domenica 3 marzo 2013

I Cavalieri di Rohan ispirati a quelli longobardi.

Forse non molti sanno che J.R.R. Tolkien fu un importante linguista e uno dei massimi studiosi di letteratura medievale della sua epoca. Collaborò all'Oxford English Dictionary e tra il 1925 ed il 1945 insegnò lingua e letteratura anglosassone ad Oxford. Nel suo principale romanzo "Il Signore degli anelli" si ispirò ai guerrieri longobardi nella rappresentazione dei celebri Cavalieri di Rohan.

Nel testo viene utilizzata la parola germanica Mark per identificare la loro terra, una parola che significa confine, frontiera, limite, identifica una terra desolata, ampi spazi di brughiera, ben rappresentata nella location neozelandese del film tratto dal libro. Ma la parola marah in alto tedesco antico significa anche cavallo, questa è una radice arcaica condivisa solo dalla lingua celtica e dalla lingua germanica (quella parlata dai barbari per intendersi) che quindi troviamo nell'antico irlandese marc, nel gallese march, nell'antico inglese mearh, nell'antico islandese marr, questi etimi sopravvivono anche nell'italiano nella parola maresciallo (marhshall) e maniscalco (marhskalk) entrambi introdotti nella lingua italiana dal longobardo marh.


Anche nel nome immaginario del re Théoden, Tolkien inserisce un sottile indizio fonetico: quel den con la consonante shiftata allude alla seconda rotazione consonantica di cui abbiamo uno dei primi esempi proprio nella lingua longobarda.
Ecco il celebre passo nel quale Tolkien introduce i Cavalieri di Rohan:
I loro cavalli erano imponenti, forti e dall'andatura decisa; i manti grigi e scintillanti, le lunghe code svolazzanti al vento, le criniere sciolte sui colli orgogliosi, si accordavano perfettamente con gli Uomini che li montavano, alti e dalle lunghe membra. I loro capelli color del lino, coperti da elmi leggeri, spiovevano in lunghe ciocche sulle spalle: i volti erano severi e gli sguardi penetranti. Stringevano lance di frassino e portavano legati alle spalle degli scudi dipinti; grandi spade pendevano dalle loro cinte e cotte di maglia brunite li coprivano sino alle ginocchia.
La descrizione dei cavalli allude ad una razza contraddistinta da un particolare manto che si chiama appunto roano (roan in inglese, dal germanico raudan, fulvo) si tratta di una mescolanza di peli bianchi che si aggiunge al colore di base del mantello dell'animale, quindi se il cavallo è nero il cavallo appare grigio tranne la criniera, la coda e gli arti. In Danimarca e nello Schleswig-Holstein si trovano particolari razze equine che hanno questo tipo di mantello e le caratteristiche descritte da Tolkien. 
Questo tipo di mantello era conosciuto da tempo, viene citato anche da Ariosto in un passo del suo Orlando Furioso:
e con chiari anitrir giù per quei calli
venian saltando, e giunti poi nel piano
scuotean le groppe, e fatti eran cavalli,
chi baio e chi leardo e chi rovano.
La turba ch'aspettando ne le valli
stava alla posta, lor dava di mano:
sì che in poche ore fur tutti montati;
che con sella e con freno erano nati.
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso

Cavallo roano


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