiesa cattolica.

 

I Ghibellini fiorentini costretti all'esilio si rifugiarono principalmente a Siena e nel Valdarno, ma furono costantemente una spina nel fianco contro l'espansionismo di Firenze come nel caso della celebre quanto indomita casata dei Pazzi di Valdarno. Alla battaglia di Montaperti il 2 settembre 1260 combattuta tra Firenze a capo delle armate guelfe e Siena a capo di quelle ghibelline, Firenze già issava i nuovi colori del giglio che sono poi rimasti gli stessi fino ai nostri giorni.

Battaglia di Montaperti - 2 settembre 1260
G. Villani - XIV sec.

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