mercoledì 31 dicembre 2014

Dalla caduta di Totila "l'immortale" ai Goti del Valdarno

Totila - l'immortale
Francesco Salviati, 1549
Luglio dell'anno 552 Totila, il cui nome significa nella lingua gotica "l'immortale" (piccola morte, -ila suffisso diminutivo gotico come Wulfila, lupetto), ultimo grande re degli Ostrogoti cade sul campo di battaglia di Tagina presso l'odierna Gualdo Tadino. Ecco come Procopio di Cesarea descrive nel dettaglio la caduta del re (La guerra gotica, IV 32, pp. 241-245):
"Totila, che fuggiva fra le tenebre con non più che cinque uomini, un dei quali Scipuar, era inseguito da alcuni romani, i quali ignoravano ch'ei fosse Totila; fra questi trovavasi il gepido Asbade. [...] Ma Asbade spinse con tutta forza la lancia contro Totila. [...] Quei che accompagnavano Totila, credendo di essere ancora inseguiti dai nemici, non cessavano di correre innanzi, pur trasportando fermamente lui [Totila], ferito a morte e agonizzante, dacché la necessità li dominava cotringendoli a corsa forzata. Percorsi ottantaquattro stadi giunsero a una località chiamata Capre; ivi posarono, e curarono la ferita di Totila, il quale poco dopo uscì di vita; ed il suo seguito, colà sotterratolo, sen partì"; "V'ha però chi dice che la battaglia e la fine di Totila non andassero così, ma in altro modo, che non credo inopportuno qui riferire. Dicono dunque che l'esercito dei goti non volgesse in fuga così senza motivo e alla cieca, ma che in una scaramuccia mossa da un drappello di romani un dardo colse improvvisamente Totila, senza che a ciò pensasse chi lo scagliava. [...] Ed ei, ferito a morte e preso da acuto dolore, uscì con pochi altri di mezzo alle file e pian piano ritirossi indietro. A cavallo egli arrivò, resistendo al dolore, fino a Capre, ove venuto meno si fermò a curare la ferita. Ma poco dopo giunse per lui l'ora suprema"
Capre corrisponderebbe all'odierna Caprese Michelangelo nell'alta Val Tiberina. Riportiamo a questo punto il racconto dei fatti successivi alla battaglia di Tagina dalle "Notizie appartenenti alla storia della sua patria raccolte ed illustrate da Giuseppe Robolini gentiluomo pavese", Pavia, 1823.
"Alla morte di Totila avvenuta dopo essere stato sconfitto da Narsete il Generale Cesareo sotto Gubbio, i pochi Goti scampati alla battaglia si ridussero in Pavia, e quivi crearono Re Teja il più valoroso dei loro Uffiziali. Trovò egli nella nostra città parte del Tesoro, che per sicurezza vi aveva mandato Totila, e con esso tentò di tirare in lega i Franchi, e nel tempo medesimo rimise in piedi un esercito competente, ma siccome l'ammasso maggiore delle ricchezze gotiche depositato era in Cuma fortissimo castello della Campania, sul timor di non perderlo uscì di Pavia, e arditamente passando per molti luoghi stretti all'improvviso comparve in quelle parti. Ivi presto trasferissi anche Narsete. Passarono ben due mesi senzaché l'una armata potesse, o volesse assalir l'altra. Attaccata finalmente la mischia vi rimase morto Teja, e ciò non ostante seguitarono i suoi a combattere furiosamente. Alla fine radunato consiglio deliberarono di proporre a Narsete, che avrebbero deposte le Armi ritirandosi nella Toscana, Venezia e Liguria promettendo d'ivi vivere quieti sotto il dominio Cesareo. Fu accettato il partito; se non che mal disposti alla Capitolazione circa mille Goti uscirono anticipatamente dal campo, e condotti da un certo Indulfo se ne vennero a Pavia.
 e continua  ...
"Frattanto que' Goti, che abitavano tra le Alpi, e il Po nemmeno essi contenti di sottoporsi al dominio Cesareo spedirono Ambasciatori a Teodebaldo Re d'Austrasia, e comunque i Consiglieri del detto Re, che era di età minore avessero dichiarato, che le circostanze del Regno non gli permettevan d'entrare a parte dei pericoli altrui, Leutari, e Buccellino fratelli, e Ducj primari fra quelle genti radunato un esercito di ben settantacinque mille combattenti s'avviarono alla volta d'Italia in soccorso de' Goti. Attesa la facilità che trovarono dalla parte di questi non ebbero a penar molto i Franco-Alamanni per occupare tutto il di qua del Po, indi passare a man salva sin verso Roma. Non andò però molto, che il Goto Aligerino troppo ben conosciuta la mala fede di quei sedicenti alleati rassegnò a Narsete le chiavi di Cuma, e allora i Franco-Alamanni parte vinti, e disfatti, parte consumati dalle malattie furono alla fine forzati di evacuare l'Italia, nella quale l'opposto non v'ha dubbio, che rimase pacificamente gran numero di Goti in que' luoghi, ove prima tenevano abitazione, e beni con riconoscere in loro Sovrano il Greco Imperadore."
Ecco quindi che nei fatti nell'anno 555 grazie all'abilità del generale bizantino Narsete gran parte dell'Italia torna sotto il dominio dell'impero Romano, grande parte dei Goti rimasti si stanziarono pacificamente nella Toscana sud-orientale, nel Valdarno Superiore, nell'aretino e nella zona di Chiusi. Nel Valdarno Superiore l'eredità gotica è riscontrabile in molta della toponomastica come per esempio nel toponimo Arfoli presso Reggello a cui abbiamo recentemente dedicato un post in questo blog: Le pievi toscane, Sant'Agata in Arfoli.

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lunedì 29 dicembre 2014

Origine ed espansione dell'aplogruppo R1b-L21 in Europa

L'origine di questo aplogruppo che da molti viene ancora chiamato celtico atlantico avviene sicuramente in area celtica probabilmente nella Germania meridionale dove si separa dal ramo principale R-P312. A questo punto durante la tarda età del bronzo vi fu un'espansione a nord verso la Germania settentrionale e le coste del Baltico meridionale dove rimase per più di mille anni, quando attorno al 100 d.C. a causa del sovrappopolamento ed al rapido esaurirsi delle risorse disponibili ed anche in seguito a cambiamenti climatici ed eventi estremi come le inondazioni, queste popolazioni dettero vita al fenomeno della grandi migrazioni o per dirla alla tedesca Völkerwanderung, che i latini chiamarono invasioni barbariche.

Quindi se l'origine dell'aplogruppo è celtica, la sua espansione in Europa è germanica: Anglo-Sassoni e Juti (Geati) portarono questo aplogruppo in Inghilterra, gli Ostrogoti in Italia, Visigoti e Vandali lo portarono in Spagna. L'aplogruppo R-L21 non è l'unico aplogruppo diffuso con queste migrazioni di massa che vanno sotto il nome di invasioni barbariche, altri aplogruppi sono l'aplogruppo R-U106, l'aplogruppo I1 e l'aplogruppo I2a2a. la lingua protogermanica comincia ad affermarsi solo a partire dal 500 a.C.

Evidente è l'importante di queste migrazioni dal nord-europa nei regni romano-barbarici delle penisola iberica dove i nomi di alcune regioni sono direttamente legati a questi eventi storici come nel caso già citato in questo blog della Catalogna da Gotolonia e dell'Andalusia da Vandalusia. Anche il nome Vizcaya o detto alla basca Bizcaya potrebbe avere un'origine gotica. Proprio da Viz (occidente) e Caia, parola di origine gallica che significa riserva, territorio chiuso adibito alla caccia (Gerhard Koebler - Gotisches Woerterbuch), nella lingua gotica sono presenti prestiti dal celtico che non sono presenti nelle altre lingue germaniche.

Vediamo alcuni di questi prestiti: *rīks 'reggente' veniva dal celtico *rīxs 're' chiaramente si tratta di una forma non nativa in quanto il PIE *ē → ī non è tipico del germanico ma comune nel celtico. Un altro prestito dalla lingua celtica è *walhaz "straniero; Celta" dalla tribù celtica dei Volsci. Altri prestiti dal celtico sono *ambahtaz 'servo', *brunjǭ 'cotta di maglia', *gīslaz 'ostaggio', *īsarną 'ferro', *lēkijaz 'guaritore', *laudą 'piombo', *Rīnaz 'Reno', *tūnaz, tūną 'fortificazione'. Queste parole sono state prestate durante le culture di Halstatt e La Tene durante il periodo di massima influenza nell'Europa centrale.

In effetti nei Paesi Baschi è presente una quota di R-L21 non trascurabile e difficilmente spiegabile altrimenti. Uno studio compiuto da Begoña Martínez-Cruz et al. nel 2012 mette in evidenza come ben il 16,3% dei baschi sottoposti al test appartenga all'aplogruppo R-L21 mentre nella stessa area è minima la presente del R-U106, 1,3%. Ma vi è anche un ulteriore indizio: la maggioranza dei cognomi di coloro che appartengono sono patronimici caratterizzati dal suffisso gotico -ez, che significa figlio di ed è riferito ai lignaggi patriarcali dei Visigoti. Da qui questi patronimici si sono diffusi in tutto l'enorme impero coloniale spagnolo ed in particolare in America centrale e latina.

I Visigoti furono i primi a costituire nella penisola iberica uno stato unitario caratterizzato da una unità politica e amministrativa. Il Regno visigoto della seconda metà del VII secolo fu caratterizzato come tutti i regni romano-barbarici da una società rigidamente divisa tra la popolazione autoctona romano-ispanica e quella dei nuovi arrivati germanici che requisendo tutte le terre crearono degli immensi latifondi. Nei Paesi Baschi nel 581 Liuvigild re dei Visigoti fondò la città di Vitoria-Gaistez (Victoriacum), se il nome della città è latino non è lo è lo stemma della città con i classici due corvi che rimandano al retaggio gotico.

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sabato 27 dicembre 2014

Genetica delle popolazioni, un anno memorabile

L'anno che sta finendo è stato molto importante per la ricerca scientifica sulla genetica delle popolazioni, all'inizio di quest'anno uno studio condotto dall'Università di Harward e dal Max Planck Institute in Germania ha permesso di determinare come la popolazione attuale dell'Europa sia composta da tre antiche popolazioni. Il confronto è stato possibile analizzando il DNA estratto dalle ossa di antichi uomini vissuti in Europa migliaia di anni fa con quelli degli attuali popoli europei tra cui i toscani. Come abbiamo evidenziato più volte in questo blog i toscani sono considerati un gruppo genetico a se stante, mentre non esiste un gruppo genetico italiano nel suo insieme visto le grandi differenze tra le varie parti del paese, Lo studio molto recente è stato pubblicato sulla rivista Nature il 17 settembre di quest'anno, è il più importante studio sulla genetica delle popolazioni europee Eurogenes: Ancient human genomes suggest three ancestral populations for present-day Europeans

Nel dettaglio sono stati sequenziati i genomi di un agricoltore antico di 7.000 anni ritrovato in Germania, quello di due cacciatori-raccoglitori ritrovati in Lussemburgo ed in Svezia, quello di altri DNA arcaici con quello di 2345 persone viventi oggi in Europa. Il risultato è che gli europei di oggi derivano da tre antiche popolazioni assai differenti tra loro: cacciatori-raccoglitori dell'europa occidentale, antiche popolazioni euroasiatiche in relazione con i siberiani del paleolitico superiore, antichi agricoltori europei originari del mediterraneo orientale.

Dove sono posizionati i toscani in questo contesto? Bene la cosa interessante è che i toscani sono proprio centrali rispetto a queste antiche popolazioni ancestrali europee, più vicini ai cacciatori raccoglitori scandinavi e ai primi agricoltori europei, come si può dedurre dal grafico ripreso da Nature. Molto probabilmente come per altre popolazioni europee come per esempio gli spagnoli i toscani nascono dall'incontro tra linee patriarcali di origine nordica con linee matriarcali di origine mediterranea. Gli altri gruppi italiani presi in considerazione oltre ai toscani sono i bergamaschi, i sardi, i siciliani e l'Italia meridionale che ha una consistenza genetica uniforme.


Se siete interessati a fare il confronto tra il vostro DNA e calcolare il vostro retaggio genetico confrontandolo con queste popolazioni occorre fare il test del DNA autosomale, il costo è di 99 dollari, presso le principali aziende che effettuano test genealogici. Una volta ricevuti i risultati potete calcolare l'admixture con i valori di riferimento del progetto Eurogenes anche sul sito GEDmatch.

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mercoledì 24 dicembre 2014

Origine dell'idronimo Arno

A conclusione di questo secondo anno di vita del blog, anno ricco di spunti e suggestioni, faccio i miei auguri a tutti voi. Questo blog non è un'opera sistematica ma un modo per mettere nero su bianco come in un blocco note spunti, idee, riflessioni, alle quali molti di voi hanno contribuito chi con suggerimenti e proposte, chi condividendo in rete i contenuti. Per questo vi ringrazio.

Vi lascio con un regalo: l'origine del nome del nostro principale fiume. L'idronimo Arno significa semplicemente Aquila, forse perché nel suo primo tratto il fiume disegna un ampio cerchio ritornando su se stesso così come volano le aquile quando vanno a caccia.

Gotico Ara: germ. *arnō-, *arnōn, *arna-, *arnan, *arn, sw. M. (n), Aar, Adler, Lehmann A191; idg. *er- (1), Sb., Adler, Pokorny 325 (http://www.koeblergerhard.de/wikiling/?query=arno&f=got&mod=0)

Tedesco moderno (poetico): Aar (plurale Aare)

Il nome Arno è anche un nome di battesimo di origine germanica che deriva da Arn (Aquila) anche nella sua variante scandinava Arne. Da questo nome derivano anche i nomi italiano Arnaldo e Arnolfo, tra i fiorentini illustri si ricordano Arnolfo di Cambio (Arn = aquila + Wulf = lupo).

Arn su Nordic Names Wiki

Curiosità: nella Svezia meridionale esiste una cittadina chiamata Arnö nella regione storica del Götaland.




Arnoweg, la via dell'aquila, è un percorso di trekking di forma circolare della lunghezza di 1200 km nei pressi di Salisburgo, inaugurato nell'occasione dei 1200 anni dalla morte dell'arcivescovo Arno di Salisburgo detto Aquila (c. 750–821)



Dalla stessa radice deriva anche la parola italiana arnése, modenese harnais.

Addendum relativo alle origini latine del nome Arno ed all'incertezza delle fonti: mi è stato fatto notare da numerosi lettori che l'idronimo Arno è attestato da fonti classiche latine, come anche riportato da numerosi vocabolari. Tacito, Annales, 1.79; Livio 22,2 (da Perseus). A tal proposito faccio notare che, per quanto riguarda gli Annales, già Voltaire ragionava che furono un clamoroso falso in quanto contengono numerose incongruenze storiche e parti riportate da altri autori. Ma a sostenere con vigore questa ipotesi fu nel XVIII secolo John Wilson Ross che nel 1878 pubblicò a Londra il libro "Tacitus and Bracciolini, the Annals Forged in the XVth Century" nel quale dimostrò che fu l'umanista italiano Poggio Bracciolini, segretario di papa Martino V e amanuense disinvolto (1380-1459), a falsificare gli Annali nel 1429. Se gli Annales sono un falso la citazione del nome latinizzato dell'Arno non ha alcun fondamento. Per quanto riguarda Tito Livio nelle "Dissertazioni del cavaliere Lorenzo Guazzesi ..." si parla di ciò che rimane delle sue opere conservato nella libreria di San Lorenzo in Firenze (Laurenziana), e si nota che nell'originale non compare la parola ARNUS ma soltanto la parola FLUVIUS. Non era raro che un amanuense aggiungesse sul margine del libro qualcosa che pensava dovesse essere compreso nel testo, come in questo caso, mettendo per così dire un po' del suo (che fiume è? ma questo è certamente l'Arno ... ), quando poi il manoscritto veniva trascritto nuovamente l'aggiunta veniva poi inserita nel testo come in questo caso.

Ma come mai la questione dell'Arno in Tito Livio è stata così approfonditamente studiata? Questo non ha niente a che vedere con la toponomastica e la linguistica bensì con la diatriba circa le Paludi di Annibale, In questa lunga dissertazione viene dimostrato che l'attraversamento delle paludi non avvenne in Toscana bensì nella Gallia Cisalpina (oggi Pianura Padana) zona molto paludosa e pantanosa quindi prima del passaggio degli Appennini, in quanto tra l'attraversamento delle stesse e la vittoriosa battaglia del Trasimeno passarono non meno di tre mesi, e quindi il fiume non poteva in alcun modo essere l'Arno.

In definitiva si tratterebbe di fonti inattendibili per determinare se l'Arno si chiamasse davvero così al tempo dei Romani.

domenica 7 dicembre 2014

I tesori segreti dell'Abbazia di San Giovanni Battista di Valsenio

Vi è mai capitato quando cercate una cosa di trovarne un'altra molto più importante? È quello che è capitato a me oggi, credo che non sia casuale ma un segno del destino. Si tratta di una parte di pluteo scolpito in arenaria che si trova nell'Abbazia di San Giovanni Battista di Valsenio presso Casola Valsenio nell'appennino tosco-romagnolo. Si tratta di una lastra ad ornato depresso che presenta non poche analogie con quella conservata presso la Pieve di San Leolino a Panzano in Chianti, come il nodo di San Giovanni (St. Hans's cross) al centro della croce, l'arricciamento degli spigoli della croce e gli intrecci che ricordano il culto ancestrale del serpente. Ma questa è ancora più ricca di particolari che testimoniano la sintesi tra elementi della tradizione pagana germanica con motivi cristiani quasi a testimoniare il momento esatto della conversioni di questi cosiddetti barbari all'arianesimo: la croce col fusto principale molto più grande di quello orizzontale riconduce all'Irminsul, il pilastro del mondo, l'albero sacro dei Germani, a conferma di questo due corvi stanno dalle due parti della croce, sono i corvi messaggeri di Odino: Huginn e Muninn, successivamente i corvi saranno sostituiti con dei più rassicuranti angeli.
Tutta la conversione dei popoli germanici al Cristianesimo è all'insegna del sincretismo con la sostituzione di miti ed eroi della tradizione norrena con quelli cristiani. E così la crocifissione ricorda un analogo sacrificio compiuto da Odino per il proprio popolo e Thor diventa San Michele, il santo guerriero che uccide il drago.
Il nodo di San Giovanni ha un'origine antichissima che riconduce ad antichi culti baltici, i primi esemplari sono stati rinvenuti presso l'Isola di Gotland nel Baltico meridionale è considerata la terra di origine dei Goti. Ancora oggi sull'Isola si celebra la festa di San Giovanni per celebrare l'inizio dell'estate.

Recentemente consistenti lavori di restauro effettuati presso l'Abbazia di San Giovanni di Valsenio hanno permesso alla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna di realizzare una serie di indagini archeologiche durante le quali sono venuti fuori i resti di una costruzione precedente di epoca altomedievale o addirittura precristiana. Durante questi lavori, mediante la rimozione delle macerie e materiali di risulta, è stato possibile portare alla luce l'antica cripta del monastero. I lavori di valorizzazione e restauro sono stati inaugurati nel maggio di quest'anno.

L'origine di questa croce ariana è sicuramente gotica, lo possiamo dedurre attraverso la comparazione stilistica con altri motivi decorativi sia in oreficeria, si veda il post sul fibbie dei Goti, sia nella scultura della tradizione visigota in Spagna e nella Francia meridionale tra cui il celebre e misterioso pilastro visigoto conservato nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Rennes-le-Château. Anche qui il parrocco, un certo Bérenger Saunière, nel 1885 si occupò dei restauri della scalcinata chiesa che gli era stata affidata durante i quali venne alla luce un edificio preesistente del VII secolo che includeva un altare composto da una lastra di pietra sostenuto da due colonne in stile visigotico. Una di queste era cava all'interno, la leggenda vuole che vi fossero custodite delle antiche pergamene e forse anche altro. Tale leggenda ha dato luogo ad una ridda di ipotesi esoteriche, ma io cedo che il vero tesoro sia il pilastro stesso di cui allego uno schizzo.


Stirpe nobile quella dei Goti dalla quale discendono alcune delle più importanti casate europee che i Rosa+Croce collegano alla stirpe di David, cioé alla tribù di Giuda, attraverso Alarico. Sul legame tra la stirpe di David ed i faraoni della XVIII dinastia ho già scritto in questo blog nel post "Le origini europee dei faraoni d'Egitto: il DNA di Tutankhamon".


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sabato 6 dicembre 2014

Come calcolare quanto DNA di Neandertal è presente nel nostro DNA.

"Ao l'ultimo dei Neandertal" è una produzione francese del 2010 del regista Jacques Malaterre, nel film si racconta Ao l'ultimo Neandertal vivente e ell'interbreeding con i Sapiens.

Nel frattempo se volete calcolare il livello del vostro interbreeding coi Neandertal è possibile farlo confrontando su GEDmatch il vostro DNA autosomale col reperto fossile di una femmina di Neandertal vissuta nella Siberia settentrionale circa 50.000 anni fa (kit F999902), la cui storia è descritta in questo articolo sulla rivista Nature. Il kit è stato appositamente rielaborato per consentire il confronto con i test degli uomini moderni. Io l'ho fatto è ho trovato le seguenti corrispondenze con questo nostro antichissimo antenato.

Altai Neandertal (50.000 anni fa):

a 100 SNPs
Segmento più grande in comune = 1,7 cM (cM = Centimorgans)
Totale dei segmenti > 1 cM = 8,0 cM

a 200 SNPs
Segmento più grande in comune = 1,4 cM
Totale dei segmenti > 1 cM = 1,4 cM

La cosa più interessante che possiamo notare nella comparazione di questi antichi DNA è che la percentuale di DNA di Neandertal nell'uomo moderno è stata da subito piuttosto bassa, ma nel corso dei millenni questa è rimasta pressoché costante. Infatti confrontando l'autosomale dell'Altai Neandertal, 50ky (kit F999902) con il più antico uomo moderno ritrovato, Ust'-Ishim, Siberia, 45ky (kit F999935) si ottiene

a 100 SNPs
Segmento più grande in comune = 4,0 cM
Totale dei segmenti > 1 cM = 131,8 cM

a 200 SNPs
Segmento più grande in comune = 4,0 cM
Totale dei segmenti > 2 cM = 39,3 cM

L'aliquota di DNA condiviso è abbastanza piccola e corrisponde a circa il 2,3% del genoma, la stessa percentuale si può facilmente trovare ancora adesso tra i non-africani. Sembrerebbe quindi che tale percentuale seppur piccola sia rimasta costante nel tempo nell'uomo moderno. Ust'-Ishim è anche il DNA antico al quale sono più vicino.

a 200 SNPs
Segmento più grande in comune = 4,6 cM
Totale dei segmenti > 2 cM = 161,8 cM

Il mio DNA corrisponde quindi a circa il 2,3% del DNA di questo cacciatore-raccoglitore siberiano vissuto 45.000 anni fa nei pressi dell'attuale Omsk.

Buona visione.

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mercoledì 3 dicembre 2014

Toscana terra degli ultimi Ostrogoti

Moneta raffigurante Teodato
In questo blog abbiamo spesso parlato dei Goti, ne abbiamo ripercorso le origini e abbiamo cercato di tracciare un percorso di questo popolo alla ricerca di una loro specificità ancor oggi riscontrabile al livello linguistico, culturale e genetico. Dopo la caduta di Totila a Tagina perdiamo le tracce storiche dei Goti, probabilmente essi caddero prima sotto il dominio bizantino e successivamente sotto quello longobardo dopo la campagna di Alboino in Italia. Sono convinto che tale campagna longobarda fu facilitata dalla presenza dei Goti che furono ben disposti verso i nuovi arrivati, questo non vuol dire che tra Goti e Longobardi corresse buon sangue. Basti pensare all'odio con cui i Longobardi hanno combattuto in Pannonia contro i Gepidi, che dei Goti erano una branca. Inoltre dal punto di vista archeologico le necropoli gote e longobarde anche quando poste le une accanto alle altre presentano delle differenze che sottintendono anche differenze culturali, nelle sepolture gote per esempio è sempre assente il corredo di armi.

Che i Goti fossero presenti in Toscana non è un fatto nuovo, l'ostrogoto Teodato (482-536), nipote del grande Teodorico, della dinastia degli Amali fu duca di Tuscia dal 534 al 536. Già abbiamo fatto notare come quell'etnonimo Goti presente peraltro solo in Toscana è concentrato nella parte sud-orientale della regione in corrispondenza della provincia di Arezzo a cavallo tra Toscana, Umbria e Marche che furono i luoghi dello scontro finale tra gli Ostrogoti ed i Bizantini di Narsete nella battaglia di Tagina presso Gualdo Tadino nel luglio del 552, gli stessi luoghi che furono teatro della caduta del re Totila (Baduila) detto l'immortale che ferito in battaglia fu poi seppellito dai suoi più fedeli guerrieri in un luogo segreto assieme al suo ingente tesoro. In molti hanno cercato di rintracciare il luogo esatto della sua tomba ma nessuno ci è riuscito, la leggenda vuole che il corso di un fiume fu momentaneamente deviato per nascondere la tomba sotto il greto del fiume in modo che essa non potesse essere mai più trovata. In questa battaglia fu fondamentale l'apporto dei Longobardi inviati dalla Pannonia da Alboino in qualità di federati dell'impero romano. Forse ciò che restava del popolo non si è allontanato più di tanto dal loro venerato re, mettendosi a disposizione probabilmente in qualità di Arimanni dei nuovi arrivati prima Bizantini e poi Longobardi. Questi luoghi dell'Italia centrale furono assai strategici in quanto di qui passava una sottile fascia di territorio che prendeva il nome di Corridoio Bizantino (Provincia Castellorum) che collegava Ravenna con Roma, stretto tra la Tuscia, parte della Langobardia Maior ed il Ducato di Spoleto, quindi area "calda" particolarmente presidiata e militarizzata, i Goti che avevano familiarità sia con i Bizantini che con i Longobardi avrebbero potuto qui svolgere un importante ruolo non solo militare ma anche politico. Capisaldi goti furono quindi le città fortificate dell'aretino a Nord del Trasimeno come quella di Girifalco presso Cortona dove è documentata la presenza di una guarnigione gota a fronteggiare il castrum di Perugia.

Se quanto detto è vero per l'etnonimo, allora che fino hanno fatto i patronimici di origine gotica, è possibile che siano differenti da quelli longobardi e di altre tribù germaniche? Uno studio di questo tipo in Italia non è mai stato condotto, anche perché l'eredità barbarica è sempre stata considerata un parente scomodo dalla nostra cultura mainstream di formazione classica. Per trovare una risposta a questo quesito bisogna andare in un altro paese a noi molto vicino soprattutto dal punto di vista linguistico: la Spagna, che i Franchi chiamavano Gothia e che prende dai Goti anche il nome della Catalogna (Gotholonia). Gli abitanti della Canarie ancora oggi si riferiscono agli spagnoli del continente col nome Godos, tanto è stato importante l'influsso germanico in Iberia. Uno studio ha infatti dimostrato che l'origine del suffisso patronimico spagnolo -ez (portoghese -es) è di origine germanica e visigota in particolare, e significa "figlio di". Quindi cognomi spagnoli assai diffusi come Fernandez, Mendez, Perez, Ramirez, Vasquez hanno radici gotiche. Considerata l'affinità linguistica è allora assai probabile che anche i suffissi patronimici italiani terminanti in -azzi, -izzi, -ozzi siano di origine germanica con lo stesso significato di "figlio di". Probabilmente deriva dal genitivo gotico -ize (z = tz) che indica il possesso e che poi si è modificata nei vari paesi, Tale meccanismo è presente nella lingua tedesca in antiche forme patronimiche quindi Fritz trova il suo omologo italiano in Frizzi, Götze in Gozzi.

In generale, in alcune parti d'Italia ed in Toscana in particolare, il suffisso -zzi indica arcaiche forme patronimiche precedenti al VII sec. di origine germanica la cui radice è costituita dal nome del capostipite che in genere è un antico nome nordico e quindi in alcuni casi abbastanza difficile da riconoscere. Una banca dati di nomi nordici è disponibile sul seguente sito Nordic Names Wiki - The comprehensive site on Scandinavian first names.

Un ulteriore supporto ci viene dalla genetica, sono sempre di più le persone che si sottopongono al test genealogico del DNA condividendo i propri risultati in rete e ingrossando sempre di più le banche dati. In questo senso ci è utile il test del cromosoma maschile Y che ha la peculiarità di restare immutato nella linea patriarcale manche quello autosomale dal quale si può dedurre la composizione delle origini ancestrali paragonando il proprio DNA autosomale con quelle di un certo numero di popolazioni campione. Moltissime interessanti informazioni possono essere ricavate caricando il proprio DNA autosomale su GEDmatch.

Con questi strumenti presto sarà possibile arrivare ad identificare una firma genetica chiara e distintiva per le origini ancestrali gotiche e longobarde.

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domenica 30 novembre 2014

Debunking italian language: etimologia di citta, citto e zito

Perdonate il titolo in inglese ma non ho saputo resistere alla tentazione di usarlo perché nella lingua italiana non esiste un termine che renda allo stesso modo, è anche un omaggio a tutti i lettori che da tante parti del mondo seguono i miei post grazie allo strumento di traduzione automatica di Google. Al di là dei facili conformismi, la lingua italiana presenta dal punto di vista etimologico non pochi misteri che non possono essere spiegati con le sue origini latine. Se ne erano già accorti il Bembo ed il Varchi quando cominciarono a studiare l'origine di molte parole, è questo il caso del lemma toscano oggetto di questo post.

Ancora oggi in molte parti della Toscana ed in particolare nell'aretino e nel senese si usa la parola citto, citta, cittino, cittina per dire ragazzo/ragazza ma anche fidanzato/fidanzata, l'origine di questo lemma è nel gotico kilþō che significa proprio bambino, inkilþō significa invece donna in gravidanza da cui il termine italiano incinta. La parola potrebbe essere arrivata in Toscana portata dagli stessi Goti, ma anche dai Longobardi, in antico inglese la lingua che parlavano gli Angli un'altra popolazione germanica che coi Sassoni era molto affine ai Longobardi in quando erano tutte stanziate più o meno nelle stesse aree della Germania settentrionale, fanciullo si diceva cild da cui deriva anche l'inglese child. Questa parola però non si usa nelle province settentrionali della Toscana, se fosse di origine gotica starebbe a significare lo stanziamento degli ultimi Ostrogoti in Italia nelle aree più difficili della Langobardia maior nella Toscana meridionale in corrispondenza del confine con i Bizantini.

Nell'opera di Jacopone da Todi, uno dei più grandi poeti del medioevo italiano, abbiamo il riscontro di moltissime di queste oscure voci in una tavola inclusa in un commentario del Padre Giovanni Battista Modio "I Cantici del beato Iacopone da Todi, con diligenza ristampati, con la gionta di alcuni discorsi sopra di essi. Et con la vita sua nuovamente posta in luce". Tra questi figurano molti longobardismi alcuni anche inediti come ordo (difficile da hard), salauoso (sporco da salo), sauoro (saporito da saur), laido e laideza (brutto e bruttezza da leido) e appunto zita, da cui è derivato l'italiano zitella o zittella, ma anche zito al sud che significa appunto scapolo da cui deriva l'omonimo cognome Zito assai diffuso in tutte le regioni meridionali d'Italia.

Se è vero che la lingua italiana è una porta chiusa (longobardo lūhhan → italiano lucchetto) allora è altrettanto vero che lingue ormai scomparse o moribonde come l'antico sassone e l'antico inglese la lingua parlata dall'antico popolo degli Angli sono talvolta la chiave per aprire quella serratura.

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mercoledì 26 novembre 2014

Genealogia genetica: tutti i test genetici sul DNA

Anche quest'anno avvicinandoci al periodo natalizio è tempo di saldi per le aziende che si occupano di test genetici sul DNA, vale quindi la pena ricapitolare quali sono i principali test che si possono acquistare e come orientarsi nella scelta.

DNA autosomale: Il test degli autosomi, 22 coppie di cromosomi ereditati da entrambi i propri genitori, è il test più economico che si può acquistare, si tratta di un prodotto entry-level molto potente che permette di avvicinarsi al mondo della genealogia genetica. FTDNA azienda leader del settore ha il suo prodotto Family Finder che con un prezzo di 89 dollari permette di avere un'idea della propria origine geografica ancestrale, il proprio DNA comprendente sia la linea paterna che quella materna viene confrontato con il DNA campione di un certo numero di gruppi etnici in tutto il mondo individuando le maggiori percentuali di appartenenza. Attraverso questo test è anche possibile ritrovare propri congiunti entro le ultime 5 generazioni o verificare la propria discendenza genetica.
Altre aziende che offrono questo tipo di test sono 23andMe e AncestryDNA.

Test del cromosoma Y: contrariamente al test autosomale che coinvolge tutti i cromosomi del proprio genoma il test del cromosoma Y riguarda una complessa analisi del solo cromosoma Y. Questo test può essere fatto solo dagli individui di sesso maschile in quanto il cromosoma Y viene passato di padre in figlio solo attraverso la linea paterna e sempre identico, per questa sua peculiarità unica nel genoma umano viene anche definito "cromosoma fotocopia". Questi test di cui si può scegliere il livello di accuratezza a 37, 67 o 111 marker sono abbastanza costosi ma permettono di indagare le proprie origini ancestrali paterne e attraverso il confronto con una enorme banca dati il percorso delle migrazioni dei propri ancestori nel mondo e trovare il proprio collegamento con la storia.

Test del mitocondrio mtDNA: questo test permette invece di indagare la propria linea ancestrale materna attraversi il test di una particolare parte del proprio DNA che si chiama mitocondrio,  può essere fatto sia dagli uomini che dalle donne. Anche questo test permette attraverso il confronto con banche dati esistenti di ritracciare all'indietro la storia dei propri ancestori ed i loro percorsi migratori attraverso il mondo, da Eva ai nostri giorni.

Per maggiori informazioni sulla genealogia genetica è possibile consultare il sito genealogiagenetica.it

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sabato 22 novembre 2014

9.9.9 la battaglia nella foresta di Teutoburgo spartiacque dei destini d'Europa

999 non è solo un numero ma rappresenta la data in cui i destini dell'Europa hanno preso due strade differenti destinate ad avere grandi ripercussioni culturali, sociali e politiche che costituirono quello spartiacque tra la parte settentrionale del nostro continente di lingua e cultura germanica e la parte meridionale di cultura latina. Conseguenze che sono ancora oggi evidenti nell'attuale crisi dell'Unione Europea che vede allargarsi il fossato tra queste due distinte aree culturali della vecchia Europa.

Il 9 settembre dell'anno 9 d.C. dopo aver passato l'estate nel campo estivo oltre il fiume Weser, tre legioni romane sotto la guida di Publio Quintilio Varo mentre stavano facendo ritorno per svernare sul Reno furono attaccate da una confederazione di tribù germaniche comandate da Arminio della tribù dei Cherusci nella foresta di Teutoburgo presso l'odierna Kalkriese (Bassa Sassonia), e nel corso di una cruentissima battaglia durata tre giorni, furono annientate sul campo.

Si trattava della della Legio XVII Classica, della Legio XVIII Lybica e della Legio XIX Paterna, due delle quali erano state fondate da Giulio Cesare, appresa la notizia lo sgomento a Roma fu grande, si narra che l'ormai vecchio imperatore Augusto vagasse affranto per il suo palazzo picchiando la testa contro il muro urlando "Varo, ridammi le mie legioni!"

Una testimonianza successiva alla battaglia ci arriva dallo storico romano Tacito che negli Annales scrive:
« ...nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa ammucchiate e disperse... sparsi intorno... frammenti di armi e carcasse di cavalli e teschi conficcati sui tronchi degli alberi. Nei vicini boschi sacri si vedevano altari su cui i Germani avevano sacrificato i tribuni ed i centurioni di grado più elevato. I superstiti di quella disfatta, sfuggiti alla battaglia od alla prigionia, ricordavano che qui erano caduti i legati e là erano state strappate le Aquile; e mostravano dove Varo ricevette la prima ferita e dove si colpì a morte, suicidandosi; mostravano il rialzo da dove Arminio aveva parlato ai suoi, i numerosi patiboli preparati per i prigionieri, le fosse scavate e con quanta tracotanza Arminio avesse schernito le insegne e le Aquile imperiali... »
La responsabilità di questa sconfitta sta nel comportamento di Varo, più un burocrate che un condottiero, già governatore della Siria che arrivato in Germania pretendeva di applicare le stessi leggi e modi contro i già riottosi Germani che, seppur tra loro divisi e sempre in guerra gli uni contro gli altri, trovarono nella ribellione alla insopportabile tassazione imposta dai Romani l'occasione di unirsi per scacciare l'invasore.

Non è certo se i Longobardi fossero tra le tribù che parteciparono alla battaglia di Teutoburgo, sicuramente non da subito, i Longobardi avevano avuto già modo di assaggiare per la prima volta il ferro romano rimediando una sonora sconfitta nella prima campagna militare di Tiberio oltre il Weser del 5 d.C. nella quale furono coinvolte e sottomesse anche le tribù germaniche dell'Elba, tra cui i Longobardi, come scrive lo storico romano Velleio Patercolo nella Historiae Romanae:
« ...Furono vinti i Longobardi, popolo addirittura più feroce della ferocia germanica. Da ultimo [...] l'esercito romano con le insegne fu condotto fino a quattrocento miglia dal Reno, fino al fiume Elba, che scorre tra le terre dei Semnoni e degli Ermunduri... »
Probabilmente quando la notizia che i romani erano stati attaccati ed erano in difficoltà si diffuse anche alle altre tribù dell'Elba, i Longobardi col senso di opportunismo che sempre caratterizzava questa tribù esigua nel numero, si unirono alla battaglia il terzo giorno, quando i romani ormai sfiancati dalle continue imboscate e dalle pessime condizioni meteorologiche che impedivano alle legioni di manovrare furono massacrati in campo aperto.

Nei secoli che seguirono i Romani consolidarono il saliente sul Reno e solo sporadicamente si avventurarono oltre il Weser, una spedizione punitiva fu organizzata nel 15 d.C.sotto la guida di Germanico per ritornare sui luoghi della sconfitta più grande dai tempi di Canne, anche per cercare di ritrovare le tre aquile emblema delle legioni, non è chiaro se siano state trovate, in alcune fonti si dice che ne fu trovata una, secondo altri ne furono trovate due, certamente non tutte, fatto sta che almeno un'aquila restò in Germania, per tramandare ai posteri l'idea che l'impero ancorché arrogante e corrotto potesse essere battuto, un sicuro viatico per le future invasioni che portarono alla caduta dell'impero romano d'occidente nel V secolo.

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mercoledì 19 novembre 2014

Bestiario longobardo: la Viverna

Bandiera del Wessex: una Viverna oro in campo rosso
Per l'attento osservatore che ami girovagare per la campagna toscana in cerca di antiche pievi romaniche e antichi tesori nascosti di cui questa è ricchissima, non è raro imbattersi in oscure creature risalenti al magnifico periodo dell'alto medioevo alcune di queste di non facile classificazione anche per i più appassionati del genere fantasy. Tra questi un ruolo di primo piano è occupato dalla viverna italianizzazione dell'inglese Wyvern che a sua volta deriva dall'antico sassone Wivere probabilmente derivato dal latino Viper. Antica è la sua origine legata alla mitologia germanica, era senz'altro importante per i Sassoni che ne fecero l'emblema della bandiera del Wessex, ma l'abbondanza con cui ci imbattiamo in questo strano animale con la testa di cane, il corpo di serpente e gli artigli dell'aquila in Toscana lascia pensare che anche i Longobardi gli fossero particolarmente legati.

Troviamo due viverne scolpite su un'architrave posta su una facciata della Chiesa di Santa Maria e San Rocco a Pitigliano, probabile vestigia di un precedente manufatto architettonico, Una viverna è abbozzata su una delle pietre d'angolo della chiesetta di San Bartolomeo a Montefollonico, Due viverne sono scolpite ai lati dell'architrave del portone d'ingresso della Pieve di Corsignano presso Pienza.

Figura zoomorfa, viverna (wivere)
A sancire il legame con il mondo anglosassone spesso incontriamo delle viverne nelle chiese della contea dello Herefordshire nel sud-ovest dell'Inghilterra, come nell splendido portale della chiesetta di Kilpeck, in quella di St. Michaels a Garway, da notare come le viverne sono spesso poste in prossimità dell'ingresso principale dell'edificio o sull'architrave della porta.

Chiesetta di Kilpeck - Herefordshire - England
Le viverne furono anche usate in araldica: due viverne sono poste ai lati dello stemma di John Churchill primo Duca di Marlborough (1650-1722), nello stemma comunale della città di Terni e in quello della Generalitat Valenciana in Catalogna.

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sabato 8 novembre 2014

L'origine delle persone con gli occhi verdi e di altri tratti ereditati dai Neandertal

Dicono che gli occhi siano lo specchio dell’anima. In effetti recenti studi hanno dimostrato come il colore degli occhi possa essere messo in relazione con diversi fattori fisici come ad esempio col modo con cui percepiamo il dolore, ma anche con la nostra capacità di tollerare l’alcool e perfino con la nostra abilità in alcuni sport piuttosto che in altri.

Uno studio dell’Università di Pittsburgh ha dimostrato come le donne con gli occhi chiari abbiano sofferto meno durante il parto di quelle con gli occhi scuri avendo una soglia del dolore più alta, le donne con gli occhi chiari sono inoltre in grado di metabolizzare meglio l’alcool, ma tollerano meno le lenti a contatto. Queste differenze risiedono nei geni che abbiamo ereditato dai nostri ancestori.

Uno studioso dell’Università di Liverpool ha spiegato che il colore degli occhi è causato da un numero compreso tra 12 e 13 variazioni individuali in alcuni geni. Queste variazioni influenzano differenze in altri aspetti della nostra vita. Chi ha gli occhi scuri ha riflessi più pronti ed è portato per gli sport veloci. E chi ha gli occhi chiari? L’Università di Louisville ha scoperto che i riflessi più lenti delle persone con occhi chiari li aiutano nelle attività che richiedono più concentrazione e pianificazione favorendone la capacità di astrazione.

Mappa diffusione occhi verdi in Europa

Ma da dove provengono le due principali mutazioni genetiche in OCA2 e HERC2 che provocano gli occhi chiari? Bene sembra che questa caratteristica provenga dall'ibridazione tra Sapiens e Neandertal. Infatti contrariamente a quanto ritenuto fino ad adesso i Neandertal non erano affatto grossi scimmioni pelosi, ma avevano alcuni tratti che hanno inciso nell'evoluzione degli europei. Non soltanto gli occhi chiari ma anche il colore della pelle ed i capelli rossi, Tratti che sono statisticamente più frequenti in persone di origine ancestrale celto-germanica (16%) e caratteristica degli aplogruppi Y-DNA R1b ed R1a legati alle migrazioni indo-europee in Europa.

Dunque gli occhi chiari non sono l'unico tratto che gli europei hanno mutuato dai Neandertal, vediamo di seguito altre caratteristiche peculiari dovute a questa ibridazione:
  • Protuberanza osso occipitale: se vi toccate dietro al capo e sentite una piccola protuberanza ossea simile ad una noce, bene nel vostro DNA è presente una quota geni Neandertal che può variare fino al 4%.
  • Cranio elongato: da alcune antiche popolazioni come quella dei Goti un cranio particolarmente allungato era considerato un fattore di nobile discendenza, tanto da provocarlo artificialmente fasciando la testa degli infanti con strette bende. Il volume della scatola cranica dei Neandertal era superiore a quello dei Sapiens.
  • Fronte sporgente.
  • Distanza interpupillare: i Neandertal erano dotati di un campo visivo più ampio rispetto ai Sapiens ovvero di una distanza interpupillare (IPD) maggiore, tale caratteristica (ipertelorismo oculare) influenza anche l'attaccatura dei capelli sulla fronte provocando il cosiddetto picco della vedova.
  • Spazio vuoto dietro il dente del giudizio.
  • Differente posizione e grandezza del foro mentale (sulla madibola): utile per garantire un migliore afflusso del sangue alla mandibola, per meglio sopportare il clima freddo.
  • Rutilismo: lentiggini, capelli rossi, gli occhi verdi sono provocati dall'interazione del gene OCA2 col gene dei capelli rossi, sono molto rari negli uomini.
  • Polpastrelli larghi: per esempio il pollice misura più di 1,5 cm.
  • Dita raggrinzite in acqua: Se dopo che siete stati in acqua, anche poco tempo, avete la pelle delle dita delle mani e dei piedi raggrinzite avete un tratto genetico sviluppato per migliorare la presa e l'equilibrio in ambienti molto umidi.
  • Pigmenti gialli negli occhi, migliora la vista nella foschia o nebbia.
Purtroppo non sono tutte rose e fiori: oltre a questi fattori fisici, gli scienziati dell'Harward Medical School (HMS) hanno identificato nove varianti genetiche di provenienza Neandertal che influenzano il nostro organismo provocando malattie come il diabete di tipo 2, lupus, cirrosi biliare, morbo di Crohn, sindromi di scarsa fertilità. Questo processo di ibridazione in realtà ancora non è finito ed è pertanto possibile il verificarsi di malattie genetiche che noi classifichiamo come malattie rare.

Se siete di origine ancestrale europea e volete sapere qual'è il vostro livello di ibridazione col Neandertal potete fare un test genetico presso la società 23andMe al costo di 99 dollari + spese di spedizione.




Se questo post vi è piaciuto e ne volete sapere di più su questo argomento potete anche leggere: "Come scoprire il Neandertal che è in noi"

Fonti:

Nature, The genomic landscape of Neanderthal ancestry in present-day humans, 20 marzo 2014

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mercoledì 5 novembre 2014

Tesori e guerrieri: l'etimologia di razzia

Nella Bibbia, in Esdra 1:8 si racconta di come Ciro il Grande permise il ritorno del popolo d'Israele dall'esilio babilonese (539-538 a.C.) e della ricostruzione del tempio di Gerusalemme per pagare la quale venne raccolto un tesoro una parte del quale fu restituito dal tesoriere del re agli Ebrei nella persona di Sesbassar nella verisone della CEI, Sheshbazzar in altre versioni, principe di Giuda (Esdra 1:23). Il nome Sesbassar, Gizbar nella versione ebraica della Bibbia, è la forma ebraica dell'antico persiano gazabara che ricorre altre volte nell'antico testamento in Esdra 7:21 ed in Daniele 3:2-3 sempre col significato di tesoriere, il custode e dispensatore del tesoro reale letteralmente portatore del tesoro, quindi il termine non rappresenta il nome ma la qualifica all'interno delle gerarchie imperiali persiane il suo nome è invece Zerobabele della stirpe di Davide. Ancora oggi la parola ebraica per tesoriere è Gizbar.

Nel Nuovo Testamento la parola Gaza (γάζα) compare negli Atti degli Apostoli 8:27 col significato di tesoro. Il termine di origine persiana giunse nella lingua greca ellenistica e nella lingua latina: "pecuniam regiam (quam gazam Persae vocant)" Quinto Curzio Rufo, Storie di Alessandro Magno. In Farsi la parola per tesoro è گنج.

Nella lingua gotica, la più antica delle lingue germaniche, è attestata la parola gazaúflakiō col significato di camera del tesoro. Possibile anche che la parola sia anche all'origine della parola araba Ghazi (غازي, ġāzī) che significa guerriero, in effetti si tratta di una parola mutuata dall'antico persiano che fa riferimento a quei clan di cavalieri mercenari di origine turca che compivano rapide incursioni lungo il confine fortificato romano-sasanide ed il cui etimo è rimasto anche per la maggior parte dei linguisti nell'italiano nella parola razzia anche se io sono più propenso per il longobardo razzjan che significa grattare via, ed in effetti nel toscano grattare è sinonimo di rubare.

Successivamente alla caduta dell'impero persiano sasanide nel 651 l'appellativo Ghazi fu usato dall'Islam come titolo onorifico per indicare tutti coloro che si erano distinti nell'espandere l'egemonia islamica ed in particolare dagli Ottomani, i cui primi nove comandanti portarono questo appelletivo incorporato nel nome ad identificare un guerriero di alto rango.

Gizbar è anche all'origine del nome Gaspare o Gaspera che è presente in Europa in molte varianti dall'inglese Jasper al tedesco Kaspar ed è riferito al nome di uno dei re magi, come cognome sopravvive in Italia in Gasperi e Gasperini come nell'armeno Gasparian.

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domenica 2 novembre 2014

Il folklore popolare: Masche e Ragane al tempo dei Longobardi

I Longobardi come tutti i popoli germanici erano molto superstiziosi, Indagando fra le varie figure magiche che facevano parte del loro folklore abbiamo già incontrato la Masca alla quale si fa riferimento nell'Editto di Rotari nei termini di strega o spirito maligno sempre con un significato negativo: "Si quis eam strigam, quod est Masca, clamaverit". Le masche nella tradizione popolare del Nord Italia e del Piemonte in particolare sono ritenute spiriti maligni, anime dei morti, o più in generale fattucchiere che per ingannare le proprie vittime possono prendere le sembianze di persone reali, animali o cose. In Toscana ancora oggi si usa il verbo ammascare col significato di svelare, riconoscere.

Oggi ci occupiamo della Ràgana. In italiano si usa il termine colloquiale di ràgana per indicare una donna particolarmente brutta, In realtà la Ragana fa riferimento a quelle donne, generalmente spiriti liberi che mal si inserivano nella società patriarcale altomedievale, che vivevano fuori dai villaggi in luoghi isolati e fungevano da guaritrici conoscendo le proprietà terapeutiche delle piante, aiutavano anche a far nascere i bambini, erano custodi di antiche sapienze popolari che si tramandavano di madre in figlia.

Nella mitologia baltica, cioé lituana, lettone e prussiana, la Ragana significa letteralmente "colei che vede" ed è ritenuta una figura mitologica legata alla guarigione, quindi una figura positiva. Come per tutte le figure popolari pre-cristiana anche la Ragana ebbe successivamente una connotazione negativa dovuta alla conversione al Cristianesimo spesso forzata di queste popolazioni, anche se per via sincretica queste figure continuarono a vivere nell'immaginario collettivo popolare. Tuttora nella lingua lituana, la lingua indoeuropea più antica d'Europa, Ragana significa strega.

In Toscana esiste un toponimo Ragana situato nei pressi di Castelvecchio, dove sorge la bellissima Pieve di origine longobarda caratterizzata delle teste di pietra scolpite sulla facciata.

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mercoledì 29 ottobre 2014

I suffissi di origine germanica nella lingua, onomastica e toponomastica italiana

"Il Guardingo" resti di torre longobarda
presso Montevarchi
Alcune considerazioni sul suffisso -LE si tratta di un suffisso diminutivo ancora oggi presente nella lingua tedesca nella forma di -LEIN che è sempre neutro e deriva dal suffisso antico alto tedesco -līn = piccolo, dialetto Schwäbisch -le = suffisso diminutivo come in Fazenettle, italiano fazzoletto. Tale suffisso è presente anche in molti toponimi della campagna toscana quali Caso-LE, Lamo-LE, Remo-LE, Selvo-LE, Luco-LENA sempre in aggiunta alla radice principale del nome. Con la stessa logica e la stessa origine usiamo nella lingua italiana il suffisso diminutivo -LINO: picco-LINO, bel-LINO. etc. Naturale che l'origine di questo diminutivo non sia latina in quanto il suffisso diminutivo latino più esteso è -ULO.

Diversa ma sempre germanica l'origine del suffisso -INO (dall' antico alto tedesco INNA = dentro, nel, all'interno, dialetto Schwäbisch, HINNE) usato nel senso di appartenenza, serve ad indicare persone che aderiscono ad un gruppo, a un'idea a un clan come nel caso di garibald-INO, ghibell-INO, juvent-INO, sessantott-INO nella forma singolare e -INI nella forma plurale. A tal proposito è interessante l'uso del suffisso -INI nell'onomastica italiana le cui radici sono altomedievali e fanno riferimento all'organizzazione della società longobarda composta principalmente da clan familiari che prendono il nome dal capostipite ma che poi si aprivano anche all'ingresso di altri componenti  non legati da vincoli di parentela ma di fedeltà e appartenenza è il caso per esempio del toscano Vannini (Wann -INI) cioé appartenente al clan di Wann, ancora oggi si usa in Toscana il cognome da nubile della sposa con l'aggiunta del NEI seguito dal cognome del marito. Altri esempi toscani tipici sono Gherardini (Gherard -INI) cioè nel clan di Gherard, Baldini (Baldo -INI), Bastianini (Bastian -INI), Benedettini (Benedikt -INI), Bertini (Bert -INI), Bettini (Bett -INI), Brancolini (Branko -INI), Brandini (Brand -INI), Chellini (Kell -INI), Gasperini (Kasper -INI), Landini (Lando -INI), Leandrini (Leander -INI), Lenzini (Lenzo -INI), Lorenzini (Lorenz -INI), Mannini (Mann -INI), Mazzini (Matz -INI), Stefanini (Stefan -INI), Tanzini (Tanz -INI) e così via all'infinito. Si vede bene che la radice è sempre il nome proprio germanico del mundualdo (vedi il post: "L'istituto del Mundio nella società longobarda") il che denota il retaggio della struttura sociale toscana altomedievale organizzata in clan e basata sul diritto longobardo. I cognomi con la forma finale in -INI sono per lo più diffusi in Toscana ed in Lombardia. Come si vede dalle mappe di distribuzione dei cognomi italiani tutti questi cognomi ed il relativo nome del capostipite sono riferiti ad alcune regioni ed addirittura province in particolare, ognuno può controllare il proprio: es. Lenzi (da Lenzo = primavera) Toscana in particolare Prato e Pistoia, Lenzini (nel clan di Lenz)  Pistoia ma non Prato. I cognomi sono proprio come le targhe delle automobili, in essi vi è inscritta l'origine della famiglia.

Lo stesso tipo di "assemblaggio" sulla base del patronimico può essere riferito al suffisso diminutivo -OC / -UC poi diventato -UCCI attraverso la forma arcaica -UCCHI. Dal proto-germanico *-ukaz, per esempio rudduc, ruddock, robin = piccolo rosso. Come in Godeoc re longobardo appartenente alla dinastia dei Letingi che nella seconda metà del V sec. condusse i Longobardi in Moravia.

Baldo > Balducchi > Balducci; Wann > Vannucchi > Vannucci

Altri suffissi patronimici di origine germanica sono quelli in -AZZI e -OZZI sulla cui formazione vale la pena di soffermarsi. L'onomastica patronimica germanica o nordica partiva dal nome o dal soprannome del fondatore del gruppo familiare, non di rado nei popoli di origine germanica il soprannome del capostipite veniva passato di padre in figlio diventando la prima forma di cognome europeo. Entrando in contatto con la società latina, romana o bizantina, generalmente come ufficiali ausiliari nelle legioni del tardo impero, per dare più lustro alla propria casata si latinizzava il proprio nome mediante il suffisso -TIUS che poi si trasformò nella forma attuale in epoca medievale. Questi suffissi patronimici sono diffusi principalmente in Toscana, Emilia e nella Bassa lombarda. vediamo quindi alcuni esempi di questa onomatica patronimica di matrice antica alto tedesca:

Bartol > Bartlotius > Bartolozzi; Wann > Wannotius > Vannozzi; Mann > Mannotius > Mannozzi; Bigo > Bigotius > Bigozzi; Zann > Zanatius > Zanazzi; Pal > Palatius > Palazzi; Fontan > Fontanatius > Fontanazzi; Bertold > Bertolatius > Bertolazzi; etc. etc.

I cognomi in -AZZI -OZZI sono tra i cognomi italiani più antichi. Per una lista dei nomi propri di origine germanica si veda il seguente link: "Liste deutscher Vornamen germanischer Herkunft"

Questi cognomi possono essere considerati patronimici e sono tutti di origine longobarda anche quando il nome è romano come nei toscani Paoli e Paol -INI, in quanto è documentato che i Longobardi cominciarono ben presto ad utilizzare nomi latini per i figli quando sposavano una donna romana. Per una donna longobarda era invece proibito sposare un romano. L'onomastica patronimica in Italia è solo germanica, le linee patriarcali dell'aristocrazia romana vennero interrotte e le terre requisite soprattutto nel periodo successivo alla morte di Alboino che va sotto il nome di Periodo dei Duchi. Successivamente con l'Editto di Rotari fu applicato il principio giuridico della personalità della legge: diritto germanico per i Longobardi e diritto giustinianeo per i Romani che sancì di fatto una società chiusa suddivisa in caste.

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giovedì 23 ottobre 2014

Le origini toscane della bandiera degli Stati Uniti d'America

Filippo Mazzei
Filippo Mazzei (1730-1816), conosciuto anche come Philip Mazzei, cadetto di una nobile famiglia toscana di proprietari terrieri originaria di Poggio a Caiano fu personaggio eccentrico e inquieto, viaggiatore del mondo, intellettuale e studioso, fu invitato da Thomas Jefferson, futuro presidente degli Stati Uniti, a piantare un vigneto nella sua residenza di Monticello.
Mazzei giunse in Virginia nel 1773 con un gruppo di agricoltori toscani per avviare in America la coltivazione della vite, dell'olivo e di altre varietà mediterranee. Ben presto con Jefferson di cui egli diventò amico e vicino di casa nacque un profondo sodalizio che durò tutta la vita condividendo gli ideali di libertà e uguaglianza che sono alla base della rivoluzione americana.
Nel 1777 Filippo Mazzei tornò in Italia, ufficialmente come imprenditore, in realtà era stato ingaggiato dallo stato della Virginia come agente segreto per procurare armi alla causa della rivoluzione americana. Frutto delle idee di Filippo Mazzei fu anche la prima proposta per la bandiera americana sulla base dello stendardo di Ugo di Toscana.

Ugo di Toscana (950-1001) della casata d'Arles fu margravio di Toscana dal 961 succedendo al padre Uberto di Toscana, un figlio naturale di Ugo d'Arles che fu re d'Italia dal 926 al 947. Ricordato da Dante nel Canto XVI del Paradiso, il suo stendardo era costituito da uno scudo rosso con tre pali d'argento, esattamente come riprodotto all'interno della Badia Fiorentina.

Badia Fiorentina
stendardo si Ugo di Toscana
Sulla base di questo stendardo Filippo Mazzei propose a Washington una bandiera con le sette strisce bianche e rosse orizzontali. L'idea piacque e durante il secondo congresso continentale del 1777 la bandiera venne adottata, ma con tredici strisce, quanti erano gli stati fondatori dell'Unione.

Una delle prime bandiere degli Stati Uniti d'America, 1777

Il serpente a sonagli ed il motto "non mi calpestare" erano ispirati ad una vignetta satirica disegnata da Benjamin Franklin e pubblicata sulla Pennsylvania Gazzette nel 1751 ed è uno dei primi simboli dell'indipendenza americana, le otto parti in cui è diviso il serpente rappresentano le altrettante colonie americane e loro necessità di unirsi per conquistare l'indipendenza dall'impero britannico. Il serpente a sonogli compare anche in quella che è considerata la prima bandiera americana in assoluto, la bandiera gialla detta di Gadsden del 1775.

Vignetta di Benjamin Franklin: "JOIN, or DIE", 1751
Bandiera di Gadsen, 1775
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martedì 21 ottobre 2014

I Longobardi al servizio dell'impero: le campagne in Siria contro i Persiani

Uno degli episodi meno conosciuti della storia de' Longobardi è la partecipazione di un grosso contingente di circa 60.000 uomini al soldo dell'imperatore Giustino II, nipote e successore del grande Giustiniano, nella guerra romano-persiana del 572-591.

Dopo la morte di Alboino, l'artefice della spedizione italiana, seguì un periodo assai confuso di anarchia e guerra fratricida per la successione che va sotto il nome di Periodo dei Duchi, in questo contesto storico una parte dei Longobardi si unì ad una spedizione organizzata in tutta fretta probabilmente partita da Ravenna nel 575 alla volta della Siria dove le truppe persiane avevano scatenato un'offensiva rompendo di fatto la tregua voluta da Giustiniano nel 545 che obbligava l'impero al pagamento di cospicui tributi ai Persiani, tributi che, ad un certo momento, l'impero non fu più in grado di elargire. Questi dilagando in Siria avevano già conquistato Apapea e la fortezza di Dara (573-574) lungo il confine romano-sasanide e premevano quindi sul margine orientale dell'impero.

Lungo e complesso il rapporto dei Longobardi con l'impero romano, il primo loro contatto con i Romani avviene durante la campagna di Tiberio oltre il Weser del 5 d.C. nella quale i Longobardi sembrano avere avuto la peggio, di loro Velleio Patercolo dice:
"Furono vinti i Longobardi, popolo addirittura più feroce della ferocia germanica. Da ultimo [...] l'esercito romano con le insegne fu condotto fino a quattrocento miglia dal Reno, fino al fiume Elba, che scorre tra le terre dei Semnoni e degli Ermunduri."
I Longobardi non dovettero attendere troppo per la rivincita: riorganizzatisi sulla riva destra dell'Elba, nel 9 d.C. essi furono tra le tribù che annientarono tre legioni romane, la XVII, la XVIII e la XIX, comandate da Varo nella più tremenda della sconfitte romane dai tempi di Canne, la battaglia della foresta di Teutoburgo che pose fine alle velleità espansive romane oltre il Reno. Da questo momento i Longobardi pur essendo un popolo esiguo di numero, cominciarono sempre di più ad assumere un importante ruolo tra le tribù della Germania Magna, come riportato da Tacito.
"Nonostante l'esiguità del loro numero e il fatto di essere circondati da nazioni molto potenti, derivano la propria sicurezza non dalla sottomissione o da tributi, ma dal valore in battaglia." 
Poi per un paio di secoli non abbiamo più notizie storiche certe, sappiamo però da Procopio che al tempo del loro stanziamento sulla riva destra del Danubio, in Pannonia, i Longobardi erano federati dell'impero e che pertanto godevano di una certa libertà d'azione.
"aonde costoro, lasciate le patrie sedi, stabilironsi dall'altra parte del Danubio non molto discosti dai Gepidi, ed anzi essi andaron facendo preda e schiavi per la Dalmazia e per l'Illirico fino al confine di Epidamnio. E poiché alcuni dei fatti schiavi erano riusciti a fuggirsene e tornarsene a casa, questi barbari diedersi a scorazzare per l'impero romano, come quelli che coi Romani erano confederati, e se mai alcuni dei fuggiaschi ivi riconoscessero, li catturavano quasi fossero schiavi loro domestici fuggiti via, e strappabili ai genitori li menavano seco alla propria casa, senza che alcuno di loro si opponesse."
e anche
"alcuni di essi prestavano servizio anche nell'esercito romano, ascritti fra i cosiddetti federati"
Decisiva la loro partecipazione al fianco dei Bizantini sotto il comando del generale Narsete nella battaglia di Tagina (552) presso Gualdo Tadino dove ebbero un importante ruolo nella disfatta dei Goti di Totila. Senza questa spedizione in Italia, e l'incontro con la bellezza del paesaggio italiano e la bellezza del suo clima, non sarebbe mai nato l'amore di questo popolo per questa terra.

Le fonti storiche sono particolarmente avare riguardo a questa spedizione dei Longobardi in Siria, l'unica fonte è la Historia Ecclesiastica di Giovanni di Efeso.
"Ma gli abitanti di Tela risposero, non possiamo arrenderci a voi (i Persiani, ndr) perché abbiamo ricevuto lettera che il Patrizio Giustiniano (pronipote di Giustiniano, figlio di Germano Patrizio, ndr) è già in marcia con sessantamila Longobardi"
Quindi i Longobardi combatterono in Siria contro i Persiani, la campagna fu anche l'occasione per alcuni duchi arimanni di mettersi in luce, tra questi Ariulfo che diventerà successivamente Duca di Spoleto (591-601) agli ordini del generale bizantino Giovanni Mystacon, come riportato da Teofilatto Simocatta, comandava l'ala destra dello schieramento imperiale che si scontrò con i Persiani nella battaglia alla confluenza dei fiumi Tigri e Nymphios nell'anno 582. Anche Nordulfo un nobile longobardo diventato poi generale bizantino si distinse particolarmente in queste campagne siriache al servizio dell'impero, tanto da guadagnarsi il riconoscimento imperiale di patricius.

I Longobardi erano sostanzialmente un popolo di guerrieri, non è un caso che essi venivano seppelliti con il loro corredo di armi, venivano educati alla guerra fin da bambini, Soprattutto nel periodo dell'anarchia dopo la morte di Alboino essi combattevano per denaro e spesso capitava che se non ricevevano le somme pattuite cambiavano parte combattendo ora per l'impero ora per il duca di turno, questo almeno fino alla stabilizzazione del regno compiuta da Autari.

Un popolo in armi che ci ha lasciato nel lessico della lingua italiana una grande quantità di parole inerenti all'arte della guerra (da werra), come guardia e guardare (da warda), arimanno (da hariman), elmo (da helm), elsa (da helza), fante (da fantho), gonfalone (da gundfano), sgozzare (da skiozzan) che significa uccidere, strale (da stral). Lo stesso nome Longobardi o Bardi deriva da una delle loro armi preferite, l'ascia da combattimento detta anche ascia barbuta, per il profilo della lama che assomiglia a quello di una barba.

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sabato 18 ottobre 2014

I Toscani sono la popolazione vivente con la maggiore percentuale di geni Neandertal

Con una percentuale del 4% i Toscani sono il popolo al mondo con la maggiore quantità di geni Neandertal nel loro genoma, lo dice uno studio condotto dall'antropologo John Hawks @johnhawks, le cui tesi sono state recentemente incluse in un documentario sui Neandertal dal titolo "Decoding Neandertals" trasmesso dalla rete americana no-profit PBS di cui condivido qui il link e del quale vi consiglio la visione, in quanto da una visione aggiornata di una ricerca che, seppur ignorata dai media mainstream per ovvie ragioni, è tuttora in pieno svolgimento.



La parte in cui si parla della popolazione della Toscana è a 44:02.

Che dire, in questo blog abbiamo dedicato molti post all'argomento: "Come scoprire il Neandertal che è in noi" e un altro che mette in relazione il DNA dei Celti con l'eredità genetica Neandertal: "Celti: possibile una discendenza dai Neandertal?"

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giovedì 9 ottobre 2014

Immunità genetica all'Ebola in Africa

I pipistrelli sono la riserva naturale dell'Ebola?
Le recenti notizie sull'Ebola si intrecciano sempre di più con gli studi sulla genetica delle popolazioni e quindi oggi andiamo nel cuore dell'Africa Nera per vedere se esistono prove di un'immunità genetica alla malattia. Si sa che l'Africa è la terra dalla quale col nome in codice di ADAM il primo uomo ha dato inizio al lungo percorso evolutivo dell'uomo sulla terra, ma contrariamente a quanto si pensi non tutta la moltitudine delle etnie africane sono autoctone del continente africano.

Un sorprendentemente alto numero di persone del Gabon potrebbe aver sviluppato un'immunità naturale all'Ebola. Anticorpi al virus sono stati trovati nel 15,3% delle comunità rurali, in queste aree non sono stati riscontrati fino ad oggi sintomi come febbri emorragiche o gravi attacchi di diarrea o vomito. I ricercatori dell'IRD (Institute de recherche pour le développement) hanno scoperto un gran numero di portatori sani nella popolazione gabonese anche nelle aree dove sono stati individuati dei focolai di Ebola. I ricercatori pensano che queste persone pur essendo entrate in contatto col virus, forse attraverso la frutta contaminata dalla saliva di una specie di pipistrelli, hanno tuttavia sviluppato gli anticorpi e non si sono ammalati.

Sono trent'anni che l'Ebola colpisce l'Africa centrale. Oggi i ricercatori pensano che i pipistrelli siano la riserva naturale del virus e possano contaminare l'uomo direttamente. Tuttavia l'esatto meccanismo di infezione per adesso sfugge. Questo studio "Possible natural immunity to Ebola?" getta nuova luce sulla diffusione dell'Ebola.

Maschera Fang - Louvre
Da questo studio noi sappiamo che una cospicua parte della popolazione gabonese ha sviluppato degli anticorpi al virus dell'Ebola. Come abbiamo visto nella premessa non tutte le etnie in Africa sono autoctone, infatti troviamo aree in cui è presente l'aplogruppo Y-DNA R1b che come sappiamo è di origine caucasica, quindi abbiamo quelle che si chiamano delle mutazioni di ritorno. Tra le popolazioni che compongono gli abitanti del Gabon abbiamo i Fang, un'etnia che si discosta dal punto di vista linguistico dai Bantu e che sostiene una discendenza dall'antico Egitto. Dal punto di vista genetico nell'etnia Fang è stata dimostrata la presenza dell'aplogruppo Y-DNA non africano R (compresi R1b e R1*) al 17% (Salas et al. 2002). Già Cruciani et al. avevano scoperto una firma genetica relativa ad una migrazione dall'Asia al Nord Camerun, si tratta di una subclade dell'apogruppo R non presente in Eurasia o in altre part dell'Africa tranne che in Egitto (13%, vedi Scozzari et al. 1999), ma in Camerun raggiunge il 40% della popolazione.

Ancora una volta ci imbattiamo in una correlazione tra gli aplogruppi genetici del cromosoma Y ed una diversa risposta immunitaria dell'organismo alle malattie.

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domenica 5 ottobre 2014

Etimologia di Brolo, Brolio, brogli e imbrogliare

Prima di parlare di questi interessanti etimi, occorre fare una premessa perché mi rendo conto che alcuni concetti potrebbero dare luogo a confusione. I Celti non sono una tribù o un popolo, i Celti sono una cultura, anzi la cultura che ha dominato l'Europa continentale dell'Età del Bronzo: dalle Alpi al Reno, dal Golfo del Leone alle coste del Mare del Nord. Senza i Celti l'Europa non sarebbe quella che conosciamo, la loro eredità culturale è evidente in molti popoli europei. I Longobardi sono un popolo germanico in cui il retaggio celtico è molto forte, lo è nella'arte dove i simboli e gli intrecci dell'arte celtica sono onnipresenti, lo è nella linguistica dove molte parole hanno un origine celtica come la parola marh (cavallo) e la stessa parola casa di cui abbiamo visto in questo blog l'etimologia. Un'altra caratteristica che lega i Longobardi ai Celti è di natura fonetica, la trasformazione del nome di Wodan (Odino) in Godan di cui si parla nella Historia Langobardorum di Paolo Diacono è tipica delle lingue gaeliche in cui la "w" tende a diventare "gw" o "gu", come nel toscano gualdo (bosco) da wald, guisa (modo, maniera) da wisa, guardia da warta e anche in Wido che diventa Guido. La mia tesi è che i Longobardi fossero una tribù gaelica finita poi in orbita germanica.

Quindi veniamo ai nostri etimi, si sa che col termine Bròlo nell'italia settentrionale ed in particolare nella Lombardia ma anche in Toscana si intende uno spazio verde cinto da mura all'interno del quale sono coltivati anche alberi da frutto. La parola fu utilizzata anche dai poeti del trecento col significato di corona, ghirlanda: "di gigli Dintorno al capo non facean brolo" (Dante); "Bieltà di fiori al crin fa brolo" (Poliziano). Questa parola arriva in Italia con i Longobardi, anche se la sua origine è celtica probabilmente dal gallico *brogilo- campo, orto recintato. Come longobardo è il toponimo Brolio nome dell'omonimo castello dell'antica famiglia Ricasoli. Il collegamento con l'italiano imbrogliare risale a quando a Venezia i senatori si mettevano sottobanco d'accordo per l'elezione del Doge proprio in un frutteto recintato da cui in- brolio, imbroglio. Come ebbe a scrivere Nicolò Tommaseo: “nell’antica Venezia tenevasi l’àmbito dei magistrati nelle piazze, che tuttavia diconsi Campi, che erano già con alberi (e segnatamente nel Campo dove è ora la chiesa e già il monastero di S. Zaccaria); da Brolo, voce viva nel Veneto, venne Broglio, nome non disonorevole, come l’àmbito dei Romani”.

Quindi possiamo dire il brolo è lo spazio archetipico che rimanda alla piazza italiana uno spiazzo circondato da alberi, dove la comunità s'incontra.

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martedì 23 settembre 2014

Ashkenaziti, Khazari, Goti di Crimea e l'aplogruppo R1b-L21

I Longobardi non erano l'unico popolo di cui è stata descritta da fonti storiche certe l'immunità alla Peste come abbiamo visto nel post sulla Peste di Giustiniano. Secondo le cronache un altro popolo si dimostrò immune alla Peste Nera che sconvolse l'Europa del XIV secolo, gli Ebrei. Quando nel 1348 arrivò la Peste in Europa cominciò a circolare la notizia che fossero proprio gli Ebrei ad avvelenare i pozzi provocando così la diffusione del morbo che avrebbe ridotto di un terzo l'intera popolazione europea e che essi ne fossero immuni. Mentre la prima notizia era falsa la seconda potrebbe avere un certo fondamento. Probabilmente il fatto di vivere nel ghetto, un ambiente circoscritto e protetto e di sottostare a rigide regole alimentari impedì il diffondersi della malattia nelle comunità ebraiche, ma potrebbe anche esserci un'altra ragione questa volta legata alla genetica delle popolazioni ed alla diffusione del gene mutato CCR5-delta32 abbastanza frequente in alcuni aplogruppi nordici.

Alcuni studi, nell'intento di giustificare recenti evidenze genetiche propongono una discendenza davidica per l'aplogruppo R1b-L21, secondo questi studi tutti coloro che appartengono a questo aplogruppo sarebbero discendenti diretti per via paterna della tribù di Giuda. Alcuni risultati nella banca dati di Ftdna vanno in questa direzione: alcune persone di origine ashkenazita in Polonia e Lituania effettivamente appartengono all'aplogruppo R1b-L21*, l'asterisco significa che si tratta di una subclade terminale, quindi una delle firme genetiche più antiche per questo aplogruppo che possiamo catalogare come celto-germanico o celto-atlantico: è l'aplogruppo più diffuso in Irlanda e Bretagna, ma è anche comune lungo le coste della Norvegia, quindi un aplogruppo sicuramente nordico che fu diffuso anche da Vichinghi e Normanni, vedi le corrispondenze in Sicilia occidentale.

La firma genetica per questi Ashkenaziti presenta alcuni marker caratteristici: 388=11, 392=14, 459b=9, and 464c=15. Il Prof. Anatole Klyosov determinò che tutti questi aplotipi avevano 8 mutazioni a 25 marker e 14 mutazioni a 37 marker collocando il loro comune ancestore a 650±240 anni fa (25 marker) o 550±160 (37 marker), un ancestore che quindi visse nel XIV-XV secolo quando l'Europa fu spopolata a causa della Peste Nera e gli Ebrei ritenuti responsabili del contagio furono perseguitati e costretti ad emigrare in Lituania e Polonia che offrirono loro protezione.

Secondo alcuni studiosi questi Ashkenaziti sono i discendenti dei Khazari, un popolo di origine caucasica convertitosi all'ebraismo che nel VI secolo viveva lungo le coste del Mar Nero, in Crimea in un'area corrispondente grossomodo all'attuale Ucraina. Dei Khazari non si parla molto nei libri di storia, eppure furono un popolo importante che costituì un potente baluardo alla pressione verso occidente di Unni, Mongoli e dell'Islam. Un cronista arabo li descriveva come un popolo che viveva al nord della terra, il loro paese era freddo e umido. Di conseguenza la loro pelle era bianca, gli occhi blu, i capelli lunghi e rossicci, di corporatura tarchiata e di natura fredda e selvaggia.

Proprio le stesse aree erano state occupate dai Grutungi o Greutungi chiamati poi Ostrogoti che secondo lo storico del VI secolo Giordane costituirono un grande regno sul Mar Nero dal III al IV secolo dando luogo alla cosiddetta Cultura di Černjachov. Se è vero che la lingua gotica fu parlata in Crimea tra il IX ed il XVIII secolo e anche vero che proprio in Crimea e attorno al Mar Nero rimasero alcune tribù gotiche che non parteciparono alle migrazioni verso l'impero romano. I Goti di Crimea furono descritti come un popolo incline alla guerra che nel V secolo abitavano molti villaggi. Teodorico il Grande non riuscì a convincerli a seguirlo per l'avventura italiana così queste divennero le meno conosciute ma paradossalmente anche le più longeve tra tutte le comunità gotiche di cui abbiamo però frammentarie notizie storiche.

I Khazari si sovrapposero al regno dei Goti e formarono una confederazione multietnica composta da una trentina di distinti gruppi etnici raggruppati in due caste, quella dei Khazari bianchi e quella dei Khazari neri. Essi costituirono un importante impero commerciale sfruttando le grandi vie d'acqua che collegavano il Mar Nero all'Europa settentrionale ed i traffici marittimi col mediterraneo. Attorno all'VIII secolo le classi dominanti di questo popolo si convertirono al giudaismo mentre il popolo professava più credi religiosi: pagani, cristiani, musulmani. La teoria secondo la quale gli Ashkenaziti sono discendenti dei Khazari non è universalmente accettata, ma la partecipazione di gruppi tribali gotici alla confederazione dei Khazari credo sia verosimile e potrebbe dare una spiegazione all'R1b-L21 tra gli Ashkenaziti. Essendo le comunità ebraiche molto chiuse è possibile che questi antchi aplogruppi gotici siano arrivati ai nostri giorni senza ulteriori mutazioni genetiche.Viceversa se la discendenza degli Ashkenaziti dai Khazari non fosse vera, allora non sarebbe facile spiegare come questo aplogruppo tipicamente nordico possa provenire dal Medio Oriente.

Nel 1999 alcune monete persiane e arabe furono trovate nell'isola svedese di Gotland, probabilmente la terra di origine dei Goti, tra le quali una moneta Khazara con su la la scritta in arabo Mosè è il profeta di Dio Anno 507 dell'egira (XI secolo).

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