domenica 25 settembre 2016

L'ultimo vichingo

950 anni fa, una disperata, sanguinosa battaglia cambiò per sempre la storia d'Inghilterra.

25 settembre, 1066 - Gli invasori del re vichingo Harald Hardrada furono massacrati a Stamford Bridge fuori York. Colti di sorpresa dal re inglese Harold e dal suo esercito gli uomini del Nord combatterono fino all'ultimo respiro, come tutti i guerrieri dovrebbero.

Strappato alla battaglia, insanguinato ed esausto il re guerriero ormai non più nel fiore degli anni trovò riparo in una semplice casa col tetto di paglia, il clamore della battaglia e le grida dei caduti svaniscono dietro di lui. Il grande Harald Hartrada ancora non lo sa ma le sue spoglie mortali, violate ed insanguinate ormai giacciono sul campo di battaglia accanto al fiume. Ma grande è la sua voglia di vita e la sete della fama in battaglia e delle gloria, che egli ha ancora una storia da raccontare. Un finale epico da condividere del suo viaggio sulla via del guerriero, prima che la sua anima parta per l'aldilà.

E Odino il dio della lancia signore della guerra e della poesia, la vorrà ascoltare.

Senti il calore della battaglia, ascolta la musica delle spade sugli scudi, cattura l'abilità ed il coraggio e ascolta il racconto di uno dei più grandi guerrieri mai vissuti. Realizzato dallo scrittore di bestseller Giles Kristian e dal premiato regista Philip Stevens, questo cortometraggio unisce la bellezza delle ballate con la narrazione cinematografica d'azione per divertire ed educare.


lunedì 19 settembre 2016

Saghe longobarde: la caduta di Cividale ad opera degli Unni

E infine giunse per i Longobardi di Cividale l'appuntamento con la storia e col destino, gli Unni calarono dalla valle dell'Isonzo con un esercito sterminato che riempiva tutta la valle. Il duca Gisulfo II signore di Cividale li affrontò in campo aperto con i migliori guerrieri della città, ma soverchiato dal numero dei nemici, fu circondato e massacrato sul campo con tutti i suoi uomini. Al Khan degli Unni adesso si apriva la strada del capoluogo del ducato friulano che seppur spogliato dei suoi guerrieri era fortezza ben protetta dove si rifugiarono dal contado donne, bambini ed anziani. Oltre che a Cividale i Longobardi si erano barricati negli altri castelli del Friuli: Cormona, Nimis, Osoppo, Artegna, Reunia, Gemona, Ibligine.

I Longobardi avevano già conosciuto gli Unni dai tempi nei quali stavano in Pannonia e per questo li temevano, sapevano del loro valore in battaglia, della loro ferocia, della loro abilità nella cavalcata che gli permetteva di poter scoccare coi loro archi ricurvi al galoppo in perfetto equilibrio senza neppur toccare le briglie. Fu proprio grazie ai patti con gli Unni che Alboino poté sbarazzarsi degli odiati Gepidi, gli eterni rivali di sempre e creare le condizioni per l'avventura italiana con le spalle coperte: un capolavoro politico prima ancora che militare.

Ma la storia ti presenta sempre il conto e la pressione degli Unni verso occidente si era fatta sempre più forte, la prospettiva di una terra fertile, prospera, baciata dal sole, la promessa di un ricco bottino era un ottimo incentivo per lasciare le ugge delle pianure pannoniche.

Ormai vedova e senza guerrieri validi la moglie del duca Gisulfo del Friuli, Romilda osservava dall'alto delle mura di Cividale la valle che si riempiva dei cavalieri venuti da oriente, vide il giovane Khan circondato dai guerrieri più valorosi che si avvicinava alle mura di Cividale. Era preoccupata da un assedio che sarebbe potuto durare settimane se non mesi e per il destino dei suoi figli. Aveva quattro figli maschi: Taso e Cacco adolescenti, Rodoaldo e Grimoaldo ancora fanciulli e quattro figlie femmine, le maggiori delle quali si chiamavano Appa e Galia. Ormai senza protezione, seguendo l'inclinazione della donna longobarda educata in una società rigidamente patriarcale a ricercare nell'uomo forte una tutela per sé e la propria famiglia, Romilda si decise ad inviare un messaggero al giovane Khan degli Unni chiedendogli di prenderla in moglie e così risparmiare il suo popolo. Il capo degli Unni soppesata la proposta e subito intravista la possibilità di una facile e rapida vittoria accettò la proposta. Subito Romilda aprì agli Unni le porte di Cividale, questi una volta entrati in città fecero scempio della popolazione razziando tutto quello che poterono portare via.

I sopravvissuti furono riportati in Pannonia loro terra per essere sorteggiati tra loro come schiavi, tra questi vi erano anche i figli e le figlie di Romilda. Ma alla prima occasione propizia Taso, Cacco e Rodoaldo che avevano ereditato il coraggio dal padre Gisulfo e preferendo combattere e magari cadere piuttosto che vivere una vita in schiavitù, saltarono a cavallo per scappare via il più velocemente possibile. Il fratellino Grimoaldo era troppo piccolo per poter fuggire con loro e allora Taso estrasse la spada preferendo ucciderlo che lasciarlo in mano agli Unni, ma il piccolo Grimoaldo con gli occhi gonfi di lacrime implorò il fratello maggiore di risparmiarlo e di portarlo con sé che si sarebbe tenuto stretto alla criniera del cavallo. I quattro fratelli scapparono subito inseguiti dagli abili cavalieri unni che presto raggiunsero il piccolo Grimoaldo che fu catturato e riportato indietro verso l'accampamento che gli Unni chiamavano "Campo sacro". Mentre l'Unno si rallegrava per la facile e prestigiosa cattura sottovalutando la minaccia del bambino longobardo alle sue spalle, Grimoaldo estrasse la spada che a malapena riusciva a sollevare e da dietro gli mollò un fendente sulla testa spaccandogli il cranio e uccidendolo all'istante, allora girò il cavallo e raggiunse i fratelli. Da allora i Longobardi dissero di Grimoaldo futuro loro re "agitando un grande animo in un piccolo petto".

Purtroppo al campo tutti i Longobardi in età adulta furono massacrati per vendetta, quanto a Romilda il Khan la sposò per salvare l'onore e mantenere la parola data ma, trascorsa la prima notte di nozze con lei, il giorno dopo la consegnò ai suoi uomini affinché la violentassero a proprio piacimento poi gli Unni la impalarono in mezzo al campo perché fosse di monito ai Longobardi. Ma le sue figlie, volendo mantenersi caste escogitarono uno stratagemma, sotto la lunga fascia che stringeva loro il seno si infilarono degli avanzi di selvaggina che dopo qualche giorno cominciarono ad emanare un fetore insopportabile. Fu così che tutte le volte che un uomo gli si avvicinava per abusare di loro era costretto ad allontanarsi subito maledicendo la fetida razza longobarda.

Mantenuta la castità le ragazze furono riscattate da nobili casate: una andò in sposa al re degli Alamanni e l'altra ad un principe dei Bavari e vissero felici e contente per il resto della vita. Il loro fratello Grimoaldo fu incoronato re dei Longobardi e d'Italia nel 662 ed il suo regno durò nove anni nei quali ottenne importanti vittorie sui Bizantini dell'imperatore Costante II; di lui si disse "Fu gagliardo di corpo, primo fra tutti per audacia, dalla testa calva, dalla lunga barba, ornato di saggezza non meno che di forza ".

Tutto questo ho raccontato io Paolo Diacono di Cividale del Friuli discendente di Leipchis giunto in Italia dalla Pannonia con Alboino.

venerdì 19 agosto 2016

I druidi Celti nella letteratura classica latina

Diogene Laerzio, Vite, Introduzione, 1
Alcuni pensano che lo studio della filosofia abbia una origine barbara. Tra i Persiani infatti vi furono i magi, tra i Babilonesi e gli Assiri i caldei, tra gli Indiani i gimnosofisti, mentre i Celti e i Galati avevano sacerdoti chiamati druidi o semnotheoi.

Diogene  Laerzio, Vite, Introduzione, 5
Quanti ritengono che la filosofia sia un’invenzione dei barbari, illustrano i sistemi di ogni singolo popolo; dicono che i gimnosofisti e i druidi fanno le loro affermazioni con frasi oscure ed enigmatiche, e insegnano che bisogna adorare gli dèi, astenersi dal male e tenere un comportamento virile.

Cesare, De Bello Gallico VI, 13
In ogni parte della Gallia vi sono due classi di uomini che hanno potere e prestigio. I plebei sono praticamente degli schiavi, e non osano fare nulla per sé, né partecipano ad alcuna decisione. La maggior parte sono oppressi dai debiti o dalla pesantezza dei tributi o dalle ingiustizie dei potenti, e si pongono così al servizio dei nobili che hanno su di loro gli stessi diritti che i padroni hanno sugli schiavi. Di queste due classi una è quella dei druidi, l’altra dei cavalieri. I druidi sovrintendono alle questioni religiose, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, interpretano i precetti della religione. A loro ricorrono molti adolescenti per imparare le dottrina, e sono tenuti in grande onore. Deliberano infatti in ogni controversia pubblica e privata. Se poi avviene qualche delitto, una uccisione, una controversia su questioni di eredità e di confini, sono loro a giudicare, assegnando ricompense e pene. Chi, privato o comunità, non si attiene alla loro decisione, viene escluso dai sacrifici. Presso i Galli questa pena è gravissima. Coloro che sono stati esclusi in questo modo dalle questioni religiose, vengono considerati empi e disgraziati; tutti si tengono lontani e temono il contagio. Se chiedono giustizia, non la ottengono. Non possono accedere a nessuna carica pubblica. A capo di tutti i druidi c’è un solo uomo, che ha l’autorità somma tra loro. Quando questi muore, gli succede chi eccelle sugli altri per dignità, oppure, se ve ne sono molti di egual grado, viene eletto il vincitore per suffragio, talvolta si contendono questo primato con le armi. Si radunano poi in un preciso momento dell’anno, in un luogo consacrato, nel paese dei Carnuti, poiché si ritiene che questa regione sia al centro di tutta la Gallia. Qui arrivano da ogni parte quelli che hanno delle controversie, e si sottomettono ai loro giudizi e ai loro decreti. Si pensa che la dottrina dei druidi sia nata in Britannia e che da lì sia passata in Gallia, e ora chi la vuole conoscere più profondamente va per lo più in Britannia a impararla.

Cesare, De bello gallico VI, 14
I druidi di solito si tengono lontani dalla guerra, e non pagano come gli altri tributi. Hanno l’esenzione dal servizio militare e da qualsiasi altra prestazione. Spinti da tanti vantaggi, e molti di spontanea volontà, accorrono ad apprendere questa dottrina; altri sono mandati dai genitori e dai parenti. Pare che imparino lì un gran numero di versi. Così alcuni vi rimangono vent’anni per apprendere. Non pensano sia lecito lasciarli scritti, mentre si servono del greco per quasi tutte le altre faccende, per le norme pubbliche e private. Credo che abbiano stabilito questo per due ragioni: da un lato non vogliono che si diffonda tra il popolo la loro dottrina, dall’altro hanno timore che i novizi, confidando nella scrittura, siano meno diligenti nell’apprenderla. Accade infatti molte volte che con l’ausilio della scrittura ci si mostri meno disposti a imparare e a studiare a memoria. In primo luogo i druidi vogliono persuadere che l’anima non muore, ma dopo la morte passa in altri; questo dovrebbe essere soprattutto uno sprone al valore, visto che il timore della morte viene abbandonato. Discutono anche molto degli astri e del loro movimento, della grandezza del mondo e della terra, della natura, della potenza degli dèi immortali e di tutto ciò che fanno precetti per i giovani.

Cesare, De Bello Gallico VI, 16
Tutta la nazione gallica è molto dedita a pratiche superstiziose. Per questa ragione chi sia affetto da gravi malattie o si trovi in battaglia, o nei pericoli, immola vittime umane o vota se stesso alla morte; per questi sacrifici si servono come ministri dei druidi, poiché pensano che non si possa placare la volontà degli dèi immortali se non dando una vita per un’altra vita; anche la comunità ha stabilito per la sua salvezza questo genere di sacrifici. Alcune popolazioni hanno statue di grandezza inusitata, le cui membra sono intessute di vimini e al cui interno vengono posti uomini vivi; vi pongono sotto il fuoco e gli uomini muoiono avvolti dalle fiamme. Pensano che gli dèi preferiscano la morte di chi sia stato arrestato per furto, per latrocinio e per qualche altro delitto. Se tuttavia mancano uomini di questo genere sacrificano anche degli innocenti.

Cesare, De Bello Gallico, VI, 17
Il dio che i Galli onorano di più è Mercurio: le sue statue sono le più numerose, essi lo considerano come l’inventore di tutte le arti , egli è per loro il dio che indica il cammino, che guida il viaggiatore, egli è colui che è più abile ad assicurarsi i guadagni e a proteggere il commercio. Dopo di lui adorano Apollo, Marte, Giove e Minerva. Essi si fanno di questi dei pressappoco la stessa idea degli altri popoli : Apollo guarisce dalle malattie, Minerva insegna i principi dei lavori manuali, Giove è il signore degli dei, Marte presiede alla guerra. Quando hanno deciso di dare battaglia promettono generalmente a questo dio il bottino che riusciranno a fare; vincitori gli offrono in sacrificio il bottino vivo e accumulano il resto in un solo luogo. In numerose città si possono vedere in luoghi consacrati dei tumuli innalzati con questa spoglie; ed è raro che un uomo osi, a sprezzo della legge religiosa, dissimulare presso di lui il suo bottino o toccare le offerte . un tal crimine è punito con una morte orribile tra i tormenti.

Cesare, De Bello Gallico, VI, 18, 1
I Galli sostengono di discendere tutti dal padre Dite e che questo sia tramandato dai druidi. Perciò non calcolano il tempo contando i giorni, ma le notti: le date natalizie, il principio dei mesi e degli anni sono contati facendo incominciare la giornata con la notte.

Cesare, De bello gallico VI, 21, 1
I Germani hanno costumi molto diversi. Infatti non hanno druidi che presiedano alle funzioni sacerdotali, e non sono dediti ai sacrifici..

Cicerone, De Divinatione I, XLI, 90
La pratica della divinazione non è disprezzata neppure tra i barbari, se è vero che in Gallia esistono i druidi, e esistono davvero. Io stesso ne ho conosciuto uno, Diviziaco , l’Eduo, tuo ospite e sostenitore. Egli ha dichiarato di avere quella conoscenza della natura che i Greci chiamano “fisiologia”, e di poter conoscere il futuro a volte servendosi di àuguri, a volte di congetture.

Diodoro Siculo, Historiae V, 28, 6
La dottrina pitagorica prevale tra i Galli, e insegna che le anime degli uomini sono immortali e che dopo un certo numero di anni tornano a vivere, quando un’anima si incarna in un altro corpo.

Diodoro Siculo, Historiae V, 31, 2-5
E ci sono tra i Galli poeti che essi chiamano bardi; e cantano su strumenti simili alla lira, inneggiando alcuni e vituperando altri. Hanno filosofi e teologi tenuti in grande considerazione, che vengono chiamati druidi. Hanno anche indovini molto importanti, che predicono il futuro osservando il volo degli uccelli e le interiora delle vittime e le cui parole ciascuno tiene in gran conto. Soprattutto quando devono vaticinare su problemi di particolare importanza, hanno un’usanza strana e incredibile. Infatti colpiscono un uomo con un pugnale nella regione sottostante il diaframma e, dopo la sua caduta, predicono il suo futuro osservando le convulsioni del suo corpo e il modo in cui scorre il sangue; è questo un modo di divinare a loro particolarmente famigliare, poiché è molto antico. E’ costume presso i Galli che nessun sacrificio venga compiuto senza l’ausilio di un filosofo, perché si crede che le offerte agli dèi dovrebbero essere fatte soltanto con la mediazione di queste figure, che conoscono la natura divina e hanno con essa familiarità; e che soltanto attraverso di loro si possono rivolgere suppliche agli dèi in modo appropriato. Questi veggenti hanno autorità non soltanto in tempo di pace, ma anche in guerra, mentre gli incantamenti dei bradi operano su amici e nemici. Spesso quando i combattenti si affrontano uno di fronte all’altro, le spade sguainate e le aste incrociate, questi uomini si pongono nel mezzo e fermano la battaglia, proprio come talvolta vengono incantate le bestie feroci. Così, anche fra i barbari più selvaggi, l’ira si piega alla salvezza. Mentre arretra di fronte alle Muse.

Strabone, Geographica IV, 4, 197, 4
Tra le genti galliche, ci sono tre categorie di persone che vengono onorate in modo particolare: i bardi, i vati e i druidi. I bardi sono cantori e poeti; i vati sono divinatori e filosofi della natura; mentre i druidi studiano contemporaneamente la filosofia della natura e quella morale. I druidi sono considerati i più giusti fra gli uomini e per questa ragione si ricorre a loro sia per dispute private, sia per problemi della comunità. Anticamente, arbitravano persino i casi di guerra, e facevano fermare i contendenti quando già stavano per ingaggiare battaglia. Si occupavano in particolar caso di omicidio, che venivano portati di fronte a loro per essere giudicati. Inoltre, quando vi è abbondanza di questi casi [di criminali da offrire in sacrificio] pensano vi sarà anche abbondanza della terra. Comunque non solo i druidi, ma anche altri, ritengono che le anime degli uomini, e l’universo, siano incorruttibili, sebbene il fuoco e l’acqua prevarranno prima o poi su di loro.

Strabone, Geographica IV, 4, 198, 5
Ma i Romani fermarono questi costumi, così come tutti quei sacrifici e pratiche divinatorie contrarie alla nostra consuetudine. Usavano colpire alla schiena con una spada un uomo che avevano deciso di immolare, e trarre presagi dalle sue contorsioni. Tutto ciò non può essere fatto senza i druidi. Sappiamo poi di altri tipi di sacrifici umani. Uccidevano le vittime con le frecce, le impalavano nei templi, o costruivano colossi di paglia e di legno, dove buttavano bestiame, animali selvatici ed esseri umani, che venivano arsi insieme.

Ammiano Marcellino, Rerum Gestarum XV, 9, 4
I druidi affermano che parte della popolazione della Gallia era indigena, mentre altri venivano dalle isole e dalle terre di là dal Reno, fuggiti dalle loro sedi originarie a causa delle ripetute guerre e dalle inondazioni prodotte dal mare.

Ammiano Marcellino Rerum Gestarum XV, 9, 8
In questi luoghi iniziarono a diffondersi, fra genti che divenivano sempre più civilizzate, le arti raffinate promosse dai bardi, dagli euagi e dai druidi. E i bardi cantavano le imprese eroiche di uomini illustri, composte in versi solenni, con il dolce accompagnamento della lira, mentre gli euagi cercavano di dare una spiegazione ai profondi misteri della natura. I druidi, infine, uomini di maggior talento, si riunivano in sodalizi sotto il segno della dottrina pitagorica, eletti ad indagare le questioni occulte e profonde; sprezzanti verso le cose terrene, pensavano che le anime fossero immortali.

Svetonio, Claudius, 25
Soppresse completamente la religione inumana e terribile dei druidi in Gallia, che sotto il principato di Augusto era stata soltanto vietata ad alcuni cittadini romani.

Pomponio Mela, De situ orbis III, 2, 18-19
Rimangono ancora le tracce di una barbarie non più praticata e se anche si trattengono dalla strage, tuttavia viene ancora sparso il sangue delle vittime condotte all’altare. Hanno nonostante ciò un loro genere di eloquenza, e insegnanti di saggezza, chiamati druidi. Essi dichiarano di conoscere la forma e la grandezza del mondo, i movimenti dei pianeti e delle stelle e la volontà degli dèi. Impartiscono molti insegnamenti ai nobili Galli, in un corso di studi che dura vent’anni, e si incontrano in segreto in una grotta o in balze isolate. Uno dei loro precetti è stato reso di pubblico, evidentemente per spingere la popolazione al combattimento. Che le anime sono immortali e che esiste una seconda vita nel regno dell’Oltretomba. Questa è la ragione per cui bruciano e seppelliscono con i loro morti le cose di cui avevano bisogno da vivi. Una volta rimandavano alla seconda vita anche la conclusione degli affari e la riscossione dei crediti. E vi era anche che si gettava spontaneamente sulle pire dei propri defunti, per dividere con loro la nuova vita.

Lucanio, Farsalia I, 450-58
E voi, o druidi, tornaste a ripetere i vostri riti barbarici e la sinistra consuetudine dei sacrifici, abbandonati nel momento in cui avevate deposto le armi. A voi soltanto è concesso di conoscere gli dèi e le potenze del cielo o affermarle in conoscibili; voi abitate boschi profondi in remote foreste sacre. Secondo quanto voi sostenete, le ombre non scendono nelle silenziose sedi dell’Erebo e nei pallidi domini del profondo Dite: il medesimo spirito governa il nostro corpo in un altro mondo; se voi esprimete cose di cui siete ben sicuri, la morte rappresenta il punto mediano di una lunga vita.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia XVI, 249-251
Dobbiamo ricordare qui la devozione che i Galli offrivano a questa pianta. I druidi, così essi chiamano i loro maghi, non avevano nulla tanto sacro quanto il vischio, e la quercia su cui cresce. Soltanto in grazia dell’albero scelgono boschi di querce, e non eseguono nessun rito se non alla presenza di una sua fronda; sembra così probabile che i sacerdoti derivino il loro nome dalla parola greca che indica la quercia. Infatti pensano che qualsiasi cosa cresca sull’albero sia stata mandata dal cielo e sia una prova che il dio in persona ha scelto proprio quella quercia; il vischio tuttavia si trova di rado sulla quercia. Quando questo accade, gli si dedicano cerimonie apposite, in particolare il sesto giorno della luna, poiché in base al movimento di questo pianeta essi misurano i loro mesi e i loro anni, nonché le età, un periodo di trent’anni. I Celti scelgono questo giorno, perché la luna, benché non sia ancora a metà del suo corso, ha già un forte influsso. Chiamano il vischio con un nome che nella loro lingua significa “che tutto risana”. Apprestati sotto gli alberi il sacrificio e il banchetto secondo il rito, vengono condotti due tori candidi, ai quali vengono per la prima volta legate le corna. Il sacerdote, avvolto in una veste bianca, sale sull’albero e taglia con un falcetto d’oro il vischio, che viene raccolto dagli altri con un panno bianco. Poi vengono uccise le vittime ed essi pregano che il dio renda propizio l suo dono a coloro a cui l’ha offerto. Pensano infatti che il vischio, se ingerito in una bevanda, porti la fecondità agli animali sterili, e sia l’antidoto per tutti i veleni. Ecco quali forti sentimenti religiosi molti provano per cose di poco conto.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia XXIV, 103, 4
Un’erba simile alla sabina viene chiamata selago. Si raccoglie senza l’uso di uno strumento, passando la mano destra attraverso la manica sinistra, nell’atto di chi commette un furto. Bisogna avere un abito bianco, piedi ben lavati e nudi, ed è necessaria un’offerta di pane e vino prima della raccolta. I druidi in Gallia ritengono che sia un buon incantesimo contro pericoli di ogni genere, e che il fumo che si produce bruciando la pianta sia un ottimo rimedio per le malattie degli occhi. Citano anche un’altra pianta, che chiamano samolus; deve essere raccolta a digiuno con la mano sinistra, ed è un potente rimedio contro le malattie del bestiame. Il raccoglitore non deve però guardarsi alle spalle o lasciare la pianta in altro luogo che nei canali di abbeveramento.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia XXIX, 52
Vi è un altro tipo di uova, molto noto fra i Galli, ma non nel mondo greco. Durante l’estate numerosi serpenti si intrecciano e rimangono attaccati con una secrezione che gli esce dal corpo e dalle fauci. Questa secrezione viene chiamata anguinum. I druidi dicono che, sibilando, i serpenti lanciano in aria questa sostanza, che deve essere raccolta nella veste prima che tocchi terra. Chi l’ha presa deve immediatamente scappare a cavallo, dal momento che i serpenti lo finché non vengono allontanati da una corrente. Si può verificarne la natura, se naviga contro corrente, anche se è incastonata nell’oro. E, poiché è tipico dei maghi occultare i loro inganni, stabiliscono che queste uova debbano essere raccolte con una certa luna, quasi che dipendesse dall’uomo far coincidere il gesto dei serpenti con l’arbitrio umano. Io stesso ho visto una di queste uova; era rotonda, grande quanto circa una piccola mela, e aveva un guscio cartilagineo, come le fitte ventose dei tentacoli del polipo. I druidi ne hanno una grande stima. Si dice addirittura che porti la vittoria nelle liti e che permetta di essere ricevuti favorevolmente dai re. Questo è falso poiché pare che un uomo dei Voconzi, un cavaliere romano, se lo sia tenuto in petto durante una lite e sia stato condannato a morte dall’imperatore Claudio, apparentemente soltanto per questo.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXX, 13
La magia fiorì in Gallia, fino ad un periodo che siamo in grado di ricordare. Durante il principato di Tiberio infatti venne emesso un decreto del senato contro i druidi galli e tutta quella stirpe di indovini e medici. Ma perché dovrei ricordare queste cose di un’arte che ormai ha attraversato l’oceano, e che è giunta agli estremi confini della terra? Anche oggi la Britannia è affascinata dalla magia, e celebra i riti con un tale apparato cerimoniale che potrebbe sembrare sia stata questa la regione del mondo a insegnare la magia ai Persiani. A tal punto le popolazioni, per quanto diverse tra loro e ignare delle della reciproca esistenza, concordano su questo elemento. Di conseguenza, non potremmo mai provare una gratitudine eccessiva per i Romani, che ci hanno liberati da un rito mostruoso in cui uccidere un uomo era un gesto di grande pietas religiosa e mangiarne le viscere aveva molti benefici.

Tacito, Annales XIV, 30
Stava sulla spiaggia la variegata schiera di nemici, densa di armi e di uomini, percorsa da donne vestite di scuro alla maniera delle Furie, con i capelli sciolti al vento, che agitavano fiaccole. Intorno stavano i druidi, che levavano le mani al cielo, lanciando contro di noi maledizioni. La stranezza del loro aspetto impressionò i soldati, che se ne stavano con il corpo paralizzato e le membra immobili, esposti alle ferite dei nemici. Poi, esortati dai capi, e facendosi loro stessi forza, per non dare l’impressione di tremare di fronte ad una schiera di donne e invasati, si gettarono contro di loro, li travolsero, avviluppandoli nelle loro stesse fiamme. Dopo fu loro imposto un presidio e vennero abbattuti i boschi sacri ai loro culti barbarici, che prescrivevano che gli altari fumassero del sangue dei prigionieri e che si dovessero consultare gli dei, servendosi di viscere umane.

Tacito, Historiae IV, 54
Un tempo Roma era stata presa dai Galli, ma poiché la dimora di Giove era rimasta intatta l’impero non era andato distrutto. Ora invece, con vana superstizione, i druidi cantavano che l’incendio del Campidoglio voluto dal fato fosse un segno dell’ira divina, che assegnava alle genti d’oltralpe il potere sul mondo.

Diode Crisostomo, Orationes XLIXI Persiani credo che abbiamo uomini chiamati magi… gli Egiziani i loro sacerdoti… e gli Indiani hanno i loro Bramini. D’altro canto i Celti hanno uomini chiamati druidi, che si occupano di divinazione e di tutte le discipline relative alla saggezza. Senza i loro consigli i re non osavano fare nulla, né prendere decisioni, così che di fatto erano loro a regnare, mentre i re, seduti su troni d’oro in palazzi meravigliosi, erano divenuti semplici ministri del potere dei druidi.

Lampridio, Alexander Severus LIX, 6
Mentre si accingeva a partire, una profetessa druidica gli urlò in lingua gallica : “Va’, ma non sperare nella vittoria e non fidarti dei tuoi soldati”.

Vopisco, Numerianus XIV, 2
Diocleziano, che militava ancora nei ranghi inferiori, ed era di stanza in Gallia nel paese dei Tungri, si trovò in una locanda a fare i conti dei suoi costi giornalieri con una donna che era una druidessa. Questa a un certo punto gli disse: “Diocleziano, sei troppo avaro e spilorcio!”. Ed egli le rispose scherzando: “quando sarò imperatore, allora sì che largheggerò!”. E si dice che la druidessa avesse risposto : “Diocleziano, non scherzare, sarai infatti imperatore, dopo aver ucciso il cinghiale”.

Vopisco, Aurelianus XLIV, 4-5
Diceva infatti Asclepiodoto che Aureliano aveva una volta consultato le druidesse di Gallia, chiedendo loro se l’Impero sarebbe rimasto ai suoi discendenti, ma queste avevano risposto che nessun nome sarebbe stato più famoso di quello dei discendenti di Claudio. E infatti ora è imperatore Costanzo, che discende da quel sangue e i cui discendenti raggiunsero, credo, quella gloria che era stata vaticinata dalle profetesse.

Ausonio, Commemoratio professorum Burdigalensis IV, 7-10
Se la fama non mente, tu discendo da druidi di Bayeux, e riconduci la tua stirpe consacrata al tempio di Beleno, donde vi viene il nome.

Ausonio, Commemoratio professorum Burdigalensis X, 22-30
E io non posso non parlare del vecchio Fenicio che, sebbene fosse addetto al tempio di Beleno, non ne trasse alcun profitto. Discendeva, come si dice, dai druidi di Armonica, e ottenne un seggio a Bordeaux, con l’aiuto di suo figlio.

Nennio, Historia Britonum, 40
Dopo ciò il re convocò a sé i suoi magi, per interrogarli sul da farsi.

Ippolito, Philosophumena I, XXV
Tra i Celti, i druidi si dedicarono alla filosofia pitagorica, alla quale erano stati indirizzati da Salmoside, il servo di Pitagora, uomo di origine tracia che era giunto tra i druidi dopo la morte del padrone, e che aveva dato loro l’opportunità di apprenderne le teorie. I Celti credevano che i loro druidi fossero indovini e profeti, poiché sapevano predire certi eventi, grazie al sistema di calcolo pitagorici. Non passeremo sotto silenzio l’origine del sapere dei druidi, poiché alcuni hanno presunto di scorgervi distinte scuole di pensiero. In verità i druidi si servivano anche delle arti magiche.

Clemente Alessandrino, Stremata I, XV, 70, 1
Alessandro, nell’opera sui Simboli Pitagorici, sostiene che Pitagora fosse stato un discepolo di Zaratro l’Assiro e che, oltre a ciò, avesse appreso quanto sapeva dai Galati e dai bramini.

Stremata I, XV, 71, 3
Così la filosofia, una scienza della massima utilità, fiorì nell’antichità fra i barbari e diffuse fra le nazioni la sua luce. Più tardi giunse in Grecia. Per primi la coltivarono o profeti degli Egiziani, i Caldei fra gli Assiri, e i druidi fra i Galli; i Samanei fra i Britanni, i filosofi dei Celti, i magi dei Persiani…

Valerio Massimo, Factorum ac Dictorum II, 6, 10
Dopo aver lasciato la descrizione delle mura di Marsiglia, veniamo ora ad un antico costume dei Galli, che si tramanda fossero soliti prestarsi somme di denaro, che credevano sarebbero state restituite dopo la morte. Li avrei ritenuti stolti, se non fosse che i barbari la pensavano come il greco Pitagora.

Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, 41, 3
Noi veneriamo la sorgente dei grandi fiumi: altari segnano il luogo dove un fiume è scaturito. Si onorano con un culto le sorgenti di acque termali. Il colore cupo e le insondabili profondità delle loro acque hanno conferito ad alcuni stagni un carattere sacro.

Elenco evinto da Bibrax Associazione culturale celtica: La religione e i druidi

I cavalieri templari e l'occulto: un viaggio iniziatico tra misticismo occidentale e spiritualismo orientale

"Jean Taylafer de Gene, durante la cerimonia d’accoglienza nell’Ordine dei Templari, era stato baciato sulla bocca, sull’ombelico e sul fondo schiena, e riteneva che il medesimo trattamento fosse stato riservato ad altri. Aveva dovuto giurare di non lasciare l’Ordine e pronunciare i voti, e tutto si era svolto in segreto, dietro a porte chiuse e in presenza di soli templari" Malcom Barber, Il processo ai templari
Tra le circostanze che più contribuirono alla condanna e al successivo scioglimento dell'Ordine templare oltre alla sodomia e all'adorazione del Bafometto, vi fu anche la pratica di baciare i nuovi fratelli sul fondo schiena durante le cerimonie di iniziazione secondo la bolla Faciens misericordiam. L'atmosfera di segretezza e l'alone di mistero nel quale si svolgevano questi riti di iniziazione certo non contribuiva alla difesa dell'Ordine dall'accusa di eresia formulata da Filippo il Bello.
"li tenevano (i capitoli) clandestinamente, di sera oppure verso la prima vigilia notturna, [...] in segreto, dopo aver estromesso tutta la servitù dal monastero [...], in modo che quanti non erano frati del Tempio venivano costretti a dormire fuori dalla commenda nelle notti in cui si teneva il capitolo, [...] e si rinchiudevano così accuratamente per tenere capitolo che tutte le porte [...] si chiudevano a chiave, ed erano serrate che nessuno poteva entrare o uscire.
In realtà questa pratica del bacio rituale nulla aveva di sacrilego. I cavalieri del Tempio in Terrasanta entrarono in contatto con la spiritualità orientale tra cui la meditazione trascendentale ed il risveglio della Kundalini. La parola sanscrita Kundala significa "rotolo di corda, arrotolato" e rappresenterebbe l'energia spirituale divina nascosta nel nostro corpo. Tale forza, che racchiude tutte le facoltà innate, ma assopite in ogni essere umano, viene raffigurata come un serpente assopito avvolto tra le sue spire, e localizzata, allo stato latente, nel più basso centro psico-nervoso, alla base della spina dorsale, nel muladhara chakra situato nel perineo (osso sacro). L'elevazione della Kundalini è il fondamento delle esperienze spirituali descritte in tutte le fedi religiose. Ogni genuina esperienza spirituale, come vedere luci o sperimentare visioni o comunioni con la divinità, è solo una manifestazione dell’ascesa della Kundalini nel proprio spirito.

Una vecchia leggenda Indù racconta che vi fu un tempo in cui tutti gli uomini erano Dei. Essi però abusarono talmente della loro divinità che Bhrama signore degli dei decise di privarli del potere divino e di nasconderlo in un posto dove fosse impossibile trovarlo. Il grande problema fu dunque quello di trovare un nascondiglio. Quando gli dei minori furono riuniti al consiglio per tentare di risolvere questo problema essi proposero la cosa seguente: "Seppelliamo la divinità dell'uomo nella terra" Bhrama tuttavia rispose: "No, non basta, perché l'uomo scaverà e la ritroverà". Gli dei allora replicarono: "In tal caso gettiamo la divinità nel più profondo degli oceani". E di nuovo Bhrama rispose "No, perché prima o poi l'uomo esplorerà le cavità di tutti gli oceani e sicuramente un giorno la ritroverà e la riporterà in superficie". Gli dei minori conclusero allora. "Non sappiamo dove nasconderla perché non sembra esistere nella terra o in mare luogo alcuno che l'uomo possa una volta raggiungere". E fu così che Bhrama disse: "Ecco ciò che faremo della divinità dell'uomo: la nasconderemo nel suo io più profondo e segreto, perché è il solo posto dove non gli verrà mai in mente di cercarla". A partire da quel tempo, conclude la leggenda, l'uomo ha compiuto il periplo della terra, ha esplorato, scalato montagne, scalato la terra e si è immerso nei mari alla ricerca di qualcosa che si trova dentro di lui.

Per un Ordine militare come quello dei cavalieri Templari le conoscenze di queste tecniche di meditazione e liberazione dello spirito che oggi sono diventate assai comuni nel mondo occidentale e che chiamiamo Yoga (ma erano assolutamente iniziatiche nel Medioevo) erano importanti e consentivano di entrare rapidamente in un profondo rapporto con la divinità permettendo al cavaliere di liberarsi dal fardello del senso di colpa legato alla sua attività guerresca.
"I Templari avevano una pratica originale in occasione delle loro cerimonie di iniziazione. Il maestro dava un bacio alla base della colonna vertebrale del futuro cavaliere. Questo atto rituale dimostra che essi avevano conoscenza dell’Energia sacra situata a questo livello del corpo (la kundalini) di cui invocavano il risveglio tramite il bacio…La festa cristiana più importante per i templari era la Pentecoste, e non Natale o Pasqua, perché la Pentecoste è il giorno nel quale gli apostoli ricevettero lo Spirito Santo, cioè il risveglio della Kundalini" Gwenael Verez, La Madre e la spiritualità
Questo meccanismo di liberazione dai sensi di colpa e dal loro nutrimento fu successivamente ripreso da un altro ordine assai importante per la storia della Chiesa di oggi: i Gesuiti, non a caso anch'essi fondati da un soldato: Ignazio di Loyola e organizzati secondo lo schema di una confraternita militare. Nella pratica degli "Esercizi spirituali" sono centrali le tecniche di respirazione, rilassamento e immaginazione che, funzionali all'ottenimento di uno stato contemplativo, sono assai affini alle filosofie orientali. La spiritualità ignaziana e lo Yoga pur appartenenti a contesti culturali differenti e ad epoche distanti hanno in comune alcuni tratti come l'unione con Dio (la parola Yoga in sanscrito significa appunto unione) e l'aspirazione dell'uomo a godere della completezza della vita eliminando tutti quei pensieri negativi che ne limitano la pienezza.
"Il senso di colpa è un meccanismo che si attiva nel momento in cui commettiamo un errore e sentiamo dentro di noi un forte disagio; questo forte disagio determina il sentirsi colpevoli per la nostra azione e il più delle volte ci impedisce di risolvere in maniera obiettiva il problema che abbiamo di fronte" Ignazio di Loyola SJ, Le regole del discernimento
Il risveglio del sé come pratica centrale nella meditazione dei Gesuiti emerge in modo dirompente dagli scritti di Antony De Mello.
"Spiritualità significa risveglio. La maggior parte delle persone, pur non sapendolo, sono addormentate. Sono nate dormendo, vivono dormendo, si sposano dormendo, allevano i figli dormendo, muoiono dormendo senza mai svegliarsi. Non arrivano mai a comprendere la bellezza e lo splendore di quella cosa che chiamiamo esistenza umana." Antony De Mello SJ,  Messaggio per un'aquila che si sente un pollo
Il concetto di una potente energia interna di cui l'uomo non userebbe normalmente che una minima parte ma riattivabile attraverso ginnastiche interiori provocando addirittura delle mutazioni biologiche onde addivenire ad un'umanità nuova fu frequente nella letteratura esoterica e nell'occultismo della fine del XIX secolo. Ne sono esempi "The coming race" del 1871 di Edward Bulwer-Lytton ma soprattutto "Iside Svelata" del 1877 di Madame Blavatsky nel quale si evidenzia come questa intuizione fu presente in varie tradizioni religiose dalla Bibbia alla Cabala, dall'induismo allo sciamanesimo indo-europeo, dal druidismo celtico al misticismo del monachesimo occidentale. al punto che tutte le tradizioni religiose sono in effetti il risultato di una unica ancestrale verità divina trasmessa da una ristretta cerchia di iniziati.
"Iside Svelata! Suona bene, bravo Casabon, c'è dentro del Tutankamen, dello scarabeo delle piramidi. Iside Svelata, con una copertina leggermente iettatoria, ma non troppo" Umberto Eco, Il pendolo di Focault
Tra gli scopi della Società teosofica fondata a New York nel 1875 da Madame Blavatsky vi era la pretesa rivelazione ad una ristretta cerchia di iniziati di una sorta di dottrina segreta, una contro-storia delle vicende umane in un'ottica di fratellanza universale senza distinzione di razza, credo, sesso, casta o colore. Come possiamo vedere le tesi assolutamente progressiste, internazionaliste e moderniste della Società teosofica costituirono in nuce gli scopi della successiva globalizzazione della fine del XX secolo portata avanti da istituzioni come la Commissione Trilaterale ed il Bilderberg nella progettazione e successiva realizzazione di un Nuovo Ordine Mondiale.

D'altro canto, come spesso accade in un mondo dove in fondo tutto si tiene, fu proprio la Società fondata da Madame Blavatsky che influenzò i gruppi occultistici che si svilupparono a Vienna alla fine del XIX secolo tra cui emersero le figure di Guido von List e Adolf Lanz. Per Guido von List la terra era stata governata un tempo da una casta di re stregoni, detentori di un sapere iniziatico che egli chiama Armanenschaft che si rifà alle origini dei popoli indoeuropei che generarono le grandi civiltà occidentali. Adolf Lanz conosciuto anche come Lanz von Liebenfels, dopo aver abbandonato l'Ordine Cistercense, interessato alle filosofie orientali intraprese un viaggio in India, al ritorno in Austria nel 1905 pubblicò il libro Teozoologia e fondò la rivista neopagana Ostara. Nel 1907 fondò l'Ordo Novi Templi una confraternita neo-templare che riprendeva tematiche rosacruciane e teosofiche in chiave oggettivamente razzista che tanto contribuirono ad influenzare il giovane Adolf Hitler. Il nazionalsocialismo che nell'occultismo e nell'orientalismo della Società Thule aveva le sue radici, fu uno dei pochi casi nella storia in cui un'elite esoterica riuscì in breve tempo a prendere il controllo completo di uno stato, peraltro con un grande sostegno popolare, per attuare il suo programma di Reich millenario.

La crisi ormai conclamata del pensiero dominante nella nostra società di matrice illuminista dovuta alla crescita delle disuguaglianze sociali ed alle contraddizioni conseguenti alla globalizzazione, riporta oggi alla ribalta la contrapposizione culturale tra un mitico mondo delle origini, magico ed irrazionale e lo status quo del pensiero dominante mainstream.
Il termine Vecchia Europa concerne una cultura pre-indoeuropea dell'Europa, una cultura matrifocale e probabilmente matrilineare, agricola e sedentaria, egalitaria e pacifica. Essa contrastava nettamente con la seguente cultura proto-indo-europea la quale era patriarcale, stratificata, pastorale, mobile e incline alla guerra [...] Gli indo-europei si sovrapposero alle culture native della Vecchia Europa nel corso di tre ondate d'infiltrazione dalle steppe russe, tra il 4500 e il 2500 a.C." Marija Gimbutas, The Goddessess and Gods of Old Europe 6500-3500 BC
Questa contrapposizione proposta dalla lituana Marija Gimbutas tra una società matriarcale, inclusiva ed egalitaria e società androcentriche, votate alla tecnica ed inclini alla velocità, sono ricorrenti nelle storia e anticipano momenti di catarsi delle società umane.
"Tutta la storia è templare" Il mattino dei maghi

martedì 9 agosto 2016

Storia della croce rossa patente, l'antico simbolo dei cavalieri templari

Il simbolo della croce rossa è antichissimo e universale, in origine fu il marchio di Caino il segno con funzione protettiva che Dio impresse ben visibile su Caino affinché chi lo incontrasse non gli facesse alcun male così come si legge nella Genesi:
Ma il Signore gli disse: "però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte". Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato" Genesi 4,15

Anunnaki sumero con impressa la croce patente
sul petto
Questo antico simbolo ha giocato un ruolo importante nella storia dell'uomo e può essere ricondotto a svariate culture dalla rosa dei Rosacroce agli indiani Hopi d'America, dalla croce solare dei druidi celti ad alcune tribù africane occidentali del Burkina Faso e del Ghana, fu usato per la prima volta dai Sumeri più di 5.000 anni fa nella forma di una croce circondata da un cerchio, per gli antichi Sumeri chiunque portasse questo simbolo non poteva essere toccato da nessuno perché protetto da Dio, presso i Sumeri divenne l'emblema della "progenie principesca" la stirpe celeste degli Anunnaki.

Per capire il significato esoterico della Croce bisogna tornare a quando Gesù insegnò ai suoi discepoli il segno della Croce, movimento nel quale si tocca la fronte, il petto e le due spalle che sono centri focali magnetici: del corpo umano: il plesso solare è considerato il luogo dell'anima, la fronte è direttamente collegata alla ghiandola pineale o "terzo occhio" che gli antichi filosofi chiamavano porta dell'anima. Un gesto che serve per armonizzare e mettere in comunicazione tutte le energie che circondano il corpo.

Philip Gardiner nel suo libro "I segreti del serpente, alla ricerca del passato sacro" scrive:
Uno dei segni più suggestivi della storia cristiana è la croce rossa sia nella sua versione a croce latina che in quella templare a croix pattee, è un potente simbolo soprattutto se impressa su uno sfondo bianco. Può essere messa in relazione col marchio di Caino o col marchio di nascita dei sovrani Merovingi e perfino nella croce templare, tutti possono essere messi in relazione in un modo o nell'altro col simbolo del serpente. Infatti la croce rossa è universalmente riconosciuta come il segno del serpente e indossarne una è sempre stato un particolare segno distintivo. I serpenti sono intrecciati, il serpente è il simbolo del sole e la croce quello delle stagioni. I Rosacroce, termine che ovviamente significa rosa e croce rossa, erano una società di alchimisti e spiritualisti. Legati quasi indissolubilmente ai Massoni, ai Templari e alle vicende del Graal, sono stati oggetto di studi e dibattiti.
Simbolo sumero per Dio pronunciato "An"



San Paolo, nella sua Lettera ai Galati 6,17 scrive:
D'ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo.
Ormus un monaco/mago egiziano convertito al cristianesimo da San Marco quando questi venne a predicare il vangelo in Egitto e gli adepti alla sua setta gnostica alessandrina usarono il simbolo di una croce d'oro smaltata di rosso nel I secolo d.C.

Croci templari
Nonostante l'ordine dei poveri cavalieri del tempio di Salomone fosse stato fondato nel 1119, ci vollero almeno vent'anni prima che i Templari emergessero come ordine pienamente costituito con una vera e propria struttura gerarchica ed una regola. Bisognerà aspettare il 1147 prima che ai Templari il Papa concedesse il diritto di portare sui mantelli la croce rossa. Si trattava di Papa Eugenio III, un pisano allievo e discepolo di San Bernardo che era stato monaco nel monastero di Chiaravalle. Non è allora sorprendente che questo papa appena eletto promulgò la bolla Militia Dei che favoriva i Templari ormai diventati un importante ordine militare sia in Terrasanta che in Europa occidentale. Il papa concesse ai cavalieri Templari il diritto di costruire proprie cappelle indipendentemente dalle diocesi e di seppellire i propri morti in queste cappelle.

Cappella di Rosslyn - Scozia
Rosone
Nel 1450, più di cento anni dopo la soppressione dell'ordine da parte di Filippo il Bello, William Sinclair (St. Clair) cominciò la costruzione della Cappella di Rosslyn in Scozia.

giovedì 4 agosto 2016

Cruithne, Cruthin, Priteni, Pretani, Bretani, Britanni storia dell'etnonimo che dette origine al nome Britannia

Una recente mappa aggiornata dell'aplogruppo R1b-L21 denominata col nome intrigante di "Pretani"e relativa ad Isole britanniche e Irlanda mi offre lo spunto per parlare delle antiche popolazioni dell'età del ferro che abitarono quelle isole e che sono responsabili della diffusione di questa mutazione genetica che ivi raggiunge alti picchi ma che, a parte la Bretagna. è molto bassa nel resto dell'Europa continentale dove non supera mai il 3% della popolazione maschile.

La mappa in questione è basata sui risultati dei test di Britainsdna un'azienda britannica che si occupa di test genealogici sul DNA ancestrale. Le frequenze non includono le subcladi più prettamente gaeliche: R1b-M222 (Irlandesi antichi), R1b-S168 (Dalcassiani), R1b-S169 (Iberni), R1b-S190 (Meati), R1b-S388 (Casa reale di Stewart), R1b-S530 (Gododdin) gli shortname sono presi dalla Società internazionale di Genealogia Genetica.

Chi erano i Pretani? La forma latina medievale per designare gli antichi abitanti della provincia romana della Britannia era Bretani in irlandese Breathnach. Erano una popolazione di origine indoeuropea dell'età del ferro che si sarebbe insediata nelle isole britanniche ed in Irlanda tra il 700 ed il 500 a.C. con una serie di ondate migratorie provenienti dal continente.

Attorno al 50 a.C. Diodoro Siculo parla di "quei Pretani che abitano il paese chiamato Irlanda". Se i Pretani siano o meno da considerare Celti, nel senso di parlanti una lingua celtica, dipende dalla classificazione che si dà alla lingua da loro parlata quel p-celtico che conduce al gallese, al cornico (lingua cornica) e al bretone. Secondo Gaio Giulio Cesare nel De Bello Gallico i Britanni ed i Galli pur avendo intensi rapporti culturali e commerciali non erano la stessa popolazione e questo sarebbe confermato dalla genetica. L'aplogruppo R-L21 tipico delle Isole è presente in modo massiccio in Francia solo nella regione della Bretagna, la percentuale crolla nelle altre regioni che erano abitate dai Galli che sono caratterizzata da un'altra mutazione genetica la R1b-U152 (alpina, italo-celtica) che trova la sua massima incidenza in Provenza ed in Italia settentrionale (Gallia Cisalpina). La lingua p-celtica si chiama in questo modo in quanto è caratterizzata dalla rotazione consonantica k > p dal proto-celtico al celtico, così che l'arcaico *kʷritenī diventa appunto *pritenī, per alcuni studiosi questo è l'etnonimo più antico per gli abitanti di queste isole che significherebbe "gli incisi" (dalla radice PIE *kwer- incidere), i dipinti, i tatuati per l'abitudine di queste popolazioni di dipingersi il volto ed il corpo. Il nome di Britanni per i romani era solo associato alle popolazioni non ancora sottomesse che vivevano a Nord del Vallo.

Comunemente si ritiene che dalla forma "Prydein" i Romani, sbarcati per la prima volta nell'isola con Gaio Giulio Cesare nel 55 a.C., abbiano tratto il termine "Britannia" shiftando la consonante iniziale p > b dal celtico al latino. La parola pryd in britanno doveva significare bellezza, nobiltà, fierezza, il lemma fu ricevuto nell'antico inglese pryto da cui deriverebbe l'odierno inglese pride.

Dopo la conquista dell'isola da parte nel 43 d.C. col nome di Britannia i Romani designarono tutta l'isola, compreso il territorio a Nord del Vallo di Adriano, il nome fu allora utilizzato per dare il nome alla provincia romana, che vene così ristretto all'isola di Gran Bretagna (la porzione a sud del Vallo di Adriano). Britannia, con una sola consonante -t-, è una forma secondaria, ma risale anch'essa al periodo romano. Questo termine latino viene accolto nell'antico inglese da Alfredo il Grande come Bryttania (Beda il Venerabile usa invece Brittania).

La lingua oggi parlata più simile al brittonico l'antica lingua parlata dagli originari Britanni è il gallese e anche dal punto di vista genetico come giustamente argomentato da un recente articolo del Mail online i Gallesi sono la popolazione più simile agli originari Britanni: "Are the WELSH the truest Brits? English genomes share German and French DNA - while Romans and Vikings left no trace".

Se i latini continuarono a pronunciare il nome di Britannia e Britanni con la consonante shiftata probabilmente gli abitanti di quelle isole continuarono a chiamare se stessi con l'etnonimo che inizia con la P e allora penso che la parola prete invece che derivare dall'improbabile tardo latino presbiterus stia a designare l'etnonimo. Non molti infatti sanno che nell'Alto Medioevo l'evangelizzazione dell'Europa continentale fu affidata a missionari che venivano dalle Isole britanniche e Irlanda come abbiamo visto nel post sui monaci irlandesi in Toscana. Quindi prete da Pretano.

sabato 11 giugno 2016

Il colore bianco, etimologia, onomastica, etnogenesi di una radice linguistica germanica in Italia

Il Biancone
Firenze - Piazza della Signoria
L'etimologia del colore bianco è legata all'etnogenesi dei popoli germanici. Dal proto-germanico *blankaz- probabilmente da un'antichissima radice indoeuropea (PIE) *bhel-, spagnolo blanco, provenzale e francese blanc, antico alto tedesco blanch, modenese blank: "Blank cóm è la nova - bianco come la neve".
Bianco splendente detto propriamente del metallo lucido splendente, del ferro e dell'acciaio da cui il primitivo significato di "battersi all'arma bianca". Tedesco moderno blinken, brillare. scintillare, lampeggiare, segnalare.
In antico inglese la parola blanca significava "cavallo bianco" in inglese la parola blank significa uno spazio vuoto, una pagina bianca. Per i Latini bianco era sempre e solo albus ed il lemma di origine germanica soppiantò praticamente ovunque il lemma latino tanto che almeno dal XII secolo non ve ne è più traccia.

Il lemma ha dato luogo a moltissime varianti soprattutto nel toscano e nei dialetti centro-settentrionali a testimonianza di quanto sia stato radicato nelle genti di quelle regioni; da cui quindi le biancane (sorta di rilievi a forma di cupola dal caratteristico colore chiaro), biancastro, biancheggiare, biancheria, bianchetto, bianchezza, bianchiccio, bianchire, imbiancare, biancicare, il biancone (uccello rapace di colore chiaro), biancuccio, biancone, sbiancare, biancume ed il Biancone di Firenze, la bianchissima scultura marmorea del Nettuno in Piazza della Signoria tanto cara ai fiorentini.

Diffusissimo anche in onomastica Bianchi è uno dei cognomi italiani più diffusi posizionandosi al quinto posto dopo Rossi, Russo, Ferrari ed Esposito e dando luogo ad una ridda di infinite varianti come Bianca, Biancacci, Biancarelli, Bianchelli, Bianchessi, Bianchet, Bianchetta, Bianchetti, Bianchetto, Bianchin, Bianchini, Bianco, Biancotti, Biancotto, Biancu, Biancuzzi, Biancuzzo, Biancalani etc. L'origine del cognome era generalmente legato alle caratteristiche fisiche dei capostipiti che si caratterizzavano per i colori chiari della carnagione e dei capelli.

Il cognome Bianchi principalmente diffuso nell'Italia centro-settentrionale potrebbe anche essere legato al partito fiorentino dei Guelfi bianchi e alle dispute medievali tra Guelfi e Ghibellini della fine del XIII secolo e alle violenze che sfociarono nell'esilio da Firenze di tutti i Guelfi bianchi tra cui lo stesso Dante Alighieri che apparteneva a quel partito.






sabato 14 maggio 2016

San Miniato (Agias Minas) il primo patrono di Firenze

San Miniato (Minas) - icona
In origine il primo santo patrono della città di Firenze fu San Miniato. Solo con la regina Teodolinda moglie di Agilulfo fu scelto San Giovanni come santo protettore della nazione longobarda e per segnare la conversione della città al cattolicesimo a lui fu intitolato il nuovo Battistero della città che ancora oggi porta il suo nome e che i fiorentini chiamano "il bel San Giovanni". San Miniato in effetti è un santo della tradizione bizantina, festeggiato l'11 di novembre del calendario ortodosso.

San Miniato il cui nome greco era Minas (Agias Minas o Mena nella versione copta) nacque in Egitto verso la metà del III secolo da genitori pagani. Durante la sua adolescenza si convertì al cristianesimo e quando ne ebbe l'età intraprese la carriera militare nell'esercito romano diventando ufficiale di cavalleria di stanza presso la città romana di Cotyaem in Asia Minore. Nel 303 cominciarono le grandi persecuzioni dei Cristiani volute dagli imperatori romani Diocleziano e Massimino che durarono fino al 311. Ai soldati romani venne ordinato di arrestare e poi torturare tutti i cristiani che non avessero abiurato la propria fede. Minas fedele al suo credo dette allora le dimissioni dall'esercito e andò a vivere come un eremita sulle montagne. Quando ebbe compiuto i cinquanta anni, una visione divina gli rivelò che era giunto per lui il momento del martirio. Quindi lasciò la sicurezza del suo eremo sulle montagne e tornò in città dove si dichiarò cristiano. Fu arrestato, imprigionato, flagellato e torturato, poi fu trascinato per la strada. Nonostante il suo orribile martirio il santo rifiutò di abiurare la sua fede e a questo punto fu decapitato.
La Chiesa di San Miniato al Monte che domina Firenze dai colli conserva nella cripta le sue spoglie. La chiesa attuale sorge su una preesistente architettura paleocristiana che doveva essere la chiesa più antica della città, di cui l'attuale fabbrica mantiene intatto l'originale orientamento con la facciata orientata a Nord-Ovest.

Oggi san Miniato è il santo patrono della città di Heraklon a Creta dove sorge una grande chiesa a lui dedicata. Presso Alessandria d'Egitto sorge un grande monastero copto intitolato a San Mena. Nell'iconografia bizantina Miniato/Minas viene sempre raffigurato con la corazza da legionario, armato di lancia o spada oppure con entrambe e spesso a cavallo.

Come detto l'onomastico si celebra l'11 novembre il nome Minas è di origine greca e deriva dalla parola greca min, mene che significa luna, quindi il suo nome significa colui che porta luce nell'oscurità, il nome fu particolarmente diffuso durante il periodo bizantino.

Il culto di Miniato/Minas/Mena fu molto diffuso tra i Longobardi in Toscana, è storicamente dimostrato che un gruppo di longobardi, secondo un documento originale datato 713 e conservato nell'Archivio Arcivescovile a Lucca, si stabilì sul colle di San Miniato al Tedesco (PI) ed edificò una chiesa dedicata al martire Miniato.

San Miniato, Minas

venerdì 6 maggio 2016

I capelli rossi marcatore genetico medievale in Italia

Il gene dei capelli rossi è molto indicativo per determinare l'apporto genetico del Medioevo nella composizione genetica degli italiani. Dagli autori romani sappiamo che il rutilismo, gene recessivo e molto evidente, era considerato dai latini esotico e pertinente alle popolazioni celto-germaniche (Tacito). Recenti studi hanno poi dimostrato come questo gene fosse già presente nei Neanderthal ed è quindi probabile che rientri tra i geni ereditati dai Neanderthal nel processo di ibridazione coi Sapiens. Il gene dei capelli rossi sembrerebbe anche essere collegato con altri tratti genetici come le lentiggini, gli occhi verdi, la sensibilità agli sbalzi di temperatura, il livello di sopportazione del dolore.



Le carte del capitano medico Ridolfo Livi, sono mappe statistiche che riguardano alcune caratteristiche fisiche raccolte durante le visite delle prime leve del regio esercito all'indomani dell'unificazione, quindi sono dati che si riferiscono al 1865. Sono molto interessanti dal punto di vista antropologico perché riguardano un paese ancora privo di flussi migratori interni, infatti per andare da Firenze a Modena, prima dell'unificazione occorreva il passaporto. Le carte di Livi fotografano un paese complesso dal punto di vista antropologico.



Nella determinazione degli aplogruppi genetici di origine medievale e altomedievale in Italia, si raffronti la mappa di Livi dei capelli rossi con quella degli aplogruppi di origine "barbarica". Occorre qui anche considerare la scarsezza del campione italiano, in quanto da noi ancora i test genetici ancestrali non sono molto diffusi, il confronto offre comunque alcuni spunti evidenti in particolare riguardo alla Sicilia Nord-occidentale (Palermo), la zona di Napoli e Benevento. La mappa di Eupedia dell'R-U106 (proto-germanico) è abbastanza datata e risale al 2011, so per certo di diversi campioni positivi all'R-U106 nella zona di Massa che coincide con l'aumento della frequenza dei capelli rossi nella mappa di Livi.


Diffusione aplogruppi Y-DNA SNP
R-U106, R-L21, I1, I2a2


Nel 2011 la banca del seme più grande del mondo ha smesso di accettare donatori dai capelli rossi, si tratta di una scelta di marketing dovuta al fatto che chi si rivolge a queste banche in genere è alla ricerca di un ideale di bellezza stereotipata e difficilmente i capelli rossi rientrano in questi canoni. Questo è anche stato il tema di una mostra della fotografa Marina Rosso nel 2014 dal titolo "The Beautiful Gene".

sabato 9 aprile 2016

L'origine del toponimo Arfoli in Toscana e il banchetto dell'eredità

Ho già dedicato un post alla Pieve di Sant'Agata in Arfoli presso Reggello e al toponimo Arfoli, oggi torno sull'argomento avendo trovato molto altro materiale sull'Arfol o Arval, il banchetto rituale della tradizione scandinava che veniva celebrato dall'erede per entrare in possesso dell'eredità.

Funeral Ale - Drinking Ritual
Gotland - Svezia
L'arval, arvill o arvill supper, era il nome di una festa che si usava tenere dopo il funerale nel Nord dell'Inghilterra, nello Yorkshire e Lancashire e in Scozia nelle contee del Cumberland e del Westmoreland. Prende il nome dalla birra tradizionale ad alta fermentazione (ale) che si usava bere durante la veglia, un atto rituale significativamente importante nelle cultura nordica scandinava.
Anche se c'è chi sostiene che il termine potrebbe derivare da qualche germanismo perduto che identificava la pila sulla quale veniva deposto e successivamente bruciato il corpo del defunto ai tempi del paganesimo, l'arval è indubbiamente lo stesso termine del Suio-Gothic (Antico Svedese parlato nel Sud della Svezia, ndr)  Arfoel "silicernium, convivium funebre, atque ubi cernebatur haereditas celebratum" Ihre, vo. Arf, p. 106. La sua origine è evidentemente originata dalla circostanza dei festeggiamenti offerti da colui che entra in possesso dell'eredità; derivando da arf eredità, e oel festino da cui deriva la bevanda che noi chiamiamo ale (birra tradizionale inglese ad alta fermentazione, ndr).

Con Aarsmol (vo. Aar, annus, p. 57). Ihre (Johan Ihre, 1707-1780, svedese, filologo e linguista, ndr) commentava che i riti funebri venivano celebrati durante il cattolicesimo, il giorno del trasporto, il settimo giorno, trascorsi trenta giorni e se gli eredi erano d'accordo dopo che era passato un anno; in quell'occasione gli eredi del defunto si dividevano l'eredità tra di loro. Era universalmente noto, comunque, che nessun erede avesse il diritto di entrare in possesso dell'eredità prima di aver celebrato l'Arval ossia la festa del funerale (Funeral Ale, ndr).
Ihre osserva anche, che i riti del trentesimo giorno erano chiamati traetiugund, cioé letteralmente, tre decadi, e maanodsmol, da maanad un mese, e mot tempo. Analogo al termine più recente dell'Antico Inglese monthis mind, (Suio-Gothic maanads-motsoel), forse nel corrispondente termine Tractiugund abbiamo qualcosa che possa gettare luce sul nostro Trental (un servizio di trenta messe complessive che venivano celebrate per il defunto in 30 giorni diversi, ndr). Potrebbe essere che le trenta messe, indicate da questo termine, erano stabilite nel trentesimo giorno successivo al decesso che culminava col month's mind, o la festa celebrata dopo 30 giorni.
Il termine Arval potrebbe essere stato introdotto nel Nord dell'Inghilterra dai Danesi (che lo scrivono arfw-oel). Anche se nell'Antico Sassone yrf denota l'eredità, Non trovo alcuna vestigia della parola composta in questa lingua. L'Islandese erfe è sinonimo di arval; i parenti; "ad drekkia erfi, convivando parentare defunctis"; G. Andr. p.15, 16.

Sweyn Forkbeard al banchetto per il funerale
del padre Harald Bluetooth
Wormius (Ole Worm, 1588-4654 danese padre dell'archeologia scandinava, ndr) da un particolare rilievo all'Arffueoel, "una festa solenne, che re e nobili celebrano in onore del parente nobile, quando ereditano il reame o l'eredità. Poiché non era permesso entrare in possesso dell'eredità del defunto prima di aver invitato i nobili e gli amici ad una tale festa. Una cosa che era particolarmente frequente in questa occasione era che in onore del defunto l'erede offrisse una grande bevuta in grosse coppe impegnandosi in un voto per nuove memorabili imprese" Monum. Danic. p.36,37.



Per i Normanni il brindisi rituale a base di birra ad alta fermentazione era un elemento importante del rituale funebre. Come sappiamo il termine Vichinghi è un termine recente non storico, essi chiamavano loro stessi con l'etnonimo Nordmanni, che significava uomini del Nord, e così venivano chiamati nei testi medievali. Quando il defunto era di alto lignaggio il suo corpo veniva disposto su una nave, accanto al corpo venivano fatte delle offerte in base allo status del defunto, sopra il corpo veniva realizzato un tumulo con pietra e terra.
Per i Normanni la morte era vista come un importante momento per la comunità. Le cerimonie che avevano luogo dopo la morte erano pensate per dare forza al lutto e per il passaggio dei diritti e dei beni agli eredi, La risoluzione delle questioni patrimoniali relative alla successione era una parte importante dei riti funebri. I Normanni erano molto superstiziosi e pur essendo forti guerrieri avevano paura della morte e pensavano che se fosse accaduto qualcosa fuori luogo durante le celebrazioni del funerale o nella divisione dei beni avrebbe portato disarmonia nella comunità.
Il settimo giorno dopo il decesso veniva indetto un banchetto ed un brindisi rituale a base di birra fermentata (ale). Solo a questo punto gli eredi potevano reclamare i loro diritti sull'eredità del defunto.

Corno potorio in vetro del periodo Vendel - Svezia 
Foto:SHM
Nonostante la storiografia ottocentesca abbia sempre visto i Vichinghi come un popolo rozzo e barbaro, questi erano molto più raffinati di quanto si potrebbe pensare. I corni potori che utilizzavano durante il brindisi rituale erano realizzati in vetro finemente lavorato. Questi corni potori in vetro erano presenti in tutte le popolazioni germaniche durante il cosiddetto periodo delle grandi migrazioni, compresi i Longobardi di cui abbiamo meravigliosi esempi ed i Franchi.








Fonti: Supplement to the Etymological Dictionary of the Scottish Language, Vol. I. by John Jamieson, 1825
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