martedì 27 agosto 2013

Ipotesi sulla diffusione dell'aplogruppo R1b-L21 in Italia.

Diffusione dell'aplogruppo R1b-L21
Situazione aggiornata a giugno 2013
Questa interessante subclade del ramo principale dell'aplogruppo R1b, contrariamente alla U152 (lignaggio italo-celtico), non è particolarmente diffusa in Italia, né autoctona, né latina o italo-celtica. Ciò nondimeno, o forse proprio per questo, possiamo fare alcune interessanti considerazioni. Credo che infatti si possa affermare con una certa ragionevolezza che questi marker corrispondano all'apporto genetico portato nella penisola dai Normanni nel IX secolo.

Se infatti guardiamo la mappa in corrispondenza dell'Italia meridionale, vediamo che la diffusione di questa impronta genetica è presente nel Salento, nel Salernitano e nel suo entroterra, e in Sicilia dove nella parte nord occidentale è compresa tra il 5 ed il 10%. Sono queste tutte aree di influenza normanna. I Normanni furono chiamati dai feudatari Longobardi per risolvere una difficile questione geo-politica che si protraeva ormai da diverso tempo nell'Italia meridionale e che vedeva come principali protagonisti gli stessi Longobardi, i Bizantini e i Saraceni che con le loro incursioni contribuivano a rendere la situazione ancora più instabile. In quel momento i Normanni erano in Europa una vera e propria superpotenza militare, economica e culturale. Nelle stesse aree figura anche una quota percentuale analoga dell'aplogruppo R1b-U106, da attribuirsi proprio ai Longobardi.


Contrariamente ai Longobardi che avevano il grosso limite di non mischiarsi con le popolazioni autoctone, instaurando nei territori conquistati un regime di vera e propria apartheid culturale e sociale (vedi post sull'Editto di Rotari), i Normanni avevano invece una politica assai più inclusiva: arrivavano, conquistavano e saccheggiavano ma successivamente assimilavano subito la cultura e le tradizioni dei popoli sottomessi.



Stemma della casata Stuart
di origine bretone
(Stewards di Scozia)
Basti pensare che nella battaglia di Hastings nel 1066 circa un terzo delle truppe normanne impiegate era composto da bretoni di stirpe gallo-celtica. Come riportato nel Domesday Book del 1086, una sorta di primo censimento della Gran Bretagna, Guglielmo il Conquistatore elargì grosse ricompense territoriali ai duchi bretoni soprattutto in East Anglia e Scozia. Presto questa nobiltà bretone acquisì una certa rilevanza all'interno della nobiltà normanna: la stessa House of Stuart era una famiglia di origine bretone e quindi gallo-celtica in quanto uno degli ultimi discendenti della casata, che regnò su Scozia e Inghilterra (1603-1714), è risultato positivo al test del DNA per l'aplogruppo L21 (SNP L745).
Per quanto riguarda la genetica del cognome Stuart c'è un interessante progetto su Ftdna al seguente link.

Il fatto che i Normanni abbiano sangue celtico non deve sorprendere più di tanto: un recente studio condotto da ricercatori danesi su tombe vichinghe risalenti al 985 nel sud della Groenlandia, dimostrerebbe che questi primi colonizzatori avessero più DNA celtico che nordico pur essendo indiscutibilmente di origine scandinava, provenendo dalla Norvegia. In effetti in Norvegia l'R-L21 raggiunge quote del 15%, l'R-U106 30% e l'aplogruppo I (nordico) nel suo insieme non supera il 40%



Migrazioni normanne nell'Atlantico settentrionale

Per quanto riguarda la presenza del marker tra Emilia e Toscana, questa è probabilmente dovuta ad un'apporto più remoto, ovvero a popolazioni galliche che attorno al 480 a.c. si erano stanziate nella Pianura Padana come quella dei Boi, dei Senoni e dei Lingoni, fondando tra l'altro la città di Bononia, l'attuale Bologna. Sarebbe interessante sapere da quali parte della Gallia provenivano queste tribù, ma gli studi genetici sulle popolazioni in Francia sono ancora molto indietro, pare che la possibilità di effettuare dei test sul DNA abbia delle limitazioni legislative. Dagli storici romani sappiamo che i Boi nel 218 a.c. si sollevarono contro Roma all'arrivo di Annibale, contribuendo in modo decisivo alla vittoria del condottiero cartaginese nella battaglia del Trebbia. Due anni dopo i Galli Boi, sconfissero i Romani nella battaglia della Selva Litana sempre in Emilia che era la terra di stanziamento dei Boi.


Sempre relativamente a questo post, mi sono imbattuto in questa interessante infografica relativa ai risultati di una ricerca genetica sulle popolazioni della Scandinavia. Il progetto si chiama Old Norway Project e ovviamente riguarda un'indagine sugli aplogruppi del cromosoma Y. 



Y-DNA "Old Norway Project"
Ebbene qui si nota bene come l'SNP L21 è piuttosto diffuso in Norvegia terra di origine dei Normanni, mentre per quanto riguarda la Scania, Svezia meridionale, che dovrebbe essere la patria originaria dei Longobardi, la componente R1b è caratterizzata quasi esclusivamente dal marker U106, allo stesso modo anche le aree di provenienza dei Goti conservano una predominanza del marker U106. Mi sembra quindi di poter dire che in Italia l'L21 è dovuto ad un apporto Normanno, mentre l'U106 i principali indiziati sono proprio Goti e Longobardi. Sorprende che l'aplogruppo nordico I1 non sia così diffuso come si potrebbe pensare, la quota maggiore è comunque proprio in Scania. Questo conferma quanto sia predominante e uniforme l'aplogruppo R1b in Europa occidentale e come crolli la sua percentuale nell'Europa orientale: e come se esistesse ancora un'invisibile cortina di ferro genetica tra le due parti dell'Europa.

Guglielmo il Conquistatore
Aggiornamento del 07/01/2014: in merito a questo post. ho trovato un recente studio sulla diffusione del DNA portato nelle isole britanniche dai normanni con Guglielmo il Conquistatore con la conquista normanna dell'isola nel 1066. L'autore dello studio è Michael R. Maglio: "A Y-Chromosome Signature of Polygyny in Norman England". Pur non essendo in grado di trovare discendenti diretti di Guglielmo il Conquistatore, è stata fatta un'analisi comparata su cognomi di chiara e indubbia origine normanna e una successiva riduzione del campione filtrando i risultati con i 12 marker più lenti (metodo Zhivotovsky, 2004). Il risultato è il cosiddetto William the Conqueror Modal Haplotype (WCMH  a 37 markers) ovvero: 13 - 24 - 14 - 11 - 11 - 14 - 12 - 12 - 12 - 13 - 13 - 29 - 17 - 9 - 10 - 11 - 11 - 25 - 15 - 19 - 29 - 15 - 15 - 17 - 17 - 11 - 11 - 19 - 23 - 15 - 15 - 17 - 17 - 36 - 37 - 12 - 12. La sequenza degli STR è quella secondo lo standard di FTDNA. Questo modale sembrerebbe una sotto-categoria dell'R-P312.

La distanza genetica (GD) tra questo modale ed il modale de partecipanti al progetto L21+ di FTDNA è di soli 4 step, quindi direi che possiamo affermare con una ragionevole certezza che Guglielmo il Conquistatore appartenesse all'aplogruppo R-L21 Y-DNA. Nel progetto sono inclusi due membri con origini ancestrali siciliane, dei due uno presenta una GD=3 (25 markers) e l'altro una GD=12 (37 markers)

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lunedì 26 agosto 2013

La simbologia proto-romanica nell'arte longobarda

Il cuore della Toscana ci racconta di tesori di grande valore artistico che tramandano antichissimi culti ancestrali delle prime popolazioni autoctone europee sopravvissute all'ultima grande glaciazione. Le Pievi della Toscana rappresentano un forte senso di continuità col passato. 
Facciamo qui una selezione dei principali temi che costituiscono un marker stilistico della presenza longobarda in Toscana, in modo che sia possibile per tutti avere la chiave di lettura per leggere queste antiche testimonianze.

Il vortex.

Il vortex è un simbolo molto antico sviluppatosi in molte civiltà indoeuropee, è centrale nella simbologia caucasica nel motivo iconografico della cosiddetta ruota armena dell'eternità. Simbolo solare per eccellenza rappresenta la forza generatrice della natura, ed il principio primo della vita.

Il vortex, la cui genesi è parallela a quella della svastica, un antichissimo simbolo di buon auspicio (sanscrito suasti-ka, portafortuna), è uno simboli della prima chiesa che vede l'Armenia come uno dei suoi centri propulsori a partire dal IV secolo. E' possibile che questa lastra conservata nell'antica Pieve di San Leolino presso Panzano in Chianti sia una testimonianza delle dottrine dell'arianesimo che venute da oriente ebbero un particolare successo tra i barbari convertiti tra cui Goti e Longobardi. In queste dottrine Dio è visto come principio generatore distinto dal Figlio che concepito dal divino ha però una sua natura umana. In pratica viene negata la trinità e la consustanzialità tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. L'arianesimo, che prende il nome dal teologo Ario (256-336), fu condannato come eresia dal Concilio di Nicea nel 325.


Troviamo il motivo del vortex in alcune lastre in arenaria ad ornato depresso che nei templi proto-romanici costituivano il parapetto e quindi la divisione fisica tra il celebrante e la comunità dei fedeli. Queste lastre sono nella Pieve di San Leolino a Panzano nel Chianti fiorentino, una funge da supporto per l'altare, l'altra fa da decoro per il  léggìo. La croce nella lastra inscrive un motivo celtico tipicamente nordico dell'arte vichinga che è il Nodo di San Giovanni. La lastra sotto l'altare è montata al contrario e quindi per poterla vedere correttamente occorre ruotare l'immagine di 180 gradi. 



Pieve di San Leolino a Panzano
Lastra ad ornato depresso - Pieve di San Leolino a Panzano
Include dei vortex e al centro il nodo di San Giovanni

In questa lastra è evidente come l'arte longobarda, ma è possibile che la lastra sia anche di origine gotica, sia caratterizzata da uno stretto legame tra i simboli cristiani, in questo caso la croce, e le forze che regolano la natura, retaggio delle antiche credenze delle tribù germaniche. In particolare si noti la similitudine dei vortex con l'immagine su una pietra scolpita risalente all'età del ferro nordica e proveniente dall'isola di Gotland in Svezia.


Pietra dipinta di origine vichinga
Isola di Gotland - Svezia
Altri interessanti frammenti di questo tipo di lastre si trovano sul pluteo della Pieve di Corsignano a Pienza nel senese.


Vortex, ruota dell'eternità detta anche ruota armena
Lastra ad ornato depresso - Pieve di Corsignano a Pienza


Ruota dell'eternità armena

Il Nodo di San Giovanni (St. Hans Cross)

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente un simbolo ricorrente in tutte le architetture altomedievali di origine longobarda è il nodo di San Giovanni, San Giovanni fu oggetto di un partcolare culto da parte dei Longobardi in quanto rappresentava la ciclicità della vita che si identificava nel rito del battesimo. Si tratta di un antico simbolo magico protettivo scandinavo che ritroviamo anche in epoca vichinga ma che ha la sua origine in epoche assai più remote come nell'età del bronzo nordica. Il simbolo è utilizzato anche nel misticismo della Cabala.


Curiosamenente il nodo di San Giovanni detto anche St Hans's cross o St. John's Arms è il simbolo che Steve Jobs inserì nella tastiera del mac per identificare il command key e corrisponde al codice Unicode U+2318 

La stella a sei punte.

Altro simbolo assai ricorrente nell'iconografia longobarda è la stella a sei punte, detto anche "fiore della vita" o "stella-fiore", si tratta di una simbologia legata al culto del sole diffusa tra i paesi nordici ma anche in altre culture, panceltico e probabilmente legato ad un origine indoeuropea o indoaria. Le prime attestazioni di questo simbolo sono in ambito assiro e fenicio. Il fiore della vita, chiamato anche Sole delle Alpi e rosa celtica, si ritrova anche nel logo della Lega e della Padania.





La sirena bicaudata.
Questa raffigurazione evoca culti legati alla fertilità e ci riporta alla leggenda della Melusina (vedi post) ed al culto di Nerthus maturato soprattutto in ambito scandinavo e germanico. Secondo Tacito. I Longobardi condividevano il culto di Nerthus, forma latinizzata del proto-germanico Nerthuz, con altre popolazioni germaniche stanziate lungo il basso corso dell'Elba, tra il Mare del Nord ed il Baltico, un ampio gruppo etnico a cui appartenevano anche Angli, Iuti e Sassoni. La figura femminile evoca il passaggio, una porta tra mondi differenti. Esemplare in questo senso il fregio sopra il portone di ingresso della Pieve di Corsignano a Pienza. Per via sincretica questi culti furono all'origine della devozione mariana nelle campagne toscane che si diffuse a partire dal IX secolo, rintracciabile ancora oggi nei cosiddetti Madonnini.


Fregio sul portone di ingresso della Pieve di Corsignano a Pienza 
Il serpente.
I Longobardi riservavano un culto particolare per il serpente, ogni guerriero portava al collo un ciondolo d'oro con impressa la sua immagine (Goldene Schlange) ad esso veniva attribuito un significato protettivo e scaramantico. Anche se l'elite del popolo longobardo si convertì al cattolicesimo il grosso del popolo rimase fedele alle antiche tradizioni continuando ad adorare il serpente come ci spiega un testo del 1478: "Vite degli Imperadori e Pontefici Romani".
"A Rotomio, loro rè, molti rè succederono: fra' quali Grimoaldo, & il suo figliuolo Romualdo, il quale a' Sanniti signoreggiava: al tempo del quale, avvengache e Longobardi fussino battezzati, nondimeno adoravano gl' idoli, & massime l'idolo del serpente"
Mensola con serpenti intrecciati
Pieve di Santa Giulia a Caprona Credits: Francesco Fiumalbi
Difficile trovare tra i gioielli longobardi un esempio di questo ciondolo portafortuna, ma una medaglietta d'oro proveniente da una tomba sassone risalente al VI-VII secolo a Wingham nel Kent e conservata al British Museum, potrebbe essere un valido esempio vista la contiguità culturale tra i due popoli. Le spire dei serpenti intrecciandosi compongono il cosiddetto Nodo di San Giovanni, un simbolo tipicamente nordico.


Medaglietta sassone ritrovata a Wingham nel Kent
Nodo di San Giovanni formato da intreccio di serpenti
Credits: British Museum
L'adorazione dei Magi.
Un altro motivo ricorrente nell'arte sacra longobarda è l'adorazione dei Magi, in questi barbari persidi, sacerdoti zoroastriani, che venivano da oriente seguendo una stella i Longobardi riscoprivano in parte la loro epopea di popolo guidato alla loro terra promessa, l'Italia, e vedendo il culmine di questa migrazione la conversione al cattolicesimo. Così come i Magi (dalla radice proto-indoeuropea *magh- = abilità) i Longobardi erano in origine pagani, come i Magi erano indoeuropei, come i Magi venivano da oriente. L'oriente ha sempre avuto un grande signficato simbolico nella cultura di questo popolo.

I facion.
Nelle pievi romaniche spesso sono scolpite delle figure di facce, che troviamo a sinistra della porta nella già citata Pieve di Corsignano oppure dietro l'abside nella Pieve di Gaville. Questa abitudine di scolpire le facce sugli edifici o accanto agli stipiti delle porte con funzione apotropaica per scacciare gli spiriti maligni la ritroviamo molto diffusa anche in Lunigiana, nel pontremolese, nei cosiddetti facion.


Pieve di Gaville presso Figline Valdarno


Pieve di Gaville presso Figline Valdarno
Facion scolpito nella parte posteriore della Pieve

Un vero campionario dei simboli tipici dell'arte longobarda lo troviamo nello splendido chiostro romanico di Torri.





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mercoledì 14 agosto 2013

Le radici celtiche della trippa alla fiorentina

Non vi è dubbio che la cucina toscana, come del resto quella dell'Italia settentrionale, sia frutto dell'influenza culturale della popolazioni barbariche che si sono stabilite in queste aree dopo la caduta dell'impero romano. 

L'etimo di trippa è antichissimo, segno che si tratta di una pietanza conosciuta e preparata sin da epoca preistorica, il termine è chiaramente imprestato dalla lingua celtica ma presente anche nel basco che generalmente non ha alcuna analogia con le lingue indoeuropee, in quanto la parola è presente in tutte le lingue influenzate dalla cultura celtica e nelle aree di maggiore diffusione dell'aplogruppo R1b. La trippa si chiama tripakiak in basco, stripen in bretone, tripes in francese, tripas in galiziano, treip in gallese, tripe in georgiano, tripe in inglese e irlandese.


Nelle lingue germaniche l'etimo figura nel proto-germanico stripanan, che è all'origine del tedesco moderno streifen e dell'inglese stripe, striscia, in quanto, come si sa, la trippa la si prepara tagliandola a striscioline di circa un centimetro di larghezza.

Da trippa deriva il termine toscano trippaio, che è colui che prepara e vende la trippa e altre interiora come lo squisito lampredotto che, se vi capita di passare da Firenze, dovete assolutamente assaggiare. Un tempo il trippaio era un ambulante che andava in giro per la città con un carretto attrezzato chiamato barroccio, oggi i trippai hanno banchi in posti fissi della città.


La ricetta della trippa alla fiorentina è in realtà assai semplice, si fa rosolare una cipolla con tre cucchiai di olio extravergine di oliva in una casseruola bassa, quando il soffritto comincia a dorarsi si aggiungono la trippa tagliata e lavata, della passata di pomodoro e mezzo bicchiere di vino rosso, si lascia cuocere il tutto per un'oretta, un'oretta e mezzo, alla fine si può aggiungere una noce di burro.


Volendo, ma a me non piace, ci si può grattugiare sopra del parmigiano reggiano.


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martedì 6 agosto 2013

Antiche famiglie toscane: i Pazzi

Stemma de' Pazzi sul "Brindellone"
Fu durante l'assedio di Gerusalemme del 1099 ad opera delle truppe di Goffredo di Buglione che il cavaliere fiorentino Pazzino de' Pazzi, arrampicatosi a mani nude sulle mura della città, issò per primo il vessillo dei cristiani sulla città santa appena conquistata. A Pazzino, in riconoscimento del valore dell'impresa, vennero donate tre pietre focaie provenienti dal Santo Sepolcro. 

Fu questo un evento storico di grande importanza per la città di Firenze e ancora oggi ricordato nelle celebrazioni pasquali con lo scoppio del carro, che viene acceso proprio con le pietre focaie riportate da Pazzino dalla Terra Santa. E' per questo che il carro, chiamato "Brindellone" dai fiorentini e trasportato da due buoi bianchi, reca ancora oggi lo stemma de' Pazzi con i due delfini guizzanti addossati. 


Pazzino fu il primo personaggio di rilievo della casata de' Pazzi che erano originari di Fiesole e probabilmente di stirpe longobarda. Naturalmente il cognome non ha analogie con il corrispondente aggettivo italiano, ma è una classica forma patronimica dal nome Paz che è pan-europeo e deriverebbe dal latino pax (pace) nelle varie forme che includono 
Paix and Pache (Francia), Paci, Pase, and Paci (Italia), Paz, Pazos, Paso, Pazo, e De la Paz (Spagna) e Da Paz (Portogallo). Alcuni pensano che nelle versioni spagnola e portoghese il nome identifichi gli ebrei convertiti al cristianesimo come trasposizione del comune nome ebraico "Shelomo" che significa pace. Ancora oggi in Toscana si usano i cognomi preceduti dalla forma possessiva "di" o "dei" che sono il retaggio della struttura patriarcale della società longobarda, nella quale il concetto di stirpe era molto importante e che vede l'individuo come estensione della famiglia con la quale conserva un legame praticamente indissolubile.

Nel '400 la famiglia de' Pazzi diventò una delle più ricche e potenti della città, intrattenendo rapporti di amicizia e favore con le più importanti casate europee come quella di Angiò. Quando Renato d'Angiò giunse a Firenze nel 1442 tenne a battesimo il figlio di Piero de' Pazzi, che fu chiamato proprio Renato. Nello stesso periodo il fratello Jacopo de' Pazzi commissionò per la sua famiglia a Giuliano da Maiano uno dei più sontuosi ed eleganti palazzi fiorentini. Sebbene imparentato con la famiglia Medici attraverso il matrimonio del nipote Guglielmo con Bianca de' Medici, Jacopo fu coinvolto nella congiura per eliminare Giuliano e Lorenzo de' Medici. Il 26 aprile 1478 nella cattedrale di Firenze, Santa Maria del Fiore, i due fratelli Giuliano e Lorenzo furono aggrediti durante la Messa domenicale, Giuliano cadde in una pozza di sangue e Lorenzo, pur ferito, si salvò miracolosamente. La congiura si rivelò un clamoroso fiasco: la città era fedele ai Medici e insorse contro coloro che l'avevano ordita,  i principali responsabili furono prima linciati in Piazza della Signoria e poi appesi dalle finestre di Palazzo Vecchio. Tutti i membri della famiglia Pazzi furono esiliati ed i loro beni confiscati.


Solo dopo la morte di Lorenzo, fu permesso a coloro della famiglia che erano estranei alla congiura di poter ritornare in città dall'esilio e rivestire anche cariche pubbliche, in particolare il genero di Lorenzo, Guglielmo che assunse il ruolo di ambasciatore della Signoria presso Carlo VIII in Francia ed altre importanti cariche istituzionali.


Nel videogame Assassin Creed II sviluppato dalla Ubisoft, pubblicato nel 2009 e ambientato a Firenze, la famiglia dei Pazzi è citata come alleata dei Templari e contrapposta a quella del protagonista Ezio Auditore alleata con quella dei Medici.


Per una più ampia panoramica sui blasoni delle antiche famiglie toscane, si veda la Raccolta Ceramelli Papiani presso l'Archivio di Stato di Firenze i cui contenuti sono disponibili on-line.


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