sabato 29 giugno 2013

Alla ricerca del marker longobardo: la statura

I Longobardi, attraverso il loro DNA ci hanno lasciato un carattere genetico ereditario che possiamo constatare con facilità: la statura. L'altezza media è un parametro che in Italia varia molto da regione a regione. Raggiunge il suo massimo nelle regioni del nord-est per diminuire anche sensibilmente lungo lo stivale. 


Come mai i Longobardi erano così alti? Dall'analisi linguistica comparata sono emerse molte coincidenze tra lemmi longobardi e lemmi dell'antico frisone, una lingua che si parlava nella regione storica della Frisia situata sulle coste del Mare del Nord tra l'Olanda e la regione tedesca dello Schleswig-Holstein. Questa è esattamente la stessa area geografica dove, attorno al I secolo d.c., lo storico romano Tacito colloca i Longobardi nella sua opera Germania.

Nel medioevo la Frisia era già conosciuta per la straordinaria altezza dei suoi abitanti, lo stesso Dante nel canto XXXI dell'Inferno per indicare l'altezza di un demone infernale fa riferimento all'altezza dei Frisoni: "..., che giugnere a la chioma tre Frison s'averien data mal vanto", ovvero neanche tre frisoni posti uno sull'altro avrebbero potuto raggiungere il capo del demone di cui ci parla il sommo poeta.


Dal punto di vista genetico abbiamo fatto già riferimento al marker SNP U106 che è sicuramente legato al grosso delle popolazioni di stirpe germanica. Questo marker viene anche definito "frisian marker" anche se questo è un termine che può trarre in inganno. Nell'area infatti sono presenti anche altri marker genetici. Sto parlando dell'L21, un tratto continentale celtico presente anche in popolazioni che parlavano un idioma germanico occidentale come i Longobardi. 


Che l'L21 possa essere stato importato nelle isole britanniche dal continente ce lo dice direttamente lo stesso Tacito che nel suo Agricola ci parla degli abitanti della Caledonia (Scozia): "Namque rutilae Caledoniam habitantium comae, magni artus Germanicam originem adseverant" cioé "I capelli rossi e le grandi membra degli abitanti della Caledonia indicano chiaramente un'origine germanica." Questo è un marker che troviamo infatti sempre più spesso lungo tutta la costa della Frisia, e in prossimità della foce dell'Elba, dove oggi sorge la città di Amburgo. Del resto l'inglese è una lingua di ceppo germanico, l'antico inglese ha molte similitudini con l'antico frisone e con l'olandese, a questo deve pur corrispondere un forte apporto genetico proveniente dal continente. Nelle isole britanniche le popolazioni celtiche autoctone sono rimaste solo nel Galles ed in Irlanda dove infatti è sopravvissuta l'originaria lingua gaelica. Tra l'altro sembra che gli anglosassoni in Inghilterra abbiano attuato una vera e propria pulizia etnica che deve aver inciso parecchio sul substrato genetico dell'isola.


Ecco che quindi non possiamo limitare l'influsso germanico al marker U106 ma lo dobbiamo estendere anche all'L21 per indicare le popolazioni che abitavano nell'attuale Schleswig-Holstein e lungo il basso corso dell'Elba, che erano le aree di provenienza di Sassoni, Angli e Iuti, ma anche dei Longobardi che come sappiamo hanno avuto un percorso migratorio completamente diverso, che passando per la Pannonia (Ungheria) li avrebbe condotti nella loro nuova patria: l'Italia. Quindi con buona pace di chi sostiene il contrario non possiamo considerare il marker L21 come esclusivamente celtico, ma relativo anche a popolazioni della Germania settentrionale e dello Jutland. L'L21 è anche presente lungo la costa meridionale di Svezia e Norvegia, anche se purtroppo i dati della scandinavia sono ancora basati su un campione troppo piccolo per vedere il reale impatto di questo marker.



Chiesa fortificata nel villaggio sassone di Prejmer
 in Transilvania
In particolare sono interessanti alcuni spot L21 in Romania, presso la cittadina di Brașov, nell'area dei villaggi sassoni della Transilvania. In questa zona si insediarono a partire dal XIII secolo delle colonie di contadini tedeschi che costruirono dei villaggi fortificati contro le invasioni dei Tartari.
Questi sei villaggi oggi sono riconosciuti dall'UNESCO patrimonio dell'umanità.

Passando all'Italia si rilevano spot L21 a Torino e in Val di Susa, in diverse località della Sicilia, nell'alto Bradano e in Corsica settentrionale. Sono tutte localizzazioni che potrebbero essere compatibili con insediamenti longobardi (a parte la Sicilia che non fece mai parte del Regno longobardo d'Italia). Purtroppo però nel nostro paese sono ancora pochissimi quelli che si sono sottoposti all'esame del DNA del cromosoma Y e hanno testato anche gli SNP.


Se siete interessati a fare le analisi del DNA per scopi genealogici potete ordinare un test del cromosoma Y-DNA, per conoscere l'aplogruppo di appartenenza basta anche un test a 12 marker, se il risultato del test è R-M269 e volete sapere se i vostri ancestori erano Longobardi, dovete allora ordinare gli SNP test per i marker U106 e L21. Uno di questi due dovrebbe essere positivo. Per i risultati occorre aspettare circa 60 gg.


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martedì 25 giugno 2013

L'etimologia della parola "casa"

Casa è una delle parole più comuni della lingua italiana, eppure la sua etimologia è stata molto discussa. In realtà se prendiamo un vocabolario della lingua latina e andiamo a cercare il lemma, troviamo "Casa: capanna, tugurio: casa di campagna, baracca militare", quindi a questo punto ci potremmo ritenere soddisfatti e passare oltre.

E invece no, la cosa non quadra perché per i romani quella che noi chiamiamo casa era sempre e solo domus anche quando si trattava di una villa rurale, tanto è vero che questa parola latina è stata prestata ad altre lingue, per esempio a quelle slave, nel russo дома, nel croato dom, nel ceco domácí, nel polacco dom, nello sloveno domov, nel serbo дом, nello slovacco domáce, con lo stesso significato di casa.

In alternativa la casa popolare veniva chiamata insula e si diffuse soprattutto in epoca imperiale, quando all'aumento della popolazione nella città si rispose con un incremento nell'altezza delle abitazioni.

Quindi vediamo la fonte di questo etimo latino: il vocabolario riporta: "Caes B.G. 5.43.1", Gaio Giulio Cesare, De bello Gallico, libro V, paragrafo 43 che di seguito riporto per intero.

Septimo oppugnationis die maximo coorto vento ferventes fusili ex argilla glandes fundis et fervefacta iacula in casas, quae more Gallico stramentis erant tectae, iacere coeperunt. Hae celeriter ignem comprehenderunt et venti magnitudine in omnem locum castrorum distulerunt. Hostes maximo clamore sicuti parta iam atque explorata victoria turres testudinesque agere et scalis vallum ascendere coeperunt. At tanta militum virtus atque ea praesentia animi fuit, ut, cum undique flamma torrerentur maximaque telorum multitudine premerentur suaque omnia impedimenta atque omnes fortunas conflagrare intellegerent, non modo demigrandi causa de vallo decederet nemo, sed paene ne respiceret quidem quisquam, ac tum omnes acerrime fortissimeque pugnarent. Hic dies nostris longe gravissimus fuit; sed tamen hunc habuit eventum, ut eo die maximus numerus hostium vulneraretur atque interficeretur, ut se sub ipso vallo constipaverant recessumque primis ultimi non dabant. Paulum quidem intermissa flamma et quodam loco turri adacta et contingente vallum tertiae cohortis centuriones ex eo, quo stabant, loco recesserunt suosque omnes removerunt, nutu vocibusque hostes, si introire vellent, vocare coeperunt; quorum progredi ausus est nemo. Tum ex omni parte lapidibus coniectis deturbati, turrisque succensa est.


Nel testo si usa il termine casas per indicare le case dei Galli che secondo l'usanza delle popolazioni celto-germaniche non erano costruite con la pietra, ma erano capanne di legno col tetto di paglia, risulta quindi strano che noi chiamiamo casa le capanne dei celti e non la domus romana. 

Non è che l'uso di questa parola di origine celtica per indicare una cosa così comune e basilare nella nostra esistenza denota qualcosa di più sorprendente circa le nostre origini ancestrali? Ma soprattutto come mai chiamiamo "Casa" le capanne dei Celti?

Nelle lingue di ceppo germanico, in alto tedesco antico la parola per casa era hus, in olandese huis, antico inglese hus, tutte derivano dal proto-germanico husan da cui deriva la parola inglese house. Per i Goti la parola per casa che era razr (polacco rodzina = famiglia?) mentre la parola hus era riferita solo al tempio sacro 
guþ-hus dimora di Dio.

Mi ricordo che in una delle mie prime lezioni di inglese al British Institute of Florence, la mia insegnante una certa Miss Bliss, spiegandomi le parole base della lingua inglese disse che per noi fiorentini era facile pronunciare la parola "house" in quanto eravamo avvezzi alla c aspirata che diventava quindi h, così che noi pronunciamo hasa e non kasa. Forse questa peculiarità fonetica non è un caso ma il segno del nostro retaggio ancestrale germanico.

In case come questa vissero i Longobardi duemila
anni fa in Zethlingen , Sassonia-Anhalt
Se andiamo ad analizzare alcuni toponimi della campagna toscana situati nei pressi di insediamenti longobardi come Casola (Kàsol in dialetto) in Lunigiana, Casole sui monti del Chianti e Casole d'Elsa d (dialetto Schwäbisch Häusle, piccola casa), allora mettiamo in evidenza alcune relazioni linguistiche inedite ma lampanti: questi hanno infatti una corrispondenza con l'antico inglese castell, l'olandese kasteel e ovviamente l'inglese castle che se lo parliamo bene lo dobbiamo pronunciare senza far sentire la "t" cioé ˈkɑːsl, questo etimo in epoca alto-medievale non significava tanto castello quanto villaggio rurale fatto di case col tetto di paglia, che ci riporta all'origine di questi toponimi di epoca longobarda e per estensione all'etimo di casa. 


La cosa buffa è che questo lemma proveniente dall'Europa del nord col significato di villaggio rurale ha preso in prestito la parola latina castellum un termine che significava sia fortificazione sia "villaggio, borgata (posta in altura)" e questo dovrebbe farci capire come le lingue sono interconnesse tra di loro. 

Rovine di un antico monastero irlandese
iIllustrazione di Margaret Stoke
Nell'Irlanda della prima cristianizzazione ad opera dei monaci irlandesi detti anche scoti, l'insediamento base del monastero veniva chiamato cashel (irlandese caiseal), questo era composto da un gruppo di edifici di pietra circondato da muro di cinta di solito circolare di 33 metri di diametro, alto circa quattro metri e largo 90 cm, con un percorso sulla sommità. Si trattava quindi di insediamenti ecclesiastici ma anche militari in quanto erano continuamente sottoposti alle incursioni di Vichinghi, Franchi e Normanni. Per capire quanto fossero diffusi questi monasteri, basta dire che nella sola isola di Aran ve ne erano dieci.

Il monachesimo irlandese si diffuse in tutta l'Europa continentale con lo scopo di convertire i barbari. E' possibile quindi che in Toscana toponimi come Casola o Casole facciano proprio riferimento a questo tipo di insediamento fortificato.


Per maggiori informazioni sull'importanza del monachesimo irlandese nell'evangelizzazione della Toscana longobarda si legga il seguente post.


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sabato 22 giugno 2013

The big white

In un precedente post dedicato all'antica famiglia fiorentina degli Albizi ho indagato sull'etimologia della parola albiz che in alto tedesco antico significava cigno, una radice linguistica antichissima, spesso accompagnata da significati magici.

Attraverso l'analisi comparativa si suppone una sua derivazione dal proto-indo-europeo albʰós (bianco) da cui deriverebbero anche il latino albus, l'antico norvegese alfr (elfo), il tedesco Alp, l'inglese elf, ed altri etimi analoghi praticamente in tutte le lingue indoeuropee. 


Il fatto che la parola bianco abbia una radice così antica ed allo stesso tempo così comune in tutte le lingue non deve stupire, oggi abbiamo dimenticato il nostro rapporto ancestrale col bianco, ma nell'Europa primordiale dell'ultima grande glaciazione, the "big white" dominava la vita dei nostri ancestori in una continua lotta per la sopravvivenza.


Il video che segue rende bene l'idea di cosa fosse l'Europa ai tempi dell'ultima grande glaciazione che ha avuto un ruolo centrale nella diffusione degli aplogruppi sul nostro continente, isolando alcune popolazioni per migliaia di anni nei cosiddetti "rifugi": il rifugio dinarico, nei balcani, per l'aplogruppo I, l'unico aplogruppo interamente europeo, il rifugio basco, per l'aplogruppo R1b.


mercoledì 19 giugno 2013

Longobardi in Corsica

Longobardi in Corsica, possibile? Sembrerebbe proprio di si: da un'analisi della toponomastica salta subito all'occhio una concentrazione dei più classici toponimi longobardi nell'estremità settentrionale dell'isola nei pressi di Macinaggio, quella che noi chiamiamo comunemente "il dito".


La presenza longobarda in Alta Corsica sarebbe anche attestata da numerose vestigia proto-romaniche dedicate a San Michele, la cui venerazione è un tipico segno della presenza di antichi insediamenti longobardi, con tratti stilistici comuni alle più antiche pievi del contado toscano e del lucchese in particolare.


Chiesa di San Michele, Murato - Corsica settentrionale
By Pierre Bona (Own work), via Wikimedia Commons

Una piccolissima pieve dedicata a San Michele la si trova presso Sisco, ma ben più importante è la Pieve di San Michele presso Murato, ricchissima di scultura proto-romanica, capitelli e formelle con figure zoomorfe e sirene bicaudate, intrecci celtici e stelle alpine, bassorilievi in arenaria grigia che ci raccontano del culto ancestrale per il serpente della tradizione pagana longobarda. In particolare la sirena bicaudata, la ritroviamo a Lucca nella chiesa di San Michele, in Lunigiana a Fivizzano (Fiuzzan) anche qui nella Chiesa di San Michele Arcangelo e nella Pieve dei Santi Cornelio e Cipriano a Codiponte.



Particolare: capitello a forma di sirena bicaudata
Chiesa di San Michele Arcangelo, Murato - Corsica settentrionale

Diventata ormai arcinota nell'immaginario collettivo da quando la catena Starbucks l'ha adottata come suo logo, la sirena bicaudata ha un significato ancora per molti versi avvolto nel mistero. Retaggio di antichi culti legati alla terra, richiama la forza rigeneratrice di Freia, che nella mitologia nordica è dea della magia e dell'amore, della fecondità e della lussuria, protettrice delle partorienti. Come ci racconta Paolo Diacono nella sua Storia dei Longobardi, i Longobardi veneravano Frea (Freia), moglie di Godan (Odino). Anche Tacito nel suo Germania ci ricorda come alcune tribù della Germania settentrionale tra cui i Longobardi e gli Angli venerassero la madre-terra chiamata Nerthus (forse madre di Freia?), di cui ci racconta con l'occhio distaccato ma attento dello storico l'esoterico culto.


Evoluzione del logo Starbucks negli anni

Vediamo adesso come stanno le cose dal punto di vista genetico, in Alta Corsica troviamo un picco di R1b (U152+). Anche se la positività all'U152 per me è riconducibile più ad un apporto italo-celtico di origine cisalpina che longobardo. Peccato non avere dati più significativi sulla diffusione dell'Y-DNA R1b in Corsica.


E' però possibile che l'U152 in Corsica ce l'abbiano portato i celti cisalpini presenti nelle legioni di Roma, era comune infatti che i popoli assoggettati dai romani prestassero servizio nelle legioni dell'impero (auxiliares). Per esempio nel II secolo d.c. solo in Britannia l'auxilia poteva contare su una forza di 32.000 uomini tra fanteria leggera e cavalleria organizzata in 45 coorti.


In effetti dando un'occhiata agli spot U152 nelle isole britanniche, dove questo marker non è particolarmente diffuso, la concentrazione massima la troviamo nel Kent, estremità sudorientale dell'isola, che deriva il suo nome dal latino Cantium e dove la colonizzazione romana è stata più profonda e duratura. In Corsica non ho trovato spot per l'U106 ma uno spot isolato L21+ proprio nella Corsica settentrionale.


L'L21 è la subclade Y-DNA prevalente nelle isole britanniche e quindi british per definizione, ma a ben vedere è presente con spot anche nell'Europa continentale, in particolare nella Frisia e nella regione tedesca dell'Anglia (Angeln) situata nella penisola dello Jutland indicata da Tacito come terra d'origine della tribù germanica degli Angli che per così dire erano i vicini di casa dei Longobardi che sempre secondo Tacito occupavano il basso corso dell'Elba, grossomodo dove adesso sorge la città di Amburgo, e quindi potrebbero aver condiviso alcuni marker genetici.

domenica 16 giugno 2013

Antiche famiglie toscane: gli Albizi.

Stemma degli Albizi
L'antica famiglia fiorentina degli Albizi di cui restano tante testimonianze a Firenze ed in altre parti della Toscana, è una famiglia di origine germanica il cui nome deriva da albiz che in alto tedesco antico significava cigno. 

Proveniente dalla Germania all'epoca di Ottone III, la casata degli Albizi si stabilì prima ad Arezzo per poi trasferirsi a Firenze nel XII secolo attratta dalla dinamicità mercantile della città. Molto intraprendenti gli Albizi si occuparono di trovare nuove vie per il commercio della lana soprattutto in Oriente. In seguito ai tumulti popolari che vanno sotto il nome di rivolta de'Ciompi nel 1378, gli Albizi furono esiliati dalla città per poi ritornarvi nel 1382 quando il regime oligarchico fu ripristinato. Sotto la loro influenza la città di Firenze cominciò ad assumere un ruolo egemonico in Toscana, nel volgere di pochi anni, i gigliati estesero il loro dominio su altre città toscane: Arezzo (1384), Montepulciano (1390), Pisa (1406), Cortona (1411), Livorno (1421). Negli anni successivi, in seguito al fallimento del tentativo di prendere Lucca, la fortuna politica degli Albizi andò scemando per cedere il passo a quella della famiglia rivale dei Medici.


Gli Albizi avevano anche molti possedimenti nel fiorentino e nell'aretino, tra questi lo strategico Castello di Nipozzano situato su un'altura alla confluenza della Sieve con L'Arno. Il toponimo Nipozzano deriverebbe dall'alto tedesco antico niozzan, utilizzare qualcosa, beneficiare, usufruire, si trattava quindi di un bene concesso in godimento a famiglie nobili in cambio del controllo del territorio. Dal termine deriva anche il sostantivo del tedesco moderno Nutzen (vantaggio, vantaggi) ed il corrispondente verbo col significato di utilizzare, giovare.


Altro toponimo riferibile alla famiglia degli Albizi sono le Gualchiere di Remole sulla riva sinistra dell'Arno nei pressi di Rosano. Gualchiera e gualcare derivano dal longobardo walkjan che significa pressare, il procedimento attraverso il quale si rendeva il tessuto più resistente attraverso l'infeltrimento della lana. Dalla stessa radice derivano il cognome pratese Gualchierani e quello piemontese Gualco oltre al comunissimo anglo-sassone Walker.


Il cigno è una figura chiave nella mitologia celto-germanica, simbolo di bellezza e fertilità, questo animale rappresenta un ideale di purezza e nobiltà che riporta ad un mondo primordiale. Le valchirie, le donne guerriero della mitologia norrena, erano spesso accompagnate da cigni e molte saghe medievali ne erano ispirate. come quella di Lohengrin. Anche lo stemma degli Albizi potrebbe far riferimento a queste creature acquatiche, attraverso il simbolo dell'occhio del cigno che è bordato di nero, anche se occorre dire che il riferimento araldico che va per la maggiore, anche se inusuale,  è quello dei gomitoli, infatti la famiglia apparteneva proprio alla corporazione dell'arte della lana. Lo stemma è sormontato da una croce teutonica che fa riferimento all'ammissione in tale ordine di Maso degli Albizi (1343-1417), figura centrale della casata e gonfaloniere di giustizia del governo fiorentino dal 1393.


Per una più ampia panoramica sui blasoni delle antiche famiglie toscane, si veda la Raccolta Ceramelli Papiani presso l'Archivio di Stato di Firenze i cui contenuti sono disponibili on-line.


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mercoledì 12 giugno 2013

Le pievi toscane: Sant'Appiano

La Pieve di Sant'Appiano in Val d'Elsa
La campagna toscana è ricca di bellissime pievi, alcune di queste sono antichissime. Una delle più antiche è la Pieve di Sant'Appiano che prende il nome dall'evangelizzatore della Val d'Elsa Appiano, forse un monaco irlandese di nome Abbán. Per tutto l'alto medioevo in Europa si diffuse il monachesimo irlandese: una forma di cristianesimo di origine celtica, nel quale il rapporto dell'uomo con la natura era un tratto fondamentale. Dal VII secolo i seguaci di San Colombano attraversavano le campagne d'Europa in lungo e in largo e, dopo aver convertito le popolazioni pagane dei regni merovingi, giunsero nella Pianura padana e nella Tuscia longobarda. La presenza in Toscana di questi evangelizzatori irlandesi continuò anche nei secoli successivi, basti pensare al vescovo di Fiesole Donato ed al culto di Santa Brigida diffuso nelle campagne toscane.

Davanti alla Pieve, anche questa in parte ricostruita dopo il crollo del 1171, un tempo sorgeva un antico battistero ottagonale dove veniva praticato il battesimo per immersione, di questo battistero oggi non rimangono che le quattro colonne centrali in pietra. Forse in origine questa piccola costruzione era un tempietto romano posto su un piano (ad planum) al quale si accedeva per la ripida scalinata in pietra tuttora esistente. 



Capitello ungulato con figure zoomorfe

Analogia con un capitello visigoto presso Valencia



Se osserviamo i capitelli ungulati vediamo che questi sono scolpiti con figure zoomorfe, e simbologie varie: a sinistra abbiamo una croce ancorata che probabilmente fa riferimento alle dottrine dell'arianesimo, il monogramma a destra è raro e di difficile interpretazione, ma credo che rappresenti una pianta schematica della città di Babilonia che aveva otto porte, per rafforzare la numerologia del numero 8 che è legata al battesimo e alla purificazione. Altre simbologia sono più prettamente germaniche e di origine pagana come il simbolo dell'Irminsul e il nodo di San Giovanni. Su un altro capitello ritroviamo il motivo della palma e delle decorazioni a onda già visti nella scultura altomedievale di altri pievi toscane: nell'Ambone di Gropina, di cui abbiamo accennato in un altro post, e in una lastra di arenaria conservata nella pieve di San Leolino a Panzano.


Lastra decorata a rilievo dell'VIII secolo
Nella croce è iscritto un nodo di San Giovanni
Pieve di San Leolino a Panzano

Anche il nome Leolino, che in Italia compare solo nella toponomastica relativa alle pievi della Diocesi di Fiesole, deriverebbe dal gallese Leolin, un nome di origine celtica diffuso ancora oggi, che è una variante di Llewellyn, dall'antico celtico Lugubelenus. Tra i personaggi storici che portarono questo nome spicca Leolino principe di Galles (1223-1282).


All'interno della Pieve di Sant'Appiano la navata di sinistra è originale, mentre quella di destra è stata ricostruita in epoca successiva al crollo del campanile, probabilmente in seguito ad un terremoto. Molto bello il chiostro, anche qui sono presenti deliziose colonnine con capitelli ungulati scolpiti con motivi floreali.



Chiostro della Pieve di Sant'Appiano





sabato 8 giugno 2013

La bozza pratese al Festival del pane di Prato

In questi giorni si celebra a Prato il Festival del pane (7-9 giugno), la regina di questo evento è la bozza pratese, in pochi però forse sanno che questo termine deriva dall'alto tedesco antico bōza che significava fagotto, fascina ovvero qualcosa sistemato alla bell'e meglio. Anche oggi noi chiamiamo "bozza" la prima stesura di un documento, e "abbozzare" un qualcosa su cui si è cominciato a lavorare ma che necessita ancora di essere portato a compimento. 

La bozza pratese è un filoncino rustico di forma rettangolare (di qui il nome) composto da farine di grano tenero integrali che ne danno la classica colorazione bruna, l'impasto viene lavorato e lasciato riposare prima di essere nuovamente rilavorato, tagliato a mano ed infine cotto nel forno a legna. La bozza pratese è un pane preparato senza sale e pertanto è l'ideale abbinamento per i salumi toscani che come tutti sanno sono particolarmente saporiti.


Probabili quindi le origini longobarde della bozza, che fa parte dell'eredità culturale di un territorio come quello pratese strategico per il controllo della Val di Bisenzio e che vede la presenza longobarda attestata da numerosissimi toponimi e cognomi di origine germanica.


In toscano usiamo il termine abbòzzala come invito a cessare un determinato  comportamento o atteggiamento che da fastidio: "guarda un po' d'abbòzzalla!"


Maggiori informazioni possono essere trovate sul sito dell'evento.


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