venerdì 27 dicembre 2013

Il superstrato longobardo nella lingua italiana

Cosa accade dal punto di vista linguistico quando un popolo viene invaso da un popolo che parla un'altra lingua?

Per un certo periodo corrispondente almeno ad alcune generazioni permane un regime di rigido bilinguismo, poi come in tutti i comportamenti umani prevalgono scelte di tipo economico. Che vantaggi si hanno ad adottare nella propria lingua parole di un'altra lingua? Molto spesso nella storia questo è avvenuto in base a ragioni di prestigio e riscatto sociale: il lessico della lingua delle classi dominanti ha sempre esercitato un certo appeal. Quindi adottare certi termini voleva dire far salire il proprio status sociale e poter essere riconosciuti da quelle classi come interlocutori di pari rango.

In linguistica questi concetti sono spiegati attraverso il concetto di strato. In particolare si parla di substrato per indicare una lingua che nel corso del tempo perde di appeal o prestigio e di superstrato per indicare invece una lingua che denota in chi la parla un prestigio sociale maggiore.

Un classico esempio di substrato linguistico è la lingua celtica che sebbene parlata in gran parte dell'Europa, nel momento in cui le popolazioni celtiche entrarono in contatto con l'impero romano, la loro lingua fu rapidamente abbandonata per lasciare il posto alla lingua latina, che meglio si prestava ad essere utilizzata per il commercio e i traffici mercantili in quanto era parlata e capita in tutto l'impero romano. Per i Celti parlare latino divenne ben presto la possibilità di ottenere quindi vantaggi economici, culturali e politici non indifferenti. Il latino fu per i Celti quello che in linguistica si chiama superstrato.

Vediamo quindi come si applicano questi concetti alla lingua italiana: il substrato della lingua italiana è la lingua italica e la lingua dei galli cisalpini, ovvero la lingua parlata dalle genti italiche prima del loro ingresso nel contesto culturale socio-politico dell'impero romano. il superstrato è invece il volgare latino, che era sin dall'epoca repubblicana la lingua che parlava il popolo e successivamente le lingue germaniche introdotte dai cosiddetti barbari dopo la caduta dell'impero romano d'occidente.

Come si evince dall'Editto di Rotari, i Longobardi instaurarono in Italia una società rigidamente divisa in classi sociali, dove un'esigua minoranza, ben organizzata e maggiormente evoluta per conoscenze tecnologiche e know-how, dominava la popolazione locale di origine gallo-romana che parlava il volgare latino. Ben presto però la lingua longobarda perse parte del suo appeal, in quanto per i Longobardi continuare ad utilizzare la loro lingua non portava vantaggi economici di rilievo. Viceversa parlare il volgare latino voleva dire poter instaurare rapporti commerciali con tutto il bacino del mediterraneo e in particolare con l'impero bizantino, la lingua latina esercitava una forte attrazione culturale, lo stesso fascino che mosse questo popolo di raminghi senza fissa dimora ad abbandonare le fredde pianure della Pannonia per tentare l'avventura italiana e mettere fine al loro errare per l'Europa. Inoltre il latino era la lingua della Chiesa, mentre il Longobardo rappresentava la lingua dei padri, degli antichi culti pagani della tradizione celto-germanica. I due secoli del Regno longobardo sono un continuo alternarsi tra spinte all'innovazione e ritorno agli antichi valori della tradizione, tra il tentativo di affermare un potere centrale unitario e l'affermarsi dell'autarchia ducale. Ecco perché il longobardo cadde abbastanza rapidamente in disuso ma al contempo, in quanto superstrato linguistico, prestò numerosissimi lemmi relativi alla vita di tutti i giorni al processo di formazione delle lingue neolatine ed in particolare al toscano, dove l'influenza delle lingue barbariche è stata più incisiva. L'apporto di germanismi nell'italiano è il primo in ordine di quantità e il più alto di tutte le lingue romanze.

Durante la conquista dell'Inghilterra da parte dei Normanni di Guglielmo il Conquistatore nel 1066, per trecento anni i Normanni tentarono di affermare con ogni mezzo la loro lingua, l'antico francese, sulle popolazioni locali che parlavano l'antico inglese. Ma il francese in Inghilterra rimase una lingua per una ristretta elite, per il resto del popolo non vi era alcun vantaggio in termini economici a parlare il francese, in quanto la società del tempo era rigidamente divisa. Il risultato linguistico più evidente fu però l'introduzione nell'inglese di moltissimi termini di origine franco-normanna.

Anche la scelta dei nomi di battesimo corrisponde a criteri di prestigio che valgono ancora oggi: dei primi trenta nomi propri scelti in Italia ben cinque sono di origine germanica: Francesco, Riccardo, Federico, Leonardo, Edoardo, nei nomi femminili abbiamo tra i primi trenta, Francesca, Emma, Matilde e Federica.

Si noti come il passaggio di parole straniere in una lingua, non porti necessariamente alla sua decadenza o estinzione, anzi come dimostrano molte lingue moderne è vero il contrario: il lessico dell'inglese è al 65% importato da altre lingue, quello dello svedese al 75%, quello dell'albanese addirittura al 90%. Nonostante ciò queste tre lingue mantengono intatte le loro strutture morfologiche e la loro specificità. Per esempio in questi ultimi decenni la lingua italiana ha accolto tantissimi lemmi provenienti dalla lingua inglese a sottolineare l'influenza culturale della globalizzazione su molti aspetti della nostra vita. Anche qui inserire nel proprio lessico un anglicismo (superstrato linguistico per l'italiano) da all'eloquio un forte senso di autorevolezza. Ne è stato un chiaro esempio il Prof. Mario Monti che, quando è stato presidente del Consiglio dei Ministri, nei suoi discorsi faceva ampiamente uso di termini in lingua inglese quali spending review, spread, governance, a sottolineare l'alto livello culturale del governo tecnico da lui presieduto.

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lunedì 23 dicembre 2013

Fiesole e i Longobardi

Calici vitrei longobardi
Fiesole e i Longobardi è il titolo di un'importante mostra che si terrà presso le sale del Museo Civico Archeologico di Fiesole a partire dalla primavera del 2014. Lo ha annunciato ieri mattina, presso una sala Costantini particolarmente gremita, il curatore dei musei di Fiesole Marco de Marco, nell'occasione della presentazione di un elegante volume che celebra i cento anni di vita del museo fiesolano.

La mostra metterà in rilievo l'importante ruolo che Fiesole ebbe nell'organizzazione del potere longobardo in Toscana che la vede predominare in importanza rispetto alla stessa Firenze, lo testimonia l'estensione della necropoli e l'importanza delle sepolture dell'area archeologica di Piazza Garibaldi, che ha stupito gli stessi addetti ai lavori. Sono ad oggi più di cento le sepolture interessate dagli scavi e molto interessanti i reperti ritrovati, ne sono un esempio i bellissimi calici vitrei.

I Longobardi erano soliti seppellire i morti all'usanza celtica insieme con le armi e gli oggetti più importanti che li avevano accompagnati nella vita. Il calice vitreo in particolare era un oggetto che denotava l'elevato rango che il defunto aveva nella società longobarda, il calice serviva per bere il vino, l'aggiunta di calici nel corredo funerario risale ad epoche molto remote, fin dalla cultura dei cosiddetti Bell Beakers.

Come abbiamo già messo in luce in un precedente post "il sistema delle torri", i Longobardi, nonostante il loro esiguo numero, grazie ad una capillare rete di fortificazioni poste in luoghi strategici, erano in grado di controllare tutte le valli toscane, ecco quindi perché a causa della sua posizione strategica scelsero Fiesole piuttosto che Firenze per porre il loro centro amministrativo e militare della zona.

La mostra si terrà a Fiesole dal 9 aprile fino al 30 ottobre 2014.

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lunedì 16 dicembre 2013

La lingua longobarda nel toscano

Come abbiamo già visto il longobardo è una lingua germanica di ceppo occidentale non molto dissimile dall'alto tedesco antico, come l'alamanno, che è la lingua esistente più vicina al longobardo, il longobardo è affetto dalla seconda rotazione consonantica. Alcune di queste regole fonetiche permangono ancor oggi nella parlata toscana. Vediamo di seguito alcuni esempi:

Gorgia toscana: la cosiddetta gorgia toscana o spirantizzazione, ovvero quel fenomeno per il quale le consonanti occlusive sorde /k/ /t/ e /p/ diventano fricative sorde se poste davanti ad una vocale, è una chiara derivazione dall'eredità linguistica longobarda. Nella parlata toscana infatti trovano perfettamente verifica le leggi fonetiche di Grimm e Verner sul consonantismo delle lingue germaniche.

kasa > hasa
patata > pataþa (þ = th fricativa dentale sorda come nell'inglese thick)
pipa > ɸiɸa (ɸ = fricativa bilabiale sorda)
piatia > piazza (la t della parola latina diventa tz come nell'inglese ten che diventa il tedesco zehn)

che possiamo anche osservare nel passaggio dal germanico al longobardo:

ik / ek > ih (io)
bloþa > ploþa (sangue)
lūkan > lūhhan (chiudere)
TeodoricoÞeodorico
katta > kazzo (gatto)


Dittongamento toscano: si tratta di un'evoluzione del sistema delle vocali per cui tutte le vocali medio basse che si trovano in una sillaba libera o aperta dittongano, tale modifica si ha proprio a partire dall'arrivo dei Longobardi in Italia ed è un meccanismo rinvenibile anche nel longobardo stesso.

dal latino al volgare italiano:
pede > piede;
foco > fuoco;
rota > ruota

dal germanico al longobardo:
wald > guald (bosco);
worf > uuorf (lupo);
trog > truog (abbeveratoio)


Deaffricazione: Un altro fenomeno fonetico tipico del toscano è la cosiddetta deaffricazione, ovvero l'attenuazione delle consonanti fricative tra due vocali,  /ʤ/ → [ʒ]. In pratica ad un orecchio sensibile agli accenti non può sfuggire che in toscano gente diventa sgente, in particolare nella parlata aretina ho già fatto diventa ho sgià fatto. Questo fenomeno è stato illustrato in uno studio del Prof. Robert Martin Kirchner dell'Università della California, del 1998 dal titolo "An Effort-Based Approach to Consonant Lenition ". In particolare nell'indagine si parla della deaffricazione del fiorentino e la si mette in relazione con lo stesso fenomeno notato nella parlata degli immigrati di origine tedesca della Pennsylvania (Pennsylvania German) ed in particolare dai membri delle comunità Amish. Tale fenomeno è riferibile anche alla lingua gotica (Bennett, 1980).


Il toscano provoca disorientamento nell'interlocutore, perché pur essendo intelligibile nel lessico, usa regole fonetiche che sono reminescenza di un altro ceppo linguistico, provocando talvolta un effetto comico.

Fonti: Köbler, Gerhard, Althochdeutsches Wörterbuch, (4. Auflage) 1993 - Universitaet Innsbruck, Wikiling

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sabato 7 dicembre 2013

Onomastica gotica e longobarda

Oggi daremo uno sguardo all'onomastica longobarda che è sostanzialmente molto simile a quella germanica. I nomi che venivano utilizzati facevano per lo più riferimento alla natura ed agli animali caratteristici della cultura nordica: il lupo, l'aquila, l'orso oppure alle virtù militari del capostipite o al suo soprannome,  talvolta a dei toponimi.

In particolare la radice antico-germanica / gotica wīgaz (proto-germanico bēgaz), che significa guerriero, combattente, pugnace è rinvenibile in molti nomi propri di persona e cognomi che sono arrivati fino ai nostri giorni denotando le origini ancestrali del capostipite. E' così per il nome Clodoveo (Chlodwig) che deriva (hluþa = famoso + wīgaz = guerriero) da cui derivano i nomi propri Luigi e Ludovico, per il nome Viggo dell'attore statunitense Mortensen che interpreta Aragorn nel Signore degli Anelli di Peter Jackson, che deriva dalla stessa radice scandinava/germanica Vig = guerra, come anche i nomi propri sassoni Biga e Bigo e il normanno Bigot. Sempre da Wig deriva anche il sostantivo toscano béga (longobardo begaz = battaglia) che significa grana, disputa, conflitto.Dal normanno Bigot deriva nella forma di dispregiativo l'aggettivo bigotto in quanto i normanni si contraddistinguevano per un cristianesimo particolarmente intransigente.

Dalla stessa radice derivano anche molti cognomi italiani ed in particolare quelli toscani come Vichi o Vighi (got. wīg = guerra), i capostipiti di queste famiglie probabilmente appartenevano alla casta degli Arimanni (heer = esercito + mann = uomo) ovvero degli uomini liberi, era il nucleo centrale della società longobarda composta da uomini che, pur non appartenendo all'aristocrazia, potevano portare le armi, avevano il dovere di partecipare alle attività belliche e avevano diritto di voto nell'assemblea pubblica che si chiamava Gairethinx (gaire = lancia + thinx = assemblea) ovvero l'assemblea delle lance. Da questa casta deriva il nome proprio Ermanno, forse oggi un po' desueto e naturalmente il cognome Armani diffuso in Trentino, Lombardia, Emilia e Toscana. Gli Arimanni come gruppo sociale tribale persero via via molte delle loro prerogative e dei loro diritti con l'avvento del feudalesimo e la trasformazione della società medievale dopo la dissoluzione dell'impero carolingio.

Tale radice germanica è anche rinvenibile nei cognomi tedeschi Wigand, Wiegand, Wiegandt ( a.a.t. wigand = guerriero), il danese Vigand, gli anglossassoni Wiggins, Wigan.

Giuseppe Garibaldi
Nizza, 1807 - Caprera, 1882
Anche la radice germanica pald / bald (= abile), che significa valoroso è presente sia in molti nomi propri che cognomi come il toscanissimo Baldi e in quello dell'eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi (gair = lancia + bald = abile). La radice pert / behrt (= smagliante, lucente) dal gotico baírhts è presente nel cognome Berti anch'esso molto diffuso in Toscana ed in Italia settentrionale. Una leggenda vuole l'origine della famiglia Garibaldi direttamente discendente dal sovrano longobardo Garibaldo, figlio di Grimoaldo (reggenza: 662-671), che, fanciullo, regnò per un breve periodo di tempo nel 671. Garipald si chiamava anche il padre della regina Teodolinda che era di origini bavaresi ed il cui nome significava (Diot = popolo + lind = dolce) quindi dolce col suo popolo.
Come appare in questi due ultimi esempi l'onomastica longobarda risulta essere spesso caratterizzata dalla seconda rotazione consonantica dell'alto tedesco antico che è una caratteristica distintiva delle lingue germaniche di ceppo occidentale come il francone, il bavarese e l'alamanno.

Gianni Brera
San Zenone al Po, 1919 - Codogno, 1992
L'onomastica longobarda è molto presente soprattutto in Italia settentrionale. Solo per citare alcuni esempi, il cognome e toponimo lombardo Brera deriva dal longobardo braida (= prato). Da cui deriva anche il cognome di una delle più celebri firme del giornalismo sportivo: Gianni Brera. Forse in pochi sanno che fu proprio Gianni Brera che coniò il toponimo Padania, che nella lingua italiana non esisteva, per indicare la pianura padana e l'Italia settentrionale in generale ben prima che lo stesso fosse utilizzato in chiave politica.

Gastaldo (Piemonte), Castaldo (Lombardia) e Castaldini (Emilia) sono evidentemente derivati dalla parola longobarda Gastald che identificava un'importante figura amministrativa al servizio del re, che nella società longobarda serviva da contrappeso all'indipendenza dei Duchi. Era l'omologo longobardo dello Steward normanno.

Altri cognomi come Galan che si trova in Veneto, Lombardia ed Emilia deriva dal longobardo galan = cantare, probabilmente ad indicare che il capostipite era un bardo, che nella società longobarda era una figura di un certo rilievo.


Fonte: Köbler, Gerhard, Althochdeutsches Wörterbuch, (4. Auflage) 1993 - Universitaet Innsbruck

mercoledì 4 dicembre 2013

L'identità genetica dei Germani


Ormai è passato quasi un anno da quando, quasi per caso, mi sono imbattuto nel mondo della genealogia genetica. Si tratta di un “giuoco” molto complesso nel quale è facile perdere il bandolo della matassa. Nell'attesa dei risultati di un importante studio scientifico compiuto sui resti di un centinaio di corpi rinvenuti nelle necropoli longobarde in Pannonia (odierna Ungheria) ed in Italia condotto dal Prof. Patrick J. Geary a capo di un equipe di genetisti, antropologi, archeologi, storici di varie nazionalità a cui partecipa anche l'Università di Firenze, possiamo cercare di dare un senso ai dati di coloro che si sono sottoposti al test del cromosoma Y.

Per arrivare a capire se esiste una firma genetica caratteristica riferibile all'eredità genetica longobarda in Italia, occorre prima fare un passo indietro e andare a vedere come era la composizione genetica dei Germani, ovvero di quelle tribù di cui ci parla dettagliatamente Tacito nella sua opera più significativa: Germania. Mi scuso in anticipo per i tecnicismi che utilizzerò in questo post, ma spero che questo sia di stimolo per ognuno di voi ad approfondire la materia anche su altre fonti.

l'acconciatura del nodo suebo
In realtà col termine Germani si identificavano più genti diverse, ciascuna con le proprie tradizioni e caratteristiche, tra questi spiccavano i Suebi. Per Tacito i Suebi comprendevano i Semnoni che erano la tribù più antica e nobile, i Longobardi, le sette tribù dello Jutland e dell'Holstein: ovvero i Reudigini, gli Avioni, gli Angli, i Varini, gli Eudosi, i Suardoni, i Nuitoni; gli Ermunduri dell'Elba; le tre tribù lungo il Danubio: i Naristi, i Marcomanni e i Quadi. Tutte queste tribù occupavano l'area dell'Elba e condividevano il culto della Madre Terra Nerthus, per distinguersi dalle altre tribù germaniche avevano l'antica abitudine di portare i capelli raccolti in una sorta di crocchia da una parte della testa: il cosiddetto nodo suebo. All'interno della stessa tribù la crocchia distingueva i liberi dai non liberi.

Dal punto di vista genetico quindi non esisteva un unico marker genetico esclusivo per tutti questi popoli. Occorre quindi evitare scorciatoie semplicistiche come quelle di associare ad un unico SNP una specifica etnicità, del tipo: R1b-P312=celtico oppure R1b-U106=germanico. Questo tipo di semplificazione è dovuta principalmente a commentatori inglesi che tendono a considerare il proprio aplogruppo come specifico di quel contesto geografico, in un'ottica di antitesi celti/anglosassoni. La verità e che via via che sempre più persone le cui origini ancestrali sono nell'Europa continentale si sottopongono al test del DNA osserviamo che le cose stanno in modo differente. Il campione britannico infatti è sovra-rappresentato nelle banche dati anche rispetto ad altri paesi come la Danimarca, l'Austria e la stessa Italia dove l'eredità genetica germanica soprattutto nell'Italia settentrionale è molto alta.

Suddivisione dei popoli germanici in base alla lingua
I longobardi rientrano nei popoli germanici dell'Elba
e parlavano una lingua germanica di tipo occidentale
Molto probabilmente i Germani erano popoli che in origine condividevano un unico linguaggio che possiamo chiamare proto-germanico e che erano concentrati in un'area abbastanza definita tra il Nord della Germania, Jutland e Scania, raggruppavano aplogruppi del tipo I1, R1a1a, R1b-P312 e R1b-U106. In particolare l'aplogruppo R1b-L21 che fino a qualche tempo fa si riteneva caratteristico delle isole britanniche quasi in maniera esclusiva e quindi celtico tout court, è diffuso abbondantemente anche in queste aree dell'Europa settentrionale, Scandinavia e in particolare sulle sponde meridionali del Baltico. Probabilmente vi è arrivato con i Bell Beakers nella cosidetta Nordic Bronze Age (1200 a.c.) e nelle sue forme più antiche L21* e DF13* (l'asterisco sta ad indicare l'assenza di ulteriori mutazioni genetiche e quindi la vicinanza genetica al fondatore dell'aplotipo). E’ assai probabile quindi che molte popolazioni o tribù se vogliamo del Nord della Germania e di area baltica appartenessero a questo aplogruppo. La subclade DF13 è stata scoperta molto recentemente e si posiziona appena sotto la L21 dividendola sostanzialmente in due parti.

Sono quindi convinto che anche tra Angli, Sassoni, Iuti e gli stessi Longobardi fosse forte la componente Y-DNA L21, in questo modo salterebbe anche la suddivisione tra celti (L21) e Anglosasssoni (U106) nelle isole probabilmente l’eredità germanica è ben più profonda di quello che si possa pensare. Tra l'altro le isole britanniche ebbero un altro importante apporto di DNA germanico con le invasioni dei Vichinghi. Se ne deduce che nelle isole britanniche l'aplogruppo L21 non è esclusivamente di origine celtica pre-romana ma anch'esso di origine germanica. Come si farebbe altrimenti a spiegare la vasta presenza di questo aplogruppo anche nell'Inghilterra, dove i Celti sono stati letteralmente spazzati via con le invasioni del V secolo.

E' importante notare che se sovrapponiamo una mappa della diffusione dell'I1 con quella aggiornata dell'L21 notiamo che queste due mappe in parte si sovrappongono tranne in quelle aree dove vi era una presenza celtica conclamata come in Irlanda, Galles, Bretagna/Normandia, Paesi Baschi/Galizia.

In questa chiave è probabile che i recenti test che hanno evidenziato la presenza del marker L21 in Emilia (10,3%, Boattini 2013) siano riferibili a soggetti che hanno origini ancestrali longobarde. In quanto solo i Longobardi possono aver introdotto tale marker in Italia. La percentuale del 10% di L21 è stata anche trovata nella regione svedese dello Skaraborgs (Old Norway Project, 2011), e si tratta di uno studio vecchio, recenti studi indicano il marker P312 al 55% dell'R1b complessivo della Scandinavia, quindi l'L21 era presente anche nei Normanni (Norsemen) ed è infatti per questo motivo che lo ritroviamo in abbondanza nella Sicilia occidentale.

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giovedì 21 novembre 2013

Le radici germaniche della lingua italiana: l'etimologia di ragazzo / ragazza

Le radici barbariche della lingua italiana sono molto più profonde di quello che si potrebbe pensare, oggi per caso ho trovato l'etimologia del lemma ragazzo / ragazza, che è abbastanza banale e deriva dall'antico alto tedesco  raha, raga che significa pertica, stanga, radice germanica raho. L'analogia è dovuta al fatto che i giovani nell'età dell'adolescenza si sviluppano molto in altezza facendoli assomigliare a delle pertiche.

Fonte: Köbler, Gerhard, Althochdeutsches Wörterbuch, 1994

Analogamente il francese Garçon deriva dal germanico gaer (lancia) e significa ragazzo, sud della Francia Garseand.

sabato 16 novembre 2013

Antiche tribù celtiche: i Briganti

I Briganti chiamati anche Brigantes o Brigantii erano una confederazione di tribù celtiche che ebbero diffusione nel primo millennio a.c. in varie parti d'Europa. Originari della Bassa Baviera e Svizzera (Cultura di La Tène XV-XII sec. a.C.), dove possiamo rinvenire tracce del loro passaggio nel toponimo Bregenz (Brigantion) sulle sponde del Lago di Costanza (Lacus Brigantinus, Bodensee) nel Tirolo austriaco e nel toponimo Kempten (Cambodunum) nella Baviera, i Briganti come altre tribù celtiche si trasferirono dal continente alle isole britanniche stanziandosi nello Yorkshire tra il fiume Tyne e l'Humber. 


Brighid / Brigantia
I Briganti che erano la tribù più potente ai tempi della conquista romana della Britannia del 43 d.c., vivevano in piccoli villaggi costruiti su alture fortificate e si dedicavano prevalentemente all'allevamento del bestiame. La loro capitale era situata presso le rovine nell'area di Stanwick. Nel VI secolo a.c. alcuni guerrieri di questa tribù si trasferirono in Irlanda. I Briganti parlavano una lingua celto-britannica di tipo p-celtico e adoravano la divinità Brighid (Brigantia = di rango elevato) da cui probabilmente prendevano il nome, origine ancestrale del culto cristiano di Santa Brigida di Kildare. Durante il I sec. d.c. I Briganti furono scossi da una guerra civile tra due fazioni delle quali quella filo-romana della loro regina Cartimandua, alla fine prevalse. 

Nel gallese moderno la parola braint che deriva da brigantia significa prestigioso, nobile, bre significa collina, nel gaelico scozzese brigh significa potere, è possibile che il nome dipendesse anche dalla loro considerevole statura. Il nome della loro dea ha ispirato molti nomi femminili tuttora in uso: Birgit, Britt, Britta, Britney, Birte nei paesi nordici; Brigida, Brigitta in italiano. Nelle campagne toscane è ancora oggi diffuso il culto di Santa Brigida dovuto all'evangelizzazione della Toscana barbarica ad opera dei monaci irlandesi (vedi post)

Lo scrittore Iman Wilkens, nel suo libro intitolato Where Troy once stood, ha recentemente formulato una singolare teoria che vedrebbe la guerra di Troia combattuta nell'Atlantico tra tribù celtiche, invece che nel mediterraneo orientale. Questa teoria completamente ignorata dagli addetti ai lavori vedrebbe coinvolti anche i Briganti tra le tribù celtiche continentali che parteciparono all'assedio di questa città, importante snodo commerciale dell'età del bronzo che lo scrittore identifica con l'area di Gog Magog Hills nel Cambridgeshire. La tesi si basa su molte evidenze archeologiche, linguistiche e toponomastiche, in particolare nel testo dell'Iliade si fa riferimento a importanti maree che nel mediterraneo orientale sono assenti o impercettibili.

Altri insediamenti di questa tribù celtica si possono trovare nella regione spagnola della Galizia, dove dettero il nome alla città di Brigantia, Flavium Brigantium in latino, oggi Betanzos, nel nord del Portogallo nella città di Bragança ed in Italia, nella Lombardia nord-occidentale nella Brianza, latino Brigantia, che proprio da loro prende il nome.

La presenza dei Briganti in Italia è anche attestata dall'usanza di scolpire le teste sulle case, usanza che avevano in comune con i Longobardi e che risale all'ultima parte dell'età del ferro, in un precedente post abbiamo parlato dei Faccion della Lunigiana, nello Yorkshire è stato condotto uno studio sistematico su queste teste scolpite nella pietra, e ne sono state identificate e catalogate più di duecento, di seguito un confronto tra alcune teste dello Yorkshire e quelle presenti in Toscana.

Testa scolpita nella St. Michaels Church
presso Brough, Cumbria
Testa scolpita nella Hope Church
nel Derbyshire
Faccion presso Cervara in Lunigiana
Testa scolpita nella cripta della Chiesa di San Pietro a Gropina
di fondazione longobarda
Queste teste fanno parte della tradizione culturale celtica, i Celti erano soliti tagliare le teste dei nemici uccisi in battaglia per poi utilizzarle per abbellire le proprie case e mostrarle agli ospiti, proprio come ci racconta lo storico greco Diodoro Siculo nella sua Biblioteca storica:
"Quando l'esercito è schierato d'innanzi al nemico, hanno l'uso di correre innanzi, e di provocare a duello i più valenti avversari, battendo con gran rumore le armi per atterrire i nemici; e se vien contro alcuno, de'loro maggiori cantano le prodezze, e vantano nello stesso tempo anche le virtù proprie; intanto che vituperano l'avversario, e cercano colle parole di togliergli il coraggio. Se avvenga poi, che possano tagliare la testa al nemico, l'attaccano al collo del loro cavallo; e le spoglie contaminate di sangue consegnano ai loro servi come da portare in trionfo, e tripudiando si cantano da sè l'inno della vittoria; e queste quasi primizie delle prede, non altrimenti che se fossero fiere da essi trucidate, attaccano ai vestiboli delle loro case."
Della loro cultura purtroppo oggi rimane ben poco, oltre ai toponimi che abbiamo già visto, ci hanno lasciato alcune parole il cui etimo riconduce alla loro fiera indole guerresca: brigata, brigantino, brigante, attaccabrighe ed il verbo brigare. A parte la linguistica e la toponomastica i Briganti hanno lasciato anche la loro impronta genetica nel DNA di molti europei caratterizzata da una specifico marker SNP.

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venerdì 8 novembre 2013

Tre teorie sulle origini dei Celti

Tralasciando le ipotesi più fantasiose come quella che fa riferimento alla mitica Atlantide, oggi esistono fondamentalmente tre teorie sull'origine dei Celti.

La prima è quella classica che fa riferimento ai cosiddetti popolazioni indo-europee e che vede un'espansione migratoria da oriente verso occidente di popolazioni di origine caucasica, come gli Arii. Questa teoria si basa anche su studi di tipo linguistico, in quanto la lingua indo-europea è vista come origine comune di tutte le lingue parlate in Europa, sia di quelle germaniche, di quelle romanze, di quelle celtiche, cui fa eccezione solo il basco e l'ungherese.

La seconda ipotizza un'espansione nordica, che vede come epicentro della migrazione le terre attorno al Mar Baltico che prima era un enorme lago formato dalla fusione dei ghiacci dopo l'ultima grande glaciazione. E' una tesi che vede le tribù germaniche come principale veicolo di questa espansione, ed ebbe una grande popolarità durante il nazionalsocialismo in chiave pangermanica.

La terza è quella più recente che vede l'origine dei Celti nel nord della penisola iberica, Galizia, Asturie, Paesi Baschi, dal cosiddetto rifugio cantabrico, per avere un'espansione verso nord e le isole britanniche e verso est e l'Europa centrale. Quest'ultima si basa sui recenti studi sulla diffusione degli aplogruppi Y-DNA in Europa e sui test del DNA. Come si può vedere dalla mappa sottostante della diffusione dell'aplogruppo R1b ripresa dal sito eupedia.com


E' infatti ragionevole pensare che dove è maggiore la percentuale di diffusione dell'R1b è più probabile che sia l'origine della diffusione della civiltà celtica. La genetica non va di pari passo con la tesi della diffusione indo-europea, una cosa che trovo molto singolare è infatti il crollo della percentuale dell'R1b lungo il 13° meridiano est. E' come se esistesse ancora una sorta di cortina di ferro genetica tra l'Europa occidentale e l'Europa orientale. la diffusione dell'R1b è anche legata ad una particolare cultura che si diffuse in Europa: i Bell Beakers.

La cultura dei Bell Beakers, detta anche del vaso campaniforme, è una cultura autoctona europea che si sarebbe formata in alcune aree del nord della penisola iberica, della fascia costiera atlantica, isole britanniche, Germania centrale, fino all'odierna Ungheria, in maniera non uniforme, come si dice in inglese "scattered". Una sorta di nomadismo proto-celtico/proto-germanico che li colloca tra il trado Neolitico e l'inizio dell'Età del Bronzo. La caratteristica principale che distingue i Bell Beakers da tutti gli altri popoli precedenti è il modo con cui venivano sepolti in tombe singole con il corredo degli oggetti che li accompagnavano nella vita di tutti i giorni: le armi, gli indumenti, l'inseparabile bicchiere campaniforme.

In effetti le analisi sul DNA di due scheletri di Bell Beakers del tardo neolitico (2500 a.c.) nel sito di Kromsdorf hanno confermato la loro appartenenza all'aplogruppo R1b, uno è stato confermato per R1b1a2, nessun'altra subclade è stata testata.

Diffusione cultura del vaso campaniforme
Quest'ultima tesi darebbe credito alla cosiddetta leggenda milesiana che vede i primi colonizzatori dell'Irlanda nei discendenti di tal Mil, conosciuto anche col nome latino di Milesius, o Mil Easpain, ovvero il soldato che veniva dalla Spagna e che sarebbe la personificazione probabilmente mitologica di una colonizzazione dell'Irlanda da parte di popolazioni celtiche che provenivano dalla costa nordatlantica della Spagna.

By Luis Miguel Bugallo Sánchez (Lmbuga) (Own work)
[CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)],
via Wikimedia Commons
Secondo la leggenda Breogàn sarebbe stato un capo della tribù celtica dei Briganti, dal cui nome deriva quello della città di Brigantia oggi Betanzos sulla costa galiziana della Spagna sulla quale si erge un' antichissima torre faro di origine romana chiamata torre di Ercole, dalla cui cima, si narra nella leggenda, si poteva scorgere le verdi coste d'Irlanda, alla cui conquista sarebbe poi partito il guerriero Milesius.

Dal punto di vista genetico possiamo dire che la diffusione del marker R-P312 ricalca con estrema esattezza le aree di diffusione dei Celti in Europa, la subclade R-L21 è principalmente nord-atlantica ed include le isole britanniche mentre la subclade R-U152 è più centro-europea, italo-alpina.

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domenica 3 novembre 2013

Le origini europee dei faraoni d'Egitto: il DNA di Tutankhamon

Quando la società svizzera iGENEA ha fatto l'esame del DNA sulla mummia del faraone Tutankhamon e ne ha diffuso i risultati, forse in molti hanno pensato ad una bufala, o ad un errore. Tanto è radicato nella nostra mente l'immagine stereotipata della storia come l'abbiamo imparata dall'infanzia, ma questa scoperta scientifica di straordinario valore adesso mette in dubbio molte delle nostre certezze.

Tutankhamon nacque nel 1341 a.c., figlio del faraone Akhenaton e della sua consorte Nefertiti, Akhenaton precedentemente noto come Amenofi IV o Amenhotep IV è conosciuto anche come il faraone eretico in quanto abolì il culto politeistico istituendo il culto monoteistico del dio ATON, una divinità che contrariamente a tutte le altre non aveva una rappresentazione zoomorfa ma veniva rappresentata come un disco solare che emanava dei raggi che terminavano con delle mani.

Per dare più sostanza a questo profondo cambiamento il faraone della XVIII dinastia spostò la capitale dell'antico Egitto lontano da Tebe, costruendo sul medio corso del Nilo in una zona desertica una città nuova di zecca che fu chiamata Akhetaton che letteralmente significava "l'orizzonte di ATON" e che corrisponde all'odierna Al Amarnah. Dopo la caduta di Akhenaton, e la restaurazione del politeismo la città fu distrutta e la sua memoria cancellata dalla storia d'Egitto. Anche il nome di Tutankhamon in origine era differente, egli si chiamava infatti Tutankhaton, ma nelle convulse fasi successive alla caduta del monoteismo, ogni riferimento ad ATON doveva essere drasticamente rimosso, anche il nome del faraone doveva fare riferimento al più rassicurante dio Amon. Tutti i sacerdoti devoti ad ATON dovettero allora abbandonare il paese per stabilirsi ai confini più remoti del regno: la terra di Canaan. Questa è la storia che viene raccontata nella Bibbia e che noi conosciamo col nome di Esodo.

Dalla diaspora dei seguaci dell'atonismo sarebbe infatti nata la religione ebraica. Questo troverebbe dei riscontri in similitudini sia stilistiche che di contenuto che si possono trovare tra l'Inno al sole scritto sulla tomba del faraone Ay ed alcune parti della Bibbia come il Libro dei Salmi, ed il Libro dei Proverbi.

Il faraone Tutankhamon, morto prematuramente all'età di diciannove anni per una seria forma di malaria, apparteneva all'aplogruppo R1b1a2, SNP R-M269, è l'aplogruppo più diffuso in Europa occidentale e identifica le popolazioni che dopo l'ultima grande glaciazione hanno popolato l'Europa.

Nella tabella che segue ecco i valori dei primi 15 marker del suo cromosoma Y.


Sembrerebbe davvero che l'antico Egitto fosse in effetti governato da sovrani di origine ancestrale europea, il cui DNA era quindi assai differente dal resto della popolazione che amministravano. Oggi meno dell'1% degli egiziani è di aplogruppo R1b.

Fin troppo ovvio allora che se Tutankhamon era R-M269 allora erano dello stesso aplogruppo tutti i faraoni della XVIII dinastia che regnò sull'Egitto dal 1540 al 1299 a.c., il che troverebbe conferma anche da una rapida analisi di alcune mummie della dinastia come quella di Thutmosi IV, molto ben conservata, che presenta tratti del volto nordici e soprattutto i capelli rossi che sono un tratto peculiare per questo aplogruppo (vedi link). In effetti test diagnostici sono stati compiuti sul DNA della mummia di Amenhotep III, su una mummia sconosciuta ma che si suppone sia di Akhenaton, confermando che le tre mummie erano tra loro correlate da legami di parentela.

Faraoni XVIII dinastia (Aplogruppo R-M269)Periodo di regnoSposa
Ahmosi1540-1515Ahmes-Nefertari
Amenhotep I1515-1494Meritamon
Thutmosi I1494-1482Ahmose
Thutmosi II1482-1479Hatshepsut
Hatshepsut1479-1457
Thutmosi III1479-1425Hatshepsut Meritre
Amenhotep II1427-1393Tia
Thutmosi IV1394-1384Mutmuia
Amenhotep III1384-1346Tyi
Akhenaton1358-1340Nefertiti
Smenkhara1342-1340Meritato
Tutankhamon1340-1323Ankhesenamon
Ay1323-1319Tey
Horemheb1319-1299Mutnedjemet

E' possibile che il culto di ATON sia continuato anche lontano dall'Egitto, nella terra di Canaan, dove potrebbero essersi rifugiati i seguaci del cosiddetto faraone eretico dando origine al monoteismo. A suffragio di questa tesi vi è uno studio linguistico del 1922 sulla parola Adonai che in ebraico significa Signore e che mette in luce come questa parola non sarebbe di origine semitica ma proverrebbe dall'Egitto. Adonai = ATON-Ay e prenderebbe il nome dal sommo sacerdote Ay durante il regno di Akhenaton, che divenne anche faraone nel 1323 alla morte di Tutankhamon. Foneticamente le due parole corrispondono a parte la rotazione consonantica t > d che è abbastanza comune.

O forse furono gli Esseni detti anche Nazareni i più diretti discendenti dei sacerdoti di ATON che nel deserto di Qumran nei pressi del Mar Morto continuarono le pratiche di adorazione monoteistiche seguendo uno stile di vita votato alla castità e alla purificazione, alla stessa setta sembra essere appartenuto anche Gesù di Nazareth, di questa spiritualità mistica resta traccia nei Vangeli e nei suoi insegnamenti votati alla vita semplice ed al rifiuto delle vane glorie del mondo.

I capelli rossi sono un indizio genetico facilmente rintracciabile anche nell'antico testamento:
"Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco due
gemelli erano nel suo grembo. Uscì il primo, rossiccio, e tutto
come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù." Genesi, 25,25
Ad un più attento esame del DNA di King Tut come viene amichevolmente chiamato nel progetto iGENEA, possiamo notare come il suo DNA corrisponda in maniera molto ravvicinata col cosiddetto SWAMH (Super Western Atlantic Modal Haplotype). Facendo il confronto tra il SWAMH e il DNA di King Tut ho calcolato una GD (Genetic Distance) pari a 7 confrontando 18 marker STR. Ammettendo che DYS426=12 e DYS388=12, essendo marker molto stabili e per DYS19=14 e DYS437=14 che nelle analisi hanno un raro (improbabile) doppio picco, probabilmente dovuto a qualche forma di contaminazione.

L'AMH (Atlantic Modal Haplotype) è un aplotipo modale cioè una firma genetica media all'interno di uno specifico aplogruppo. Questo modale è stato sviluppato dalla società texana FTDNA allo scopo di capire quale fosse il modale più diffuso nell'Europa occidentale, si chiama così perchè è particolarmente concentrato nella fascia atlantica dell'Europa nord-occidentale, partendo dalla costa nordatlantica della penisola iberica, passando per le isole britanniche per arrivare nello Jutland e in Scandinavia. E' l'impronta genetica tipica dell'aplogruppo R1b1a2 R-M269 ed è caratteristica di alcune subcladi come la L21. Confrontando il modale dei partecipanti al progetto L21+ di FTDNA con quello di King Tut la GD si abbassa a 6.

Occorre anche considerare che la GD più alta = 2 è per il DYS439, che è un marker che cambia molto velocemente attraverso le generazioni soprattutto confrontando un campione di un soggetto che visse più di tremila anni fa.

Una GD = 5 o 6 confrontando 25 marker STR Y-DNA, significa che i due soggetti presi in esame non sono parenti in senso genealogico (1-15 generazioni), ma che molto probabilmente condividono un comune ancestore nel lungo periodo che possono essere anche alcune migliaia di anni. Una GD = 2 significa che i due soggetti sono imparentati soprattutto se condividono lo stesso cognome.

E quindi a questo punto è lecito concludere che King Tut appartenesse all'aplogruppo R-L21 da taluni ritenuto la linea genetica patriarcale della tribù di Giuda e della stirpe di David.

Testa di legno ricoperta di foglia d'oro, occhi
in lapislazzuli - Epoca pre dinastica 3700 a.C.

Comunque la si pensi, cosa ci faceva questo aplotipo nell'antico Egitto della XVIII dinastia? Esiste un collegamento con il druidismo fiorito in Britannia e Gallia? Anche i druidi erano organizzati comune una casta sacerdotale esoterica dedita al culto del sole (Stonhenge).


giovedì 31 ottobre 2013

Le origini celtiche di Halloween: Samhain (o Samain) il capodanno celtico

La festa che celebriamo oggi affonda le sue radici nell'Europa dell'età del bronzo. La festa celtica di Samhain o Samain si svolgeva dal tramonto del 31 di ottobre fino al tramonto del giorno successivo, era la festa più importante del calendario celtico e sanciva la fine dell'estate e l'arrivo dell'inverno. I Celti dividevano l'anno in due parti che seguivano i cicli di semina e raccolta delle messi. Samhain era anche il dio celtico dei morti e dell'oscurità che, in questo giorno, permetteva alle anime dei morti fare ritorno nelle loro case ed incontrare i propri congiunti, era inoltre possibile per tutti chiedere l'intercessione degli spiriti maligni per predizioni riguardanti il matrimonio, la fortuna, la salute e la morte.

Durante il Samhain i druidi organizzavano un enorme falò di rami sacri attorno al quale tutta la comunità si doveva riunire per celebrare sacrifici di animali e talvolta anche umani. Si organizzavano anche riti orgiastici di fecondazione di massa, i figli concepiti in tale data sarebbero nati nel pieno dell'estate, in condizioni climatiche più favorevoli e per questo sarebbero diventati più forti.

In ogni paese esistevano poi dei riti particolari che si celebravano per il capodanno celtico. In Galles ognuno buttava nel fuoco una pietra segnata, se il giorno dopo la pietra non si trovava più allora la persona che l'aveva gettata sarebbe morta entro l'anno. In Irlanda il Samhain è legato alle colline rituali di Tlachtga e Tara, dove venivano organizzati degli enormi falò la sera del 31 di ottobre. Gli scozzesi andavano in giro per campi e villaggi portando delle torce e accendendo falò per scacciare streghe e spiriti maligni.

L'etimologia di Samhain deriva dal proto-celtico Samani (= adunanza) che trova corrispondenza nel gotico Samana con lo stesso significato. Un'altra possibile etimologia per il termine, più popolare, lo farebbe derivare dall'antico irlandese sam (= estate) + fuin (fine). L'antico irlandese sam deriverebbe dal proto-indo-europeo (PIE) semo, da cui deriverebbe anche l'inglese summer, l'antico norvegese sumar ed il sanscrito sama (= stagione).

Si trattava di una festa catartica alla quale tutti dovevano partecipare che apriva una finestra spazio-temporale tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Nella concezione ciclica che i celti avevano della vita, Samhain significava l'ingresso nella parte più difficile e oscura dell'anno, il tempo della semina e dell'attesa, che diventava occasione per riti propiziatori e di fecondazione, era anche l'occasione per compiere sacrifici di animali e talvolta anche umani per esorcizzare la paura primordiale che l'uomo aveva dell'inverno, del "grande bianco", retaggio dell'ultima grande glaciazione.

Nel 609 papa Bonifacio IV, nell'intento di cristianizzare la festa pagana istituì la festa di Ognissanti, oggi solo in Irlanda Samhain è una festa nazionale. La festa di Halloween è stata poi esportata negli stati uniti dove oggi è diventato uno straordinario fenomeno commerciale, ma all'inizio veniva festeggiata solo in una minoranza di comunità irlandesi di fede cattolica, l'aumento della popolarità di Halloween coincide con la popolarità sempre maggiore dello spiritismo a partire dalla fine del XIX secolo.

L'abitudine di intagliare le zucche in realtà deriva, dall'usanza celtica di spolpare le teste dei nemici uccisi e appenderle accanto alle porte per motivi scaramantici. Per la festa di fine estate sui teschi venivano messe delle candele che creavano un'atmosfera adatta ai riti esoterici che vi avevano luogo ma anche per allontanare gli spiriti che vagavano nella notte e per non farsi riconoscere da questi c'era l'abitudine di travestirsi, truccarsi e mascherarsi.

Allora che questo Samhain sia davvero l'occasione per ribadire a tutti le vere origini ancestrali di oltre cento milioni di europei, che portano nel proprio DNA il retaggio di un'antichissima cultura fondatrice dell'Europa e della civiltà occidentale ma purtroppo oggi dimenticata dai libri di storia e vittima dell'omologazione culturale.

E allora: buon Samhain a tutti!

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sabato 26 ottobre 2013

Il basco la lingua più antica d'Europa

In base a recenti studi genetici (Martinez-Cruz), il cosiddetto "rifugio basco" è stato uno dei principali centri di diffusione dell'aplogruppo R1b1a2 R-M269, in particolare l'aplogruppo R-L21, raggiunge in alcune aree dei Paesi Baschi la diffusione del 20%. Oltre ad essere il paese con la più alta incidenze di aplogruppo R1b (85%), i baschi hanno anche un'altra peculiarità, sono la popolazione al mondo con la più alta incidenza di Rh negativo nel sangue (35%) e una delle minori frequenze del gruppo sanguigno B.

Il fatto che i baschi siano rimasti per così tanto tempo isolati  è anche dimostrato dalla specificità della loro lingua che non ha analogie con nessuna lingua indoeuropea. Un esempio di questa peculiarità della lingua basca ci è dato dal modo con cui vengono chiamati due oggetti: la parola due. In tutte le lingue indoeuropee la parola che designa due si dice grossomodo nello stesso modo: in spagnolo (dos), in francese (deux), in inglese (two), in tedesco (zwei), in svedese (två), norvegese (to), in tutte le lingue slave (dva), in albanese (dy), in gallese (dau), in irlandese (dhá), in greco (δυο), in latino (duo), in romeno (două), in indi (दो), fanno eccezione le lingue ugro-finniche (che appartengono ad un altro ceppo linguistico) come il finlandese (kaksi), l'ungherese (két), l'estone (kaks) e proprio il basco nella cui lingua "due" si dice "bi", e "secondo" si dice "bigaz", si tratta di un suono completamente diverso da tutte le altre lingue conosciute.

Un'altra parola molto antica e assai diversa dalle lingue indoeuropee è la parola bianco che in basco si dice "zuri" che nel proto-indo-europeo è albʰós (bianco) da cui deriverebbero anche il latino albus, l'antico norvegese alfr (elfo), il tedesco Alp, l'inglese elf, ed altri etimi analoghi praticamente in tutte le lingue indoeuropee.

Sembra che la lingua basca sia la più antica lingua parlata in Europa e che risalga a 20.000 anni fa, ovvero alla fine dell'ultima grande glaciazione, mentre le lingue indoeuropee si sono formate solo circa 8.000 anni fa (neolitico). Quando i ghiacci cominciarono a ritirarsi queste popolazioni cominciarono a migrare verso nord fino ad arrivare in Irlanda e nelle isole britanniche che allora erano ancora collegate col continente.

Probabilmente sarebbe proprio questa area atlantica all'origine della civiltà celtica (celtic fringe) che poi avrebbe avuto durante tutto il primo millennio a.c. una straordinaria espansione in tutta l'Europa continentale, Italia compresa.

Il video che seguono propongono proprio queste nuove interessanti tesi sull'origine basca dei celti suffragata adesso da molte circostanze genetiche.







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mercoledì 23 ottobre 2013

L'origine della mutazione delta 32 del Gene CCR-5

Quando un mattino di settembre dell'anno 1665 un sarto del villaggio di Eyam nel nord dell'Inghilterra aprì un voluminoso imballaggio di tessuti appena arrivati da Londra, probabilmente non sapeva che le stoffe erano infestate da pulci infette da un letale ceppo di Yersinia. In pochi giorni gli abitanti del villaggio cominciarono a morire del flagello che nei cinque anni successivi avrebbe spazzato via un terzo della popolazione d'Europa: la peste bubbonica.

Ai primi segni della malattia il villaggio che sorge nei pressi della cittadina di Sheffield fu isolato dalle autorità, nessuno poteva più entrare o uscire per impedire il diffondersi del morbo. In questo modo molti pensarono che la malattia avrebbe ucciso solo tutti gli abitanti del villaggio, ma avevano torto: una parte di essi sopravvisse alla pandemia, come fu possibile?

Trecentocinquanta anni dopo il Dott. Stephen O'Brien ha provato a dare una risposta a questo quesito: studiando il DNA dei discendenti degli abitanti di Eyam sopravvissuti alla peste bubbonica, il genetista dell'Istituto di sanità di Washington D.C. è giunto alla conclusione che questi avevano sviluppato una mutazione del gene CCR-5 che si chiama delta-32, che avrebbero poi trasmesso alla propria stirpe.

Ma le ricerche di O'Brien non si sono fermate qui. Tra gli abitanti del villaggio la percentuale di coloro che avevano sviluppato il gene mutato era molto alta e pari al 14%, enormemente superiore alle percentuali che si possono trovare in altre aree geografiche. I nativi africani non hanno questo gene, quindi l'incidenza è pari a zero, l'incidenza del gene è molto bassa anche nei paesi asiatici, in medio oriente e nel bacino del mediterraneo. La percentuale aumenta invece nelle regioni europee che sono state interessate dalla pandemia della peste bubbonica.

In questi anni altri ricercatori hanno scoperto che la stessa mutazione rende le persone immuni anche dal virus HIV che ha un modo di craccare il sistema immunitario simile a quello del batterio Yersinia della peste bubbonica. Il fatto che l'aplogruppo influenzi la capacità del sistema immunitario di reagire alla malattia, non è solo una mia intuizione: in uno studio del 2009: "Relazione tra l'aplogruppo I del cromosoma Y, la progressione dell'HIV e gli esiti dell' HAART" si rilanciano esattamente le stesse tesi che si possono trovare su questo blog.

In realtà la resistenza dei Longobardi alla peste di Giustiniano era già stata documentata da Paolo Diacono, come abbiamo visto in un precedente post. Anche se la peste di Giustiniano era provocata da un ceppo differente di Yersinia.

Questa straordinaria capacità evolutiva del DNA al mutare delle condizioni ambientali non è una prerogativa di tutto il genoma umano, oggi sappiamo dalle mappe di diffusione degli aplogruppi del cromosoma Y, che probabilmente gli abitanti di Eyam appartenevano all'aplogruppo R1b, alcuni erano di origine celto-germanica (R-L21), altri di origine anglosassone (R-U106), i primi avevano origini ancestrali nei paesi baschi, dove c'è stata una profonda e prolungata ibridazione tra Neandertal e Sapiens. Questa capacità di mutazione dell'aplogruppo è anche rilevabile dall'elevato numero di SNP nelle subcladi dell'L21. D'altra parte è vero che alcuni dei cognomi dei sopravvissuti erano di origine aglosassone quindi di origini ancestrali celto-germaniche, probabilmente R-U106, come nel caso di Blackwell.

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venerdì 11 ottobre 2013

L'importanza degli SNP (snip) nella determinazione dell'aplogruppo

Con la genetica, oggi è molto facile avere un quadro genealogico ancestrale preciso analizzando i cosiddetti SNP (Single-Nucleotide Polymorphism) chiamati comunemente snip. In pratica si tratta di fare un semplice test sul proprio campione di DNA alla ricerca di una determinata piccola mutazione genetica contraddistinta da una differenza in un singolo nucleotide (A, T, C o G) confrontando due sequenze di DNA, questa piccola mutazione è generalmente dovuta ad un adattamento evolutivo della nostra specie alle modifiche delle condizioni ambientali oppure ad una risposta immunitaria a certe patologie. Tale marker genetico serve per determinare univocamente un aplogruppo. Il risultato del test SNP che costa circa 39 dollari può essere positivo o negativo e per la sua determinazione occorrono non meno di 60 giorni. Se l'SNP è l'ultimo dell'albero, allora si parla di SNP terminale. 


Come si dice un esempio vale più di mille parole, e quindi ecco la rappresentazione grafica per il marker genetico SNP M222 che si chiama anche North-west Irish Modal type I.




Come si può evincere dal grafico sulla linea orizzontale da sinistra verso destra abbiamo lo svolgersi dell'aplogruppo con le varie subcladi in successione, ogni SNP corrisponde ad un epoca specifica nella quale è comparsa per la prima volta la mutazione, e ovviamente in base ai risultati dei test genetici e alla loro diffusione geografica anche l'origine della stessa. Non è però possibile sapere scientificamente con esattezza la data certa della prima comparsa dell'SNP né l'origine, quindi bisogna lavorare molto di ingegno.


E' un po' come comporre un puzzle, ma nella composizione dei pezzi sulla tavola ci aiutano anche coloro che stanno facendo le nostre stesse ricerche e ne condividono i risultati on-line. In questo modo FTDNA mette a disposizione il più grosso database genealogico al mondo composto da oltre 650.000 risultati genetici e realizzando in effetti un progetto collaborativo attraverso la condivisione delle informazioni in rete.


Analizzando i propri marker genetici STR è infatti possibile individuare nelle tabelle chi è più vicino alle proprie sequenze di dati. Inoltre esistono STR che cambiano più velocemente attraverso le generazioni e altri che invece sono molto più stabili. Ecco perché occorre fare un test genetico almeno a 37 o 67 marker, in modo da avere più dati da confrontare con le altre tabelle.


Via via che si approfondisce la ricerca delle subcladi di appartenenza (deep clade testing), queste sono sempre più vicine alla nostra epoca. Nel caso illustrato sopra una positività al marker M-269 ci colloca con sicurezza in un periodo che corrisponde a circa  10.000 anni fa, ma con il marker M-222 si arriva invece a 2000 anni fa nell'Irlanda Nord-occidentale, alcuni marker genetici sono ancora più vicini e si collocano appena ad una manciata di secoli dalla nostra epoca, quindi in un periodo nel quale già esistevano i cognomi. In questo modo la ricerca genealogica tradizionale in base alle fonti storiche e la ricerca genealogica genetica basata sui test del DNA tendono ad incontrarsi.


Un altro fatto che ho notato durante le mie ricerche, ma che non è confortato per adesso da dati scientifici, è il fatto che alcuni aplogruppi hanno molte più subcladi, per esempio l'L21 è ricchissimo di subcladi con nove sottogruppi principali e altrettanti secondari che vengono infatti chiamati "private SNP" o "private haplogroup". E' come se alcuni aplotipi del genoma umano avessero la proprietà di mutare più rapidamente di altri alle diverse condizioni ambientali.


R1b-L21 albero filogenetico
Credits: FTDNA.com

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martedì 8 ottobre 2013

Tre irlandesi a Fiesole (parte I): San Donato da Fiesole

San Donato da Fiesole nacque in Irlanda attorno all'anno 774 durante il regno di Aedh Ornidhe da una stirpe di nobile ed antico lignaggio. Alla fede, che era forte in lui sin dalla prima giovinezza, egli aggiunse presto la passione per gli studi. Molti indizi indicano che fu educato nel momastero di Iniscaltra sulle sponde del Lago di Lough Derg nella provincia di Munster. Resta infatti un prologo di Donato ad un poema dedicato alla vita di Santa Brigida di Kildare ritrovato presso l'Abbazia di Monte Cassino che fu scritto da un monaco di nome Caolan che si definiva "monaco di Iniscaltra". Nel testo ci sono molti indizi che fanno pensare che Donato conoscesse bene quei luoghi.

Ireland, c 650 AD
Credits: www.irelandstory.com
Fu durante la sua attività di insegnante che Donato conobbe come studente Andrea e la sorella di lui Brigida, entrambi provenivano da un'importante famiglia di quel regno. Questi avrebbero voluto che il fratello maggiore fosse indirizzato verso l'arte militare piuttosto che alle lettere, ma il ragazzo dimostrò subito uno spiccato amore per lo studio e per la fede. Quando Andrea seppe che nella loro contea era arrivato un insegnante di nome Donato già conosciuto per le sue doti filosofiche, decise di affidargli la sua istruzione.

Un giorno mentre Donato e Andrea stavano nei pressi delle mura del Cashel (monastero fortificato) discorrendo su argomenti di varia natura, Donato rivelò all'allievo che stava progettando di partire per un viaggio in terre lontane per vedere con i suoi occhi i luoghi santi in Italia. Anche perchè coltivava il desiderio di andare in un luogo dove la sua posizione sociale non lo avrebbe condizionato. Allora Andrea lo pregò di portarlo in tutti i modi con sé.

Quindi i due pellegrini partirono per il lungo viaggio decidendo di vivere alla giornata e di non portare con sé più di quello che era necessario per la sopravvivenza, giunti sul continente andarono di santuario in santuario finché un giorno sulla via di Roma arrivarono sulla collina di Fiesole.

In quei giorni la città, scossa dal recente saccheggio ad opera dei Normanni, era senza una guida pastorale e non c'era neppure accordo sul nome del successore, fu così che proprio mentre i monaci arrivarono sulla porta della Badia dopo aver percorso la ripida salita che dal torrente Mugnone porta a San Domenico e una gran folla era radunata all'interno della chiesa chiedendosi cosa fare e l'intercessione divina, che tutte le campane della città cominciarono a suonare e le luci si accesero da sole. A questo punto un povero vecchio, notando i nuovi arrivati sulla porta della chiesa, gli domandò chi mai fossero e da dove venissero. Donato con la sua semplicità rispose: "Veniamo dalla Scotia (Irlanda), lui si chiama Andrea ed io Donato, siamo in pellegrinaggio per andare a Roma". Il pover'uomo allora annunciò a tutti che quello era il segno divino che la città aspettava e che avevano finalmente ritrovato la guida spirituale dicendo: "Eia Donatus Peter Deodatus!" cioé "Salve Donato il pastore che Dio ci ha dato!".

Così cominciò l'avventura pastorale di Donato che divenne settimo vescovo della città di Fiesole, il primo fu San Romolo che fondò la Badia nel 60 d.c. inizialmente dedicata al culto di San Pietro come gran parte delle pievi paleocristiane. In quegli anni era Papa Eugenio sul soglio di Pietro e Lotario e Luigi il Pio regnavano assieme.

Donato fu un grande vescovo e fece di Fiesole uno dei centri principali del cattolicesimo toscano a capo di una vastissima diocesi che comprendeva gran parte del contado e della Valle dell'Arno. Di lui rimangono pochi frammenti, tra cui notevolissimo un prologo alla vita di Santa Brigida di Kildare, che racconta dell'Irlanda, la sua bella terra d'origine, custodito presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze che riporto qui per intero.

"Far in the west they tell of a matchless land,
Which goes in ancient books by the name of Scotia;
Rich in resources this land having silver,
Precious stones, vesture and gold;
Well suited to earth-born creatures as regards
Its climate, its sun and its arable soil,
That Scotia with lovely fields
Hath skill with husbandry and raiments, and arms and arts and fruits
There are no fierce bears there, nor ever
Has the land of Scotia brought forth savage
Broods of lions. No poisons hurt no serpent
Creeps through the grass, nor does the babbling frog
Croak and complain by the lake. In this land
The Scottish race are worthy to dwell, a renowned race of men
In war, in peace, in fidelity. Here was born in former days
The most holy virgin,
Brigid, glory of the Scots; her name, her honour,
A tower reaching to the highest points of the flame-bearing heaven.
An inexhaustible light, a noble crown of God,
A blessed fountain rejoicing, reforming the hearts of the Scots;
While recreating them, she takes care of herself, she feeds, she grows;
A ladder prepared for men, excellent for youths and girls.
For mothers and for saints, she reaches to the stars of heaven.
Her father was called by name Dubtacus;
A man renowned for his good deeds, of famous ancestry;
Noble and humble, gentle and full of piety ;
Nobler because of his wife and pious offspring.
Many have written of the virtues of this virgin soul.
The learned Ultan and Eleran honouring her ;
One called Animosus has written many books
Concerning the life and studies of this virgin and her good deeds.
I shall begin from the least, nor shall greater things follow,
But so shall I gather fitting blossoms in a garden full of flowers.
If, beholding the glittering stars of heaven, we seek to know
their order and high-aspiring course,
If we could number the minutest grains of sand which the troubled
waves of the sea have scattered on our shores,
Then might we number the virtues of this virgin
Whose body was the temple of the Most High God."


Liberamente tradotto da "Six Months in the Appennines. or, a Pilgrimage in Search of Vestiges of the Irish Saints in Italy" di Margaret Stokes. London 1892 - Historical Collection from the British Library.

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domenica 6 ottobre 2013

L'origine celtica di Gesù

Durante tutto il primo millennio a.c. la civiltà celtica raggiunse la sua massima espansione spingendosi anche oltre i limiti del continente europeo. I Galati, che i romani chiamavano Galli, erano un popolo di stirpe celtica che si stabilì nel III sec. a.c. prima in Tracia e poi nella Galatia, una regione storica che corrisponde all'odierna Anatolia centrale.


Anche la regione della Palestina settentrionale a occidente del Lago di Tiberiade formato dal fiume Giordano, prende il nome dai suoi abitanti di stirpe celtica, come chiaramente evidenziato dal nome che i greci prima ed i romani poi gli assegnarono: Galilea.

Da alcuni documenti storici abbiamo alcuni indizi sull'origine celtica dei suoi abitanti, come per esempio il riferimento all'agricoltura, sappiamo infatti che i Celti erano degli straordinari coltivatori, abilissimi nell'aumentare la capacità produttiva dei terreni.

Il quadro climatico del I sec. era in realtà assai diverso da quello attuale, basti pensare che nel sud della Britannia il clima era così mite che si poteva coltivare la vite. Anche oggi la Galilea seppur più arida ha comunque un clima particolarmente mite grazie all'influsso del lago che favorisce la crescita della vegetazione.

« [...] dai [suoi] abitanti è tutta coltivata e non c'è angolo che non sia lavorato, al contrario vi sono anche molte città e dovunque un gran numero di villaggi densamente popolati grazie al benessere, tanto che il più piccolo di questi ha più di quindicimila abitanti. »

(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 3.2.)

Gesù, il cui nome è simile a quello del dio celtico Hesus, nell'immaginario collettivo è sempre rappresentato come un uomo alto, con i capelli lunghi biondi e la pelle chiara, tratti certamente non mediorientali ma che probabilmente fanno rifermento ad un'origine ancestrale differente. Anche l'immagine ricavata dalla sindone rivela lineamenti nordici. 


Se ci pensiamo ci sono forti analogie tra la tradizione religiosa cristiana e quella celtica, proprio in alcuni punti fondanti del credo cristiano. Il battesimo visto come bagno purificatore e catartico di rinascita e liberazione dal male. Il sacrificio personale visto come offerta della propria vita per la liberazione dal male del proprio popolo. L'idea stessa di trinità è un'idea tipicamente celtica, basta pensare al simbolo del Triskell. Questi erano punti cardine nella vita dei Celti, che come sappiamo non erano una nazione ma un gruppo di popoli che condividevano una cultura comune.


Hesus con Toutatis e Taranis formava la triade divina celtica, il suo nome è legato ai sacrifici umani che venivano fatti in suo nome in cui la vittima veniva appesa ad un albero e moriva dissanguata, nell'iconografia veniva rappresentato come un taglialegna.


L'ortodossia ebraica di Gerusalemme vedeva con diffidenza gli ebrei che vivevano in Galilea in quanto questa era abitata anche da popoli di fede pagana, i Celti, in questo è possibile capire la diffidenza nei confronti del nazareno. C'era senz'altro nella Palestina del I sec. d.c. discriminazione da parte degli ebrei di Gerusalemme nei confronti dei Galilei. Discriminazione che non avevano per esempio i romani che invece erano abituati a convivere con i Celti. Per questo fu così difficile per Ponzio Pilato procedere alla condanna di Gesù.


In questo contesto storico culturale è possibile che la stessa setta degli Esseni di cui si dice facesse parte lo stesso Gesù, fosse una setta druidica celtica con influenze ebraiche. Gli Esseni erano soliti vestire di bianco ed erano dediti all'astrologia.


Rovine dell'Abbazia di Glastonbury
Alla morte di Gesù, la sua famiglia abbandonò la Palestina per tornare nelle terre di origine. Secondo la leggenda Maria Maddalena raggiunse la Provenza per risalire il Rodano, accolta dalla tribù germanica dei Franchi, dette luogo alla dinastia dei re Merovingi. Questa è anche la tesi del best-seller "il codice da Vinci". Giuseppe d'Arimatea invece approdò in Britannia presso Glastonbury e ne divenne il primo vescovo fondando il primo monastero dove era anche custodito il santo Graal che aveva portato con sé dalla Palestina.

Probabilmente tutte leggende popolari che sono state tramandate fino ai nostri giorni, ma come accade per tutte le leggende è possibile che qualche verità la nascondano, come il collegamento ancestrale tra i più importanti membri dell'entourage di Gesù e le terre di origine della cultura celtica. Fatto sta che fu proprio dalle isole britanniche che nei secoli successivi, con i monaci irlandesi ed il cristianesimo celtico partì l'evangelizzazione dell'Europa. 


Di questa tesi se ne trova traccia anche nel "Cimitero di Praga" di Umberto Eco.
“La risposta era venuta da Jacques de Biez: - Signori, che Cristo fosse ebreo è una leggenda messa in giro proprio dagli ebrei, come erano san Paolo e i quattro evangelisti. In realtà Gesù era di razza celtica, come noi francesi, che siamo stati conquistati dai latini solo molto tardi. E prima di essere emasculati dai latini, i celti erano un popolo conquistatore, avete mai sentito parlare dei galati, che erano arrivati sino in Grecia? La Galilea si chiama così dai Galli che l’avevano colonizzata. D’altra parte il mito di una vergine che avrebbe partorito un figlio è mito celtico e druidico. Gesù, basta guardare tutti i ritratti che ne possediamo, era biondo e con gli occhi azzurri. E parlava contro gli usi, le superstizioni, i vizi degli ebrei, e al contrario di quanto gli ebrei si attendevano dal Messia, diceva che il suo regno non era di questa terra. E se gli ebrei erano monoteisti, Cristo lancia l’idea della trinità, ispirandosi al politeismo celtico. Per questo lo hanno ucciso. Ebreo era Caifa che l’ha condannato, ebreo era Giuda che l’ha tradito, ebreo era Pietro che l’ha rinnegato…”.   

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mercoledì 2 ottobre 2013

I segreti del Battistero di San Giovanni a Firenze

Chissà quanti delle migliaia di turisti che affollano la Piazza del Duomo a Firenze avranno notato le teste longobarde scolpite sotto i due gocciolatoi a forma di testa di leone sugli spigoli della scarsella del Battistero di San Giovanni?


Facion - testa longobarda scolpita sulla scarsella
del Battistero di San Giovanni a Firenze
Il Battistero di San Giovanni è l'edificio più antico della città di Firenze, probabilmente fu costruito sopra una precedente costruzione romana, forse una villa. La sua edificazione fu voluta dal re longobardo Agilulfo nel VII secolo allo scopo di convertire i Longobardi al cristianesimo sotto l'influenza della cattolicissima moglie Teodolinda, come usava in quegli anni il battesimo avveniva per immersione nella grande vasca centrale che fu successivamente rimossa. L'architettura del "Bel San Giovanni" ci rivela come già nel VII secolo gli architetti longobardi avessero assimilato i modelli classici e che fosse in atto grande processo di integrazione culturale tra questo popolo di origine germanica e le tradizioni del paese nel quale avevano deciso di vivere e fondare la loro nazione. Inoltre dimostra anche l'abilità della maestranze nel taglio e nell'uso del marmo come materiale da costruzione. Successivamente, sempre in epoca longobarda durante il regno di Liutprando, il Battistero fu profondamente rimaneggiato per motivi strutturali, con l'ingrossamento delle mura portanti.

In ricordo delle vestigia romane sulle quali è costruito il Battistero all'angolo sud-ovest dell'edificio è posto una parte del fregio di un sarcofago.



Fregio romano, vestigia del precedente tempio pagano dedicato
al dio della guerra Marte su cui sorge il Battistero di Firenze

Il Battistero contiene anche un'altra curiosità risalente proprio all'epoca Longobarda di cui in pochi conoscono l'esistenza, ovvero il cosiddetto "piede di Liutprando" su una delle colonne di marmo che fiancheggiano la porta sud è inciso un rettangolo, la misura della sua lunghezza è pari alla somma della lunghezza dei piedi del re longobardo Liutprando, questi emanò una serie di leggi che, integrando l'Editto di Rotari, stabilivano un nuovo sistema di misura alternativo a quello romano. Il "piede di Liutprando" è il modulo di cm. 43,60 con cui venivano tagliati i blocchi di pietra nella costruzione degli edifici altomedievali in Toscana ed in Italia, fornendo così uno standard costruttivo molto innovativo per l'epoca.



Il cosiddetto "Piede di Liutprando"

Il Lami, il Nelli, il Lastri ed altri chiarissimi scrittori fiorentini sono d'avviso che il tempio ottagonale di san Giovanni Battista in Firenze sia opera dei Longobardi, ovvero dei loro tempi. Come scrive il Lami "Al tempo della nostra regina Teodelinda, la quale fu quella che elesse per protettore del regno de' Longobardi san Giovan Battista, i Fiorentini secondando il genio divoto della loro sovrana, vollero erigere una chiesa ad onore di quel Santo e dichiarala di più Cattedrale, essendo forte stata innanzi tale quella di San Lorenzo, la fabbricarono fuori delle mura, secondo l'uso degli antichi fedeli cristiani i quali erano consueti di edificar le Cattedrali fuora delle città, benché nelle più prossime vicinanze. E ben avverte, proseguendo, che molte città edificarono le loro chiese talmente nell'estremo, e come sulle mura, che vi è tutta l'apparenza che in antico, prima che queste città si ampliassero, ed allargassero il circuito delle mura, rimanessero fuora del cerchio anteriore delle medesime.
Giovanni Lami, lezioni di antichità toscane e spezialmente della città di Firenze ..., Vol I, pag. 59

San Giovanni patrono di Firenze, è un santo particolarmente venerato nel nord Europa, la sua ricorrenza, il 24 di giugno, corrisponde alla principale festività del calendario religioso celtico che celebra il solstizio d'estate. Ancora oggi nell'isola di Gotland in Svezia, che probabilmente è la terra di origine dei Longobardi, si celebra la festa patronale lo stesso giorno.

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