venerdì 27 dicembre 2013

Il superstrato longobardo nella lingua italiana

Cosa accade dal punto di vista linguistico quando un popolo viene invaso da un popolo che parla un'altra lingua?

Per un certo periodo corrispondente almeno ad alcune generazioni permane un regime di rigido bilinguismo, poi come in tutti i comportamenti umani prevalgono scelte di tipo economico. Che vantaggi si hanno ad adottare nella propria lingua parole di un'altra lingua? Molto spesso nella storia questo è avvenuto in base a ragioni di prestigio e riscatto sociale: il lessico della lingua delle classi dominanti ha sempre esercitato un certo appeal. Quindi adottare certi termini voleva dire far salire il proprio status sociale e poter essere riconosciuti da quelle classi come interlocutori di pari rango.

In linguistica questi concetti sono spiegati attraverso il concetto di strato. In particolare si parla di substrato per indicare una lingua che nel corso del tempo perde di appeal o prestigio e di superstrato per indicare invece una lingua che denota in chi la parla un prestigio sociale maggiore.

Un classico esempio di substrato linguistico è la lingua celtica che sebbene parlata in gran parte dell'Europa, nel momento in cui le popolazioni celtiche entrarono in contatto con l'impero romano, la loro lingua fu rapidamente abbandonata per lasciare il posto alla lingua latina, che meglio si prestava ad essere utilizzata per il commercio e i traffici mercantili in quanto era parlata e capita in tutto l'impero romano. Per i Celti parlare latino divenne ben presto la possibilità di ottenere quindi vantaggi economici, culturali e politici non indifferenti. Il latino fu per i Celti quello che in linguistica si chiama superstrato.

Vediamo quindi come si applicano questi concetti alla lingua italiana: il substrato della lingua italiana è la lingua italica e la lingua dei galli cisalpini, ovvero la lingua parlata dalle genti italiche prima del loro ingresso nel contesto culturale socio-politico dell'impero romano. il superstrato è invece il volgare latino, che era sin dall'epoca repubblicana la lingua che parlava il popolo e successivamente le lingue germaniche introdotte dai cosiddetti barbari dopo la caduta dell'impero romano d'occidente.

Come si evince dall'Editto di Rotari, i Longobardi instaurarono in Italia una società rigidamente divisa in classi sociali, dove un'esigua minoranza, ben organizzata e maggiormente evoluta per conoscenze tecnologiche e know-how, dominava la popolazione locale di origine gallo-romana che parlava il volgare latino. Ben presto però la lingua longobarda perse parte del suo appeal, in quanto per i Longobardi continuare ad utilizzare la loro lingua non portava vantaggi economici di rilievo. Viceversa parlare il volgare latino voleva dire poter instaurare rapporti commerciali con tutto il bacino del mediterraneo e in particolare con l'impero bizantino, la lingua latina esercitava una forte attrazione culturale, lo stesso fascino che mosse questo popolo di raminghi senza fissa dimora ad abbandonare le fredde pianure della Pannonia per tentare l'avventura italiana e mettere fine al loro errare per l'Europa. Inoltre il latino era la lingua della Chiesa, mentre il Longobardo rappresentava la lingua dei padri, degli antichi culti pagani della tradizione celto-germanica. I due secoli del Regno longobardo sono un continuo alternarsi tra spinte all'innovazione e ritorno agli antichi valori della tradizione, tra il tentativo di affermare un potere centrale unitario e l'affermarsi dell'autarchia ducale. Ecco perché il longobardo cadde abbastanza rapidamente in disuso ma al contempo, in quanto superstrato linguistico, prestò numerosissimi lemmi relativi alla vita di tutti i giorni al processo di formazione delle lingue neolatine ed in particolare al toscano, dove l'influenza delle lingue barbariche è stata più incisiva. L'apporto di germanismi nell'italiano è il primo in ordine di quantità e il più alto di tutte le lingue romanze.

Durante la conquista dell'Inghilterra da parte dei Normanni di Guglielmo il Conquistatore nel 1066, per trecento anni i Normanni tentarono di affermare con ogni mezzo la loro lingua, l'antico francese, sulle popolazioni locali che parlavano l'antico inglese. Ma il francese in Inghilterra rimase una lingua per una ristretta elite, per il resto del popolo non vi era alcun vantaggio in termini economici a parlare il francese, in quanto la società del tempo era rigidamente divisa. Il risultato linguistico più evidente fu però l'introduzione nell'inglese di moltissimi termini di origine franco-normanna.

Anche la scelta dei nomi di battesimo corrisponde a criteri di prestigio che valgono ancora oggi: dei primi trenta nomi propri scelti in Italia ben cinque sono di origine germanica: Francesco, Riccardo, Federico, Leonardo, Edoardo, nei nomi femminili abbiamo tra i primi trenta, Francesca, Emma, Matilde e Federica.

Si noti come il passaggio di parole straniere in una lingua, non porti necessariamente alla sua decadenza o estinzione, anzi come dimostrano molte lingue moderne è vero il contrario: il lessico dell'inglese è al 65% importato da altre lingue, quello dello svedese al 75%, quello dell'albanese addirittura al 90%. Nonostante ciò queste tre lingue mantengono intatte le loro strutture morfologiche e la loro specificità. Per esempio in questi ultimi decenni la lingua italiana ha accolto tantissimi lemmi provenienti dalla lingua inglese a sottolineare l'influenza culturale della globalizzazione su molti aspetti della nostra vita. Anche qui inserire nel proprio lessico un anglicismo (superstrato linguistico per l'italiano) da all'eloquio un forte senso di autorevolezza. Ne è stato un chiaro esempio il Prof. Mario Monti che, quando è stato presidente del Consiglio dei Ministri, nei suoi discorsi faceva ampiamente uso di termini in lingua inglese quali spending review, spread, governance, a sottolineare l'alto livello culturale del governo tecnico da lui presieduto.

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lunedì 23 dicembre 2013

Fiesole e i Longobardi

Calici vitrei longobardi
Fiesole e i Longobardi è il titolo di un'importante mostra che si terrà presso le sale del Museo Civico Archeologico di Fiesole a partire dalla primavera del 2014. Lo ha annunciato ieri mattina, presso una sala Costantini particolarmente gremita, il curatore dei musei di Fiesole Marco de Marco, nell'occasione della presentazione di un elegante volume che celebra i cento anni di vita del museo fiesolano.

La mostra metterà in rilievo l'importante ruolo che Fiesole ebbe nell'organizzazione del potere longobardo in Toscana che la vede predominare in importanza rispetto alla stessa Firenze, lo testimonia l'estensione della necropoli e l'importanza delle sepolture dell'area archeologica di Piazza Garibaldi, che ha stupito gli stessi addetti ai lavori. Sono ad oggi più di cento le sepolture interessate dagli scavi e molto interessanti i reperti ritrovati, ne sono un esempio i bellissimi calici vitrei.

I Longobardi erano soliti seppellire i morti all'usanza celtica insieme con le armi e gli oggetti più importanti che li avevano accompagnati nella vita. Il calice vitreo in particolare era un oggetto che denotava l'elevato rango che il defunto aveva nella società longobarda, il calice serviva per bere il vino, l'aggiunta di calici nel corredo funerario risale ad epoche molto remote, fin dalla cultura dei cosiddetti Bell Beakers.

Come abbiamo già messo in luce in un precedente post "il sistema delle torri", i Longobardi, nonostante il loro esiguo numero, grazie ad una capillare rete di fortificazioni poste in luoghi strategici, erano in grado di controllare tutte le valli toscane, ecco quindi perché a causa della sua posizione strategica scelsero Fiesole piuttosto che Firenze per porre il loro centro amministrativo e militare della zona.

La mostra si terrà a Fiesole dal 9 aprile fino al 30 ottobre 2014.

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lunedì 16 dicembre 2013

La lingua longobarda nel toscano

Come abbiamo già visto il longobardo è una lingua germanica di ceppo occidentale non molto dissimile dall'alto tedesco antico, come l'alamanno, che è la lingua esistente più vicina al longobardo, il longobardo è affetto dalla seconda rotazione consonantica. Alcune di queste regole fonetiche permangono ancor oggi nella parlata toscana. Vediamo di seguito alcuni esempi:

Gorgia toscana: la cosiddetta gorgia toscana o spirantizzazione, ovvero quel fenomeno per il quale le consonanti occlusive sorde /k/ /t/ e /p/ diventano fricative sorde se poste davanti ad una vocale, è una chiara derivazione dall'eredità linguistica longobarda. Nella parlata toscana infatti trovano perfettamente verifica le leggi fonetiche di Grimm e Verner sul consonantismo delle lingue germaniche.

kasa > hasa
patata > pataþa (þ = th fricativa dentale sorda come nell'inglese thick)
pipa > ɸiɸa (ɸ = fricativa bilabiale sorda)
piatia > piazza (la t della parola latina diventa tz come nell'inglese ten che diventa il tedesco zehn)

che possiamo anche osservare nel passaggio dal germanico al longobardo:

ik / ek > ih (io)
bloþa > ploþa (sangue)
lūkan > lūhhan (chiudere)
TeodoricoÞeodorico
katta > kazzo (gatto)


Dittongamento toscano: si tratta di un'evoluzione del sistema delle vocali per cui tutte le vocali medio basse che si trovano in una sillaba libera o aperta dittongano, tale modifica si ha proprio a partire dall'arrivo dei Longobardi in Italia ed è un meccanismo rinvenibile anche nel longobardo stesso.

dal latino al volgare italiano:
pede > piede;
foco > fuoco;
rota > ruota

dal germanico al longobardo:
wald > guald (bosco);
worf > uuorf (lupo);
trog > truog (abbeveratoio)


Deaffricazione: Un altro fenomeno fonetico tipico del toscano è la cosiddetta deaffricazione, ovvero l'attenuazione delle consonanti fricative tra due vocali,  /ʤ/ → [ʒ]. In pratica ad un orecchio sensibile agli accenti non può sfuggire che in toscano gente diventa sgente, in particolare nella parlata aretina ho già fatto diventa ho sgià fatto. Questo fenomeno è stato illustrato in uno studio del Prof. Robert Martin Kirchner dell'Università della California, del 1998 dal titolo "An Effort-Based Approach to Consonant Lenition ". In particolare nell'indagine si parla della deaffricazione del fiorentino e la si mette in relazione con lo stesso fenomeno notato nella parlata degli immigrati di origine tedesca della Pennsylvania (Pennsylvania German) ed in particolare dai membri delle comunità Amish. Tale fenomeno è riferibile anche alla lingua gotica (Bennett, 1980).


Il toscano provoca disorientamento nell'interlocutore, perché pur essendo intelligibile nel lessico, usa regole fonetiche che sono reminescenza di un altro ceppo linguistico, provocando talvolta un effetto comico.

Fonti: Köbler, Gerhard, Althochdeutsches Wörterbuch, (4. Auflage) 1993 - Universitaet Innsbruck, Wikiling

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sabato 7 dicembre 2013

Onomastica gotica e longobarda

Oggi daremo uno sguardo all'onomastica longobarda che è sostanzialmente molto simile a quella germanica. I nomi che venivano utilizzati facevano per lo più riferimento alla natura ed agli animali caratteristici della cultura nordica: il lupo, l'aquila, l'orso oppure alle virtù militari del capostipite o al suo soprannome,  talvolta a dei toponimi.

In particolare la radice antico-germanica / gotica wīgaz (proto-germanico bēgaz), che significa guerriero, combattente, pugnace è rinvenibile in molti nomi propri di persona e cognomi che sono arrivati fino ai nostri giorni denotando le origini ancestrali del capostipite. E' così per il nome Clodoveo (Chlodwig) che deriva (hluþa = famoso + wīgaz = guerriero) da cui derivano i nomi propri Luigi e Ludovico, per il nome Viggo dell'attore statunitense Mortensen che interpreta Aragorn nel Signore degli Anelli di Peter Jackson, che deriva dalla stessa radice scandinava/germanica Vig = guerra, come anche i nomi propri sassoni Biga e Bigo e il normanno Bigot. Sempre da Wig deriva anche il sostantivo toscano béga (longobardo begaz = battaglia) che significa grana, disputa, conflitto.Dal normanno Bigot deriva nella forma di dispregiativo l'aggettivo bigotto in quanto i normanni si contraddistinguevano per un cristianesimo particolarmente intransigente.

Dalla stessa radice derivano anche molti cognomi italiani ed in particolare quelli toscani come Vichi o Vighi (got. wīg = guerra), i capostipiti di queste famiglie probabilmente appartenevano alla casta degli Arimanni (heer = esercito + mann = uomo) ovvero degli uomini liberi, era il nucleo centrale della società longobarda composta da uomini che, pur non appartenendo all'aristocrazia, potevano portare le armi, avevano il dovere di partecipare alle attività belliche e avevano diritto di voto nell'assemblea pubblica che si chiamava Gairethinx (gaire = lancia + thinx = assemblea) ovvero l'assemblea delle lance. Da questa casta deriva il nome proprio Ermanno, forse oggi un po' desueto e naturalmente il cognome Armani diffuso in Trentino, Lombardia, Emilia e Toscana. Gli Arimanni come gruppo sociale tribale persero via via molte delle loro prerogative e dei loro diritti con l'avvento del feudalesimo e la trasformazione della società medievale dopo la dissoluzione dell'impero carolingio.

Tale radice germanica è anche rinvenibile nei cognomi tedeschi Wigand, Wiegand, Wiegandt ( a.a.t. wigand = guerriero), il danese Vigand, gli anglossassoni Wiggins, Wigan.

Giuseppe Garibaldi
Nizza, 1807 - Caprera, 1882
Anche la radice germanica pald / bald (= abile), che significa valoroso è presente sia in molti nomi propri che cognomi come il toscanissimo Baldi e in quello dell'eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi (gair = lancia + bald = abile). La radice pert / behrt (= smagliante, lucente) dal gotico baírhts è presente nel cognome Berti anch'esso molto diffuso in Toscana ed in Italia settentrionale. Una leggenda vuole l'origine della famiglia Garibaldi direttamente discendente dal sovrano longobardo Garibaldo, figlio di Grimoaldo (reggenza: 662-671), che, fanciullo, regnò per un breve periodo di tempo nel 671. Garipald si chiamava anche il padre della regina Teodolinda che era di origini bavaresi ed il cui nome significava (Diot = popolo + lind = dolce) quindi dolce col suo popolo.
Come appare in questi due ultimi esempi l'onomastica longobarda risulta essere spesso caratterizzata dalla seconda rotazione consonantica dell'alto tedesco antico che è una caratteristica distintiva delle lingue germaniche di ceppo occidentale come il francone, il bavarese e l'alamanno.

Gianni Brera
San Zenone al Po, 1919 - Codogno, 1992
L'onomastica longobarda è molto presente soprattutto in Italia settentrionale. Solo per citare alcuni esempi, il cognome e toponimo lombardo Brera deriva dal longobardo braida (= prato). Da cui deriva anche il cognome di una delle più celebri firme del giornalismo sportivo: Gianni Brera. Forse in pochi sanno che fu proprio Gianni Brera che coniò il toponimo Padania, che nella lingua italiana non esisteva, per indicare la pianura padana e l'Italia settentrionale in generale ben prima che lo stesso fosse utilizzato in chiave politica.

Gastaldo (Piemonte), Castaldo (Lombardia) e Castaldini (Emilia) sono evidentemente derivati dalla parola longobarda Gastald che identificava un'importante figura amministrativa al servizio del re, che nella società longobarda serviva da contrappeso all'indipendenza dei Duchi. Era l'omologo longobardo dello Steward normanno.

Altri cognomi come Galan che si trova in Veneto, Lombardia ed Emilia deriva dal longobardo galan = cantare, probabilmente ad indicare che il capostipite era un bardo, che nella società longobarda era una figura di un certo rilievo.


Fonte: Köbler, Gerhard, Althochdeutsches Wörterbuch, (4. Auflage) 1993 - Universitaet Innsbruck

mercoledì 4 dicembre 2013

L'identità genetica dei Germani


Ormai è passato quasi un anno da quando, quasi per caso, mi sono imbattuto nel mondo della genealogia genetica. Si tratta di un “giuoco” molto complesso nel quale è facile perdere il bandolo della matassa. Nell'attesa dei risultati di un importante studio scientifico compiuto sui resti di un centinaio di corpi rinvenuti nelle necropoli longobarde in Pannonia (odierna Ungheria) ed in Italia condotto dal Prof. Patrick J. Geary a capo di un equipe di genetisti, antropologi, archeologi, storici di varie nazionalità a cui partecipa anche l'Università di Firenze, possiamo cercare di dare un senso ai dati di coloro che si sono sottoposti al test del cromosoma Y.

Per arrivare a capire se esiste una firma genetica caratteristica riferibile all'eredità genetica longobarda in Italia, occorre prima fare un passo indietro e andare a vedere come era la composizione genetica dei Germani, ovvero di quelle tribù di cui ci parla dettagliatamente Tacito nella sua opera più significativa: Germania. Mi scuso in anticipo per i tecnicismi che utilizzerò in questo post, ma spero che questo sia di stimolo per ognuno di voi ad approfondire la materia anche su altre fonti.

l'acconciatura del nodo suebo
In realtà col termine Germani si identificavano più genti diverse, ciascuna con le proprie tradizioni e caratteristiche, tra questi spiccavano i Suebi. Per Tacito i Suebi comprendevano i Semnoni che erano la tribù più antica e nobile, i Longobardi, le sette tribù dello Jutland e dell'Holstein: ovvero i Reudigini, gli Avioni, gli Angli, i Varini, gli Eudosi, i Suardoni, i Nuitoni; gli Ermunduri dell'Elba; le tre tribù lungo il Danubio: i Naristi, i Marcomanni e i Quadi. Tutte queste tribù occupavano l'area dell'Elba e condividevano il culto della Madre Terra Nerthus, per distinguersi dalle altre tribù germaniche avevano l'antica abitudine di portare i capelli raccolti in una sorta di crocchia da una parte della testa: il cosiddetto nodo suebo. All'interno della stessa tribù la crocchia distingueva i liberi dai non liberi.

Dal punto di vista genetico quindi non esisteva un unico marker genetico esclusivo per tutti questi popoli. Occorre quindi evitare scorciatoie semplicistiche come quelle di associare ad un unico SNP una specifica etnicità, del tipo: R1b-P312=celtico oppure R1b-U106=germanico. Questo tipo di semplificazione è dovuta principalmente a commentatori inglesi che tendono a considerare il proprio aplogruppo come specifico di quel contesto geografico, in un'ottica di antitesi celti/anglosassoni. La verità e che via via che sempre più persone le cui origini ancestrali sono nell'Europa continentale si sottopongono al test del DNA osserviamo che le cose stanno in modo differente. Il campione britannico infatti è sovra-rappresentato nelle banche dati anche rispetto ad altri paesi come la Danimarca, l'Austria e la stessa Italia dove l'eredità genetica germanica soprattutto nell'Italia settentrionale è molto alta.

Suddivisione dei popoli germanici in base alla lingua
I longobardi rientrano nei popoli germanici dell'Elba
e parlavano una lingua germanica di tipo occidentale
Molto probabilmente i Germani erano popoli che in origine condividevano un unico linguaggio che possiamo chiamare proto-germanico e che erano concentrati in un'area abbastanza definita tra il Nord della Germania, Jutland e Scania, raggruppavano aplogruppi del tipo I1, R1a1a, R1b-P312 e R1b-U106. In particolare l'aplogruppo R1b-L21 che fino a qualche tempo fa si riteneva caratteristico delle isole britanniche quasi in maniera esclusiva e quindi celtico tout court, è diffuso abbondantemente anche in queste aree dell'Europa settentrionale, Scandinavia e in particolare sulle sponde meridionali del Baltico. Probabilmente vi è arrivato con i Bell Beakers nella cosidetta Nordic Bronze Age (1200 a.c.) e nelle sue forme più antiche L21* e DF13* (l'asterisco sta ad indicare l'assenza di ulteriori mutazioni genetiche e quindi la vicinanza genetica al fondatore dell'aplotipo). E’ assai probabile quindi che molte popolazioni o tribù se vogliamo del Nord della Germania e di area baltica appartenessero a questo aplogruppo. La subclade DF13 è stata scoperta molto recentemente e si posiziona appena sotto la L21 dividendola sostanzialmente in due parti.

Sono quindi convinto che anche tra Angli, Sassoni, Iuti e gli stessi Longobardi fosse forte la componente Y-DNA L21, in questo modo salterebbe anche la suddivisione tra celti (L21) e Anglosasssoni (U106) nelle isole probabilmente l’eredità germanica è ben più profonda di quello che si possa pensare. Tra l'altro le isole britanniche ebbero un altro importante apporto di DNA germanico con le invasioni dei Vichinghi. Se ne deduce che nelle isole britanniche l'aplogruppo L21 non è esclusivamente di origine celtica pre-romana ma anch'esso di origine germanica. Come si farebbe altrimenti a spiegare la vasta presenza di questo aplogruppo anche nell'Inghilterra, dove i Celti sono stati letteralmente spazzati via con le invasioni del V secolo.

E' importante notare che se sovrapponiamo una mappa della diffusione dell'I1 con quella aggiornata dell'L21 notiamo che queste due mappe in parte si sovrappongono tranne in quelle aree dove vi era una presenza celtica conclamata come in Irlanda, Galles, Bretagna/Normandia, Paesi Baschi/Galizia.

In questa chiave è probabile che i recenti test che hanno evidenziato la presenza del marker L21 in Emilia (10,3%, Boattini 2013) siano riferibili a soggetti che hanno origini ancestrali longobarde. In quanto solo i Longobardi possono aver introdotto tale marker in Italia. La percentuale del 10% di L21 è stata anche trovata nella regione svedese dello Skaraborgs (Old Norway Project, 2011), e si tratta di uno studio vecchio, recenti studi indicano il marker P312 al 55% dell'R1b complessivo della Scandinavia, quindi l'L21 era presente anche nei Normanni (Norsemen) ed è infatti per questo motivo che lo ritroviamo in abbondanza nella Sicilia occidentale.

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