sabato 21 gennaio 2017

Breve storia dei Sassoni d'Italia


Nel II secolo della cosiddetta era volgare, tra le varie tribù della Germania Magna che occupavano il basso corso dell'Elba si andò affermando sempre di più quella dei Sassoni il cui etnonimo deriva dalla parola Seax: il lungo coltello tuttofare che gli uomini portavano sempre attaccato alla cintola. Germani dell'Elba come loro, sarà proprio con i Sassoni, che i latini chiamavano Saxones, che i Longobardi strinsero i rapporti più stretti tanto che Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum definisce i Sassoni "amici vetuli Alboini". Non deve quindi stupire trovare ventimila Sassoni che, con le loro donne ed i loro bambini, il giorno di Pasqua del 568 si preparano sul piano pannonico a partire al fianco dei Longobardi per intraprendere la vittoriosa avventura italiana condotta da Alboino.

Dalla Historia sappiamo anche che i Sassoni migrarono in massa dalle loro terre: il conseguente spostamento di altre tribù suebiche negli stessi luoghi lascerebbe infatti supporre che come era norma presso questi popoli tutti i Sassoni partirono.

Nel terzo libro della Historia si torna a parlare diffusamente dei Sassoni a cominciare dalla loro incursione in Alta Provenza dove si accamparono presso la città di Riez mettendo a soqquadro la campagna circostante cominciando a razziare, come era nel loro costume, tutto quello che potevano. Almeno fino a quando non intervenne in modo energico il generale gallo-romano Ennio Mummolo al servizio del re merovingio Gontrano (532-592). La battaglia andò avanti con scaramucce per tutto il giorno e fino alla notte. Il giorno dopo i Sassoni schierarono l'esercito ma si giunse ad evitare lo scontro con i Franchi a patto che si concludesse la scorreria e si ritornasse in Italia.

Tornati quindi in Italia i Sassoni non vollero adattarsi a vivere secondo il costume longobardo anche perché questo li avrebbe costretti a perdere il nome e ad essere assimilati dai Longobardi come accadde per i Gepidi in Pannonia prima e per gli Ostrogoti in Italia dopo. Raccolte le loro cose e le loro famiglie i Sassoni che non vollero sottomettersi agli usi dei Longobardi ripresero la via del paese dei Franchi. Giunti in Gallia si divisero in due tronconi, il primo si stabilì a Nizza, l'altro ripercorse lo stesso tragitto della precedente scorreria e si ritrovò nuovamente davanti a Mummolo presso il Rodano. Questa volta i Sassoni avendo le famiglie al seguito decisero di evitare lo scontro e pagarono un tributo per il passaggio del fiume e per tornare nella loro terra ancestrale nel Nord della Germania. Ma il ritorno non fu facile perché queste terre erano state nel frattempo occupate da altre tribù suebiche. Inutili furono tutti i tentativi di risolvere la questione ed alla fine si giunse allo scontro finale con la loro sconfitta e la loro assimilazione agli Svevi. Da quel momento non possiamo più parlare di un vero e proprio regno Sassone nell'area compresa tra i fiumi Weser, Eider e Elba, gli storici collocano questa data al 573 quindi appena cinque anni dopo la loro partenza per l'Italia con Alboino.

Questi passi di Paolo Diacono coincidono con la Storia dei Franchi di Gregorio di Tours; poi la Historia non nomina più i Sassoni, ma dalle sue righe si evincono alcune caratteristiche importanti di questo popolo come per esempio la loro abilità nella lavorazione dei metalli e nell'oreficeria. Erano infatti riusciti a dorare il rame ed a rivenderlo ai gallo-ramani spacciandolo per oro, quindi truffandoli. Inoltre si parla della loro abitudine, peraltro comune ad altri popoli germanici, di non tagliarsi i capelli e la barba prima di aver ucciso un nemico in battaglia.

Per questo è opinione comune comune presso gli storici che di questi Sassoni che parteciparono alla conquista dell'Italia nel nostro paese non ne fosse rimasta traccia. Eppure sono tanti gli indizi che rimandano ad una presenza Sassone in Italia ed in Toscana in particolare. Se è vero che noi sappiamo poco di questi sassoni d'Italia e anche vero che sappiamo invece tanto dei Sassoni che migrarono nel V secolo nelle Isole britanniche, Una grande mole di documenti che ci da informazioni sull'onomastica, la toponomastica, gli usi e i costumi di questo popolo che non dovrebbe essere troppo dissimile dai loro omologhi italiani. Fondamentale in questo senso il Domesday Book con il censimento di tutte le proprietà fondiarie d'Inghilterra dopo la conquista normanna del 1066. La raccolta di tutti i nomi di origine sassone è contenuto nell'Onomasticon Saxonicum.

Tipico dei Sassoni era il ricorso all'antroponimico, ovvero il ricorso a denominare un luogo secondo il nome del fondatore dell'insediamento, argomento al quale ho già dedicato un post in questo blog per chi voglia approfondire la materia: Toponomastica anglo-sassone di base. In questo modo è possibile incrociare alcuni nomi di chiara origine sassone con i toponimi presenti in alcune parti d'Italia. Alcuni di questi si trovano nel Valdarno Superiore, per esempio in Dudda, antroponimico dal soprannome sassone Dudda che significa rotondo, in Bigazzi antroponimico dal soprannome sassone Biga che significa grosso attraverso la latinizzazione col suffisso genitivo -tius tipico dei nomi di origine barbarica, a Vallombrosa fu abate un Bigatius, in Certignano antroponimico da Cerdic attraverso la classica rotazione consonantica d > t e l'aggiunta del suffisso prediale latino -anus. La presenza dei suffissi latini non deve stupire più di tanto, il latino era considerata una lingua prestigiosa per cui aggiungerla al proprio nome dava lustro alla schiatta. Altro toponimo che questa volta deriva da un toponimo sassone questa volta legato alle caratteristiche morfologiche del terreno è La Penna dalla parola antica sassone penn che significa salto, balzo, collina a strapiombo.



Dalle pagine di Paolo Diacono, dove si parla della trattativa tra i Sassoni e gli Svevi per il rientro nelle proprie terre nel Nord della Germania come nazione autonoma, si fa riferimento alla divisione in terzi, questo punto a prima vista di secondo piano è invece un tratto importante delle culture celto-germaniche. Tre infatti era il numero perfetto e quindi non si contava come facciamo noi in decine ma in dozzine ovvero in multipli di tre. Sarà solo con la conversione al cristianesimo che questi popoli cambiarono il modo di contare. Ecco perché questi popoli quando devono spartirsi un territorio lo dividono sempre in tre, perché così fatto è perfetto: Westfalii, Ostfalii ed Engri; Ostrogoti, Visigoti e Gepidi; Essex, Sussex e Wessex; Ostanglia, Northumbria e Mercia; a questo schema non sfuggono neanche i Longobardi quando dividono il Nord Italia in Neustria, Austria e Tuscia. Ecco perché nei documenti di questo periodo troviamo numeri che non sono "pari" ma sono multipli di tre per esempio presso i Longobardi il tempo per l'esecuzione di una sentenza era di dodici notti. Di questo rimane traccia anche nella numerazione del tedesco moderno dove l'undici (elf) anticamente denotava il dieci e il ten, tien, zehn era il dodici e zwolf l'undici; i numeri composti con le decine cominciano solo col drei-zehn, vier-zehn, etc.

La numerologia del tre si ritrova anche nella divisione delle classi sociali delle popolazioni celto-germaniche che vede la società suddivisa in tre caste: la casta sacerdotale a cui appartenevano anche i nobili, la casta degli arimanni ovvero dei guerrieri uomini liberi e la casta dei lavoratori della terra dipendenti e non liberi. I nobili ovvero quelle persone a cui veniva attribuita un'origine divina presso i Sassoni si chiamavano Edelingi termine molto simile a quello dei nobili Longobardi Adelingi.

Come i Longobardi i Sassoni erano dediti al culto arboreo rappresentato dall'Irminsul, l'albero sacro dei Sassoni che era situato presso la "Stonehenge" dei Germani nella foresta di Teutoburgo in una località caratterizzata da particolarissime formazioni rocciose denominata Eksternsteine il cui nome significa "roccia delle gazze". Per questo motivo non è raro trovare negli armoriali delle famiglie di origine sassone la raffigurazione di un albero talvolta sostituito da una croce.





Rupes picarum - Hamelmann (1564) 



Fonti:
Paolo Diacono, Historia Langobardorum
Gregorio di Tours, Storia dei Franchi
Onomasticon Anglo-Saxonicum, A list of Anglo-Saxon proper name from the time of Beda to that of King John, Cambridge University Press, 1897
Filippo Moisé, Storia dei dominii stranieri in Italia dalla caduta dell' impero romano in occidente fino ai nostri giorni, volume III, Batelli e compagni Firenze 1840



mercoledì 18 gennaio 2017

L'indovinello 68 del Libro di Exeter in inglese antico



Testo originale in inglese antico:

Ic eom wunderlicu wiht wræsne mine stefne ·
hwilum beorce swa hund · hwilū blæte swa gat ·
hwilum græde swa gōs · hwilū gielle swa hafoc ·
hwilū ic onhyrge þone haswan earn
guðfugles hleoþor · hwilum glidan reorde
muþe gemæne · hwilum mæwes song
þær ic glado sitte · ᚷ · mec nemnað
swylce · ᚫ · ⁊ · ᚱ · ᚩ · fullesteð
· ᚻ · ⁊ · ᛁ · nu ic haten eom
swa þa siex stafas sweotule becnaþ


Traduzione in italiano:

Io sono una cosa meravigliosa; io vario la mia voce:
Abbaio come un cane, belo come una capra,
Starnazzo come un'oca, strillo come un falco;
Mi atteggio come l'aquila, quella grigia, il grido
dell'uccello che combatte, talvolta la voce del nibbio
è familiare alla mia bocca, o la canzone del gabbiano,
dove siedo felice. REGALO è il mio nome,
QUERCIA e CAVALCARE e se gli DEI vogliono,
SALUTO e GHIACCIO. Adesso avete il mio nome,
come quelle sei lettere presagiscono chiaramente.

Nella traduzione le rune (un alfabeto magico) compongono la parola GAROHI che è l'anagramma di HIGORA, cioé la GAZZA animale sacro per i Sassoni e Longobardi di cui abbiamo parlato nel post La gazza: storia, folklore e superstizione


domenica 8 gennaio 2017

La Fonte della Fata Morgana (Mòrrigan) presso Grassina

La Fonte in stile manierista fu eretta da Bernardo Vecchietti nel parco della sua villa "Il Riposo" tra il 1571 ed il 1574, il piccolo edificio si sviluppa come una quinta teatrale con due prospetti contigui. L'ingresso e le finestre sono in pietra alberese con timpani a conci sbozzati a rustico, che contrastano con la superficie delle pareti intonacate e graffite con effetto a mattoncini, Sulla sinistra si trova un tabernacolo cinquecentesco in pietra serena, a destra si aprono tre arcate con iscrizioni e dediche. All'interno in una nicchia vi era la statua della Fata Morgana del Giambologna che per molti secoli è stata creduta perduta per sempre, la fontana è costituita da una conca in pietra sostenuta da un basamento grezzo che ricorda le estremità di una melusina, Due portali simmetrici completano la scenografia: da quello di sinistra si accede, tramite una scala, ad alcuni piccoli ambienti.





Come anticipato per molti secoli la statua della Fata Morgana del Giambologna era stata data per dispersa, Senonché qualche anno fa eccola riapparire in Inghilterra ad un'asta di arredi per giardini nello Herefordshire nel 1989, ecco come il quotidiano La Repubblica del 28/10/1989 riporta l'evento:

Non era Venere ma la Fata Morgana.
La notizia circolava già da un po' di tempo. Fra conferme, smentite e spiegabilissime reticenze. Ora è ufficiale. Il 12 settembre scorso, Wrothan Park nell' Hertfordshire, dove la Christie' s South Kensington esponeva i lotti di un' asta di arredi da giardino, diventò per un pomeriggio il centro del mondo artistico inglese, tra cui spiccavano alcuni personaggi. Tim Clifford, il dinamico direttore delle Gallerie Nazionali Scozzesi, Cyril Humphries uno dei più noti esperti e mercanti di scultura del mondo, Alex Wengraf mercante specializzato in dipinti tedeschi e fiamminghi di alta epoca e sua moglie Pat, giovane e aggressiva mercante di scultura. Ovviamente nessuno di questi personaggi si era precipitato nello Hertfordshire perché spinto dalla necessità di arredare un ipotetico giardino. Tutti, più o meno di nascosto l' uno dall' altro, si aggiravano intorno al lotto 232, cercando di esaminarlo senza farsi notare. Il lotto 232 così era descritto nel catalogo: Mezzo busto di Venere marina in marmo bianco del XVIII secolo, la testa voltata a sinistra, con in mano una conchiglia, alta 99 centimentri. Stima dalle 3 alle 4 mila sterline. Moltissimo per una statua da giardino ma niente per un Giambologna. Infatti, sotto la falsa identità della Venere Marina, si nascondeva quella della Fata Morgana del grande scultore del ' 500. Iniziata la competizione la lotta è stata all' ultimo sangue. A vincere è stato Alex Wengraf che ha acquistato il Giambologna per sua moglie Pat, al prezzo di 650 mila sterline. Pat e Alec hanno un giardino dietro la loro casa di Londra, un po' lontano dal centro. Anzi il giardino si vede bene dalla camera da pranzo dove si offrono cene squisite con vini francesi ad altissimo livello. Pat non è solo una grande esperta di scultura, è anche una gran cuoca. Ma non credo che la Fata Morgana resterà a lungo in casa Wengraf. Prenderà altre strade. Anche perché in fondo è stato un investimento di un miliardo e seicento milioni. Pat per ora è la proprietaria dell' unica scultura in marmo di Giambologna, oltre al Sansone del Victoria and Albert, esistente fuori dall' Italia. La Fata Morgana era scomparsa dal 1773, quando risultava proprietà del pittore Thomas Patch. L' attuale venditore è rimasto sconosciuto: uno dei milioni di inglesi con giardinetto più o meno grande con sculture più o meno di buon gusto. Di pietra come la Fata è rimasto l' esperto di scultura di Christie' s, che ora contesta l' attribuzione. Ma non è tutto. Di Giambologna manca all' appello la Galatea, l' altra statua di marmo di cui si sono perdute le tracce. I giardinetti inglesi non avranno più pace.


Ma chi era Morgana? Morgana o meglio Mòrrigan era la principale divinità dei Celti il cui culto è attestato fin dall'età del bronzo. Una e trina, la "dea grande" racchiudeva in sé molti significati che, nell'ambito di una società votata alla guerra, ne mettevano in risalto gli aspetti legati alla morte sul campo di battaglia e al destino del guerriero come avviene con le tre streghe nel dramma Macbeth di Shakespeare.  In realtà la dea va oltre questi stereotipi rappresentando tutto il cerchio della vita e i cicli di nascita. morte, resurrezione, Quindi dea madre e della fertilità ma anche dea delle acque e dei fiumi riprendendo l'ancestrale Danu dalla radice proto-indoeuropea *Deh2nu- (scorrere) da cui inomi dei fiumi Don e Danubio. La dea può anche offrire ai grandi monarchi il potere di governare. Il Triskell il simbolo celtico delle tre dee ben rappresenta la sintesi di questi concetti.

Hai, Mòrrigan


sabato 7 gennaio 2017

Le streghe di Larzac e l'etimologia della parola bocca

Sono trascorsi quattro anni da quando ho dato vita a questo blog. In questi quattro anni, con l'aiuto del metodo comparativo ho cercato di ricostruire la lingua dei Longobardi, so che non sono il solo perché oggi glosse longobarde si trovano abbastanza di frequente sul web riferite a dialetti locali, credo che sia partito un movimento culturale di tipo nuovo legato alla diffusione della cultura in rete. Vorrei chiamare questo movimento di decriptazione della lingua longobarda #grabworf: una parola longobarda contenuta nell'Editto di Rothari che significava "saltato fuori dalla tomba" e che ben si presta a cogliere il più profondo significato di questa esperienza collaborativa in rete. Resuscitare la lingua longobarda, ma anche il gallico riscoprendo i dialetti prima che questi scompaiano per sempre.

Fatta questa breve ma importante premessa posso cominciare il quinto anno di vita del blog partendo dall'etimologia della parola "bocca". Bocca è infatti una parola che mi ha sempre intrigato perché non ho mai trovato convincente l'origine dal latino volgare bucca (guancia) e poi successivamente bocca in quanto la parola è troppo diversa dall'origine classica secondo lo schema mainstream os > bucca > bocca, si tratta di un ottimo esempio per negare la continuità linguistica tra il latino classico ed il volgare italiano. Questo etimo va invece collegato al concetto di cavità, infatti si parla di cavità orale, quindi l'etimo è da legare a quello di buca la cui origine è celto-germanica: provenzale bucs (ventre), catalano buc, spagnolo buque e portoghese (capacità ossia cavità di un vascello), antico francese buc che vale alveare. Da una radicale celto-germanica buc, bug avente il senso di cosa curva, incavata e che riscontrasi nel proto-germanico *būka-, *būkaz, nell'antico alto tedesco būh, pūh, medio alto tedesco būch, antico norreno būkr, antico frisone būk, tedesco moderno bauch, ventre, il tronco del corpo. Il tutto probabilmente da una radice proto-indoeuropea *bʰōw- che sta per gonfiarsi da cui deriva anche il gallico bocca, boca che è la vera origine del nostro etimo.



Ma vediamo più da vicino questa origine celtica dell'etimo bocca. Le tavolette di Larzac sono state trovate nel 1983 nel comune di L'Hospitalet-du-Larzac, Aveyron nel Sud della Francia, Sono due tavolette di piombo scritte sul fronte e sul verso in corsivo romano e con più di mille lettere e 170 parole sono la più importante e ricca testimonianza in lingua gallica, il reperto risale al 100 d.C. Si tratta di un rituale magico pagano che riguarda il "mondo delle donne". È stato scritto da due mani differenti. Il primo testo sembra mettere in scena una lotta tra streghe. La riutilizzazione della lamina sembra avere voluto beneficiare della forza magica del testo precedente, ma la seconda mano sembrerebbe essere meno latinizzata della prima.Sulla fronte della tavoletta contraddistinta come 2a vi è il cosiddetto silenziamento che fa parte dell'incantesimo che contiene la parola bocca "a senit conectoṣ onda bocca nene / rionti onda boca net" la cui traduzione secondo Bernard Mees sarebbe: "Siccome ella tiene le loro bocche chiuse, così le loro bocche non potranno sentenziare su alcuno"  Ma ecco la trascrizione del testo gallico
1a: 
insinde · se · bnanom bricto[m i]
n eíanom · anuana sanander[…]
na · brictom · uidluias uidlu[…]
tigontias · so · adsags·ona · seue[rim]
tertionicnim · lidssatim liciatim
eianom · uoduiuoderce · lunget
utonid ponc · nitixsintor si[es]
duscelinatia in[ei ]anon anuan[a]
esi · andernados brictom · bano[na]
flatucias · paulla dona potiti[us]
iaia · duxtir · adiegias poti[ta m]
atir paullias · seuera du[xtir]
ualentos dona paullius
adiega · matir · aiías
potita dona primus i[…]
abesias

1b: 
etic epotiniosco·et[ic]
ruficna casta dona b[…]
nonus co etic diligenti soc[…]
ulatio·nicn om aucitionim[…]
aterem potiti ulatucia mat[…]
banonias ne · incitas · biontutu in
das mnas ueronadas brictas lissinau[e]
seuerim licinaue · tertioni[cnim]
eíabi tiopritom biietutu semit[…]
ratet seuera tertionicna […]du[…]
 ne incitas biontutus…
 anatia nepi anda…
[…]ad incorsonda b…
[…]·pi·lu dore con.s…
incarata

2a: 
[…]a · senit conectos[…]
[…]onda bocca nene.[…]
[…].rionti onda boca ne[…]
.on barnaunom ponc nit
ixsintor sies eianepian
digs ne lisatim ne licia
tim · ne rodatim · biont
utu semnanom sagitiont
ias seuerim lissatim licia
tim anandognam acolut[…]
utanit andognam a[…]
da bocca[…]
diomine[…]
2b: 
secunda manus:
aia […] cicena[…]
nitianncobuedlidat[…]
iasuolsonponne
antumnos · nepon
nescliciata neosuode
neiauodercos · nepon ·
prima manus:
su… biiontutu se mn
anom adsaxs.nadoc[…]
suet petidsiont sies
peti sagitiontias seu
[er]im tertio lissatim[…]
[…]s anandogna[…]
[…]ictontias.[…]
Traduzione che segue l’interpretazione di P.-Y. Lambert :
1a, 1-7 : « Manda il sortilegio di queste donne contro i loro nomi (che sono) qui sotto; quello (è) un incantesimo di strega che strega delle streghe. O Adsagsona, guarda due volte Severa Tertionicna, la loro strega di filo (che lega?) e la loro strega di scrittura (che scrive?), che ella rilasci colui che loro avranno colpito con una defixio ; con un maleficio contro i loro nomi, effettua l’incantesimo del gruppo qui sotto [+ una dozzina di nomi femminil]. »
1b, 6-7 : « che queste donne qui sotto nominate, stregate, siano per lui ridotte all’impotenza »
2a, 3-10 : « ogni uomo che abbia la funzione di giudice, che avessero colpito con una defixio, che lei (Severa Tertionicna) annulli la defixio da questo uomo; che non possa esserci alcuna strega per mezzo della scrittura, strega che lega, strega che dona, fra le donne, che chiedono Severa, la strega per la scrittura, la strega per mezzo di filo, la straniera. »

Fonti:

Bernard Mess, The women of Larzac
L'Arbre Celtique, Plomb du Larzac
Vocabolario etimologico Pianigiani, etimo di "buco"
Dr. David Stifter Old Celtic Languages Sommersemester 2008, Gallo-Latin inscriptions

venerdì 23 dicembre 2016

Il culto di San Giovanni Battista presso i Longobardi

La devozione a San Giovanni Battista è piuttosto diffusa, forse proprio per quel sincretismo che ha, nel corso del medioevo, introdotto il suo culto in sostituzione di quello legato al solstizio d'estate.

Il culto di San Giovanni Battista presso i Longobardi è comprovato in ben tre passi della Historia Langobardorum di Paolo Diacono: IV, 47; V, 6; V, 41 e passivamente anche in IV, 21. Proprio in relazione a due di questi passi (IV, 21 e V, 6) si trova attestata in tre codici della Historia paolina una glossa (detta Monzese dal codice Monza, Biblioteca Capitolare b-18; gli altri due codici sono Vat. Reg. lat. 710 e Paris, BNF, lat. 6159). La glossa si trova inserita a testo nel Chronicon Modoetiense ab origine Modoetiae usque ad annum 1349 di Bonincontro Morigia. Il testo dei passi di Paolo Diacono interpolati dalla Glossa, la Glossa stessa e i capitoli del Chronicon Modoetiense sono editi alle pp. 456-457. Inoltre il saggio, a conferma della venerazione del Battista in ambito longobardo, analizza una formula magica aggiunta da un correttore nei margini di un manoscritto veronese delle Leggi longobarde (Vat. Lat. 5359) del IX sec., nel quale i protagonisti della historiala sono Cristo, il fiume Giordano e San Giovanni Battista. (Lucia Castaldi)

Testa longobarda sotto il gocciolatoio della scarsella
del Battistero di San Giovanni battista a Firenze

ALCUNE CONSIDERAZIONI SU UN INCANTESIMO ANTIEMORRAGICO IN USO TRA I LONGOBARDI

Analizziamo in questa sede l'incantesimo antiemorragico, cod. 5359 margine f. 30v, di cui già abbiamo accennato in precedenza. Trattasi di un testo in latino che non presenta alcuna parola in lingua germanica, come invece potrebbe far credere l'opera di Giovanna Princi Braccini (Vecchi e nuovi indizi sui tempi della morte della lingua dei Longobardi Studi in memoria di Giulia Caterina Mastrelli Anzilotti Firenze, Istituto di studi per l'Alto Adige 2001).

Giungo a questa conclusione: sospetto che la formula sia stata utilizzata impropriamente dalla stessa Princi Braccini come prova nel suo articolo per situare l'estinzione della lingua nel corso dell'VIII secolo, evidentemente a mo' di terminus ante quem. Nel riassunto dell'opera in questione si menziona il testo (che risale al IX-X secolo) in modo ambiguo:

"Sulla base dell'esame delle testimonianze e delle sopravvivenze linguistiche nell'Historia Langobardorum di Paolo Diacono, nel Chronicon Novaliciense, nell'incantesimo antiemorragico riportato a margine del f. 30v del ms. Vat. lat. 5359, nel Chronicon Salernitanum, nell'Elementarium di Papia e nell'Expositio ad Librum Papiensem, l'A. colloca la possibile data dell'estinzione della lingua longobarda tra i primi decenni e la fine dell'VIII secolo. (Roberto Gamberini)"

A questo punto riporto senza indugio il testo dell'incantesimo, finalmente ritrovato dopo una non facile ricerca nel Web:

Christus et sanctus Johannes ambelans ad flumen Jordane, dixit Christus ad sancto Johanne “restans flumen Jordane”. Commode restans flumen Jordane: sic res te venast* in homine it**. In nomine patris et filii et spiritus sancti. amen.

*Da leggersi vena ista
**Da leggersi in homine isto

Traduzione:

Cristo e San Giovanni vanno al fiume Giordano, disse Cristo a San Giovanni: “fermati fiume Giordano”. Così come il fiume Giordano si fermò, così fermati vena. In questo uomo. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Il punto è che questo incantesimo di per sé non prova assolutamente nulla. Si vede che non ha molto senso il suo uso ad opera della Princi Braccini nel suo articolo (tuttora irreperibile): formule interamente in latino come questa sono note in Germania e usate accanto a formule in antico alto tedesco o miste. Un testo in latino non ci dice nulla sulle reali condizioni della lingua longobarda all'epoca in cui fu scritto. Non è molto corretto affermare che esso contenga "testimonianze e sopravvivenze linguistiche", come menzionato nel famoso riassunto.

Inoltre si noteranno due cose di grande importanza:

1) Il latino nei secoli VIII-IX non era la lingua nativa di nessuno. Non è quindi possibile che i Longobardi lo avessero adottato come lingua parlata, come nel mondo scolastico è inveterata credenza;

2) Il latino era ritenuto una lingua prestigiosa. Era diffusa opinione tra i Germani cristiani che fosse la lingua di Dio: ad esempio Carlo Magno era molto preoccupato che una cattiva pronuncia delle preghiere potesse riuscire sgradita a Dio. Naturale quindi che tra i Longobardi una formula in latino fosse ritenuta dotata di grande potere magico.

Riporto una mia traduzione dell'incantesimo nella lingua longobarda ricostruita:

CHRIST ANDI THER AILAGO IOHANNES GENGUN ZO IORDANE FLUTZE. QUAD CHRIST THEMO AILAGON IOHANNE: "IN STADI STAND IORDANIS FLUZ". SUASO IORDANIS FLUZ IN STADI STOD, SUA GUECT THIR THIU ADRA IN THISEMO MANNISCON. IN NAMON FADER ANDI SUNIES ANDI AILACHES CAISTES. AMEN.

Trascrizione fonemica (semplificata):

/'krist andi θer 'ailago jo:'annes 'ge:ngun tso: jor'da:ne 'fluttse 'khwad 'krist θɛmo 'ailagon jo:'anne - in 'stadi 'stand jor'da:nis 'fluts - 'swaso jor'da:nis 'fluts in 'stadi 'sto:d swa: 'gwɛkt θir θiu 'a:dra in 'θisemo 'manniskon in 'namon 'fader andi 'sunjes andi 'ailaxes 'kaistes 'amen/

Questo è un preciso parallelo, un testo alemanno del IX secolo:

Ad fluxum sanguinis narium
Christ unde Iohan giengon zuo der Iordan. do sprach Christ:
“stant, Iordan, biz ih unde Iohan uber dih gegan”. also Iordan do stuont, so stant du .N. illivs bluot. hoc dicatur ter et singulis uicibus fiat nodus in crine hominis.

Traduzione:

Per il flusso del sangue dal naso. Cristo e Giovanni andarono al Giordano. Allora disse Cristo: “Fermati, Giordano, finché io e Giovanni ti avremo attraversato”. Come il Giordano si fermò, così fermati tu sangue di (Nome). Questo si dica per tre volte e ogni volta si faccia un nodo nei capelli della persona.

Sembra innegabile il rapporto della formula alemannica contro l'epistassi con l'incantesimo antiemorragico cod. 5359 margine f. 30v. Mi sembra il caso di far notare che l'uso pervasivo del latino negli incantesimi nell'antica Germania non esclude affatto il rigoglioso uso della lingua nativa, tanto che nelle stesse aree si parla tuttora una lingua germanica.

Fonti: 

Post sul blog "il filo di piombo delle scienze" del 18/06/2015

Giovanna Princi Braccini La glossa monzese alla «Historia Langobardorum», altri documenti del culto di san Giovanni Battista presso i Longobardi e l'incantesimo del cod. Vat. lat. 5359

Paolo Diacono. Uno scrittore fra tradizione longobarda e rinnovamento carolingio. Atti del Convegno internazionale di studi. Cividale del Friuli-Udine, 6-9 maggio 1999 cur. Paolo Chiesa, Udine, Forum. Editrice universitaria udinese 2000 (Libri e biblioteche 9) pp. 625, 427-67


sabato 17 dicembre 2016

Mappare gli spostamenti della popolazione europea attraverso la ricerca genomica



Questo è il titolo di un articolo preliminare, pubblicato su "medieval worlds" di quello che forse è il più imponente studio di genetica delle popolazioni mai realizzato e condotto dal Prof. Patrick J. Geary del dipartimento di Storia dell'Università di Princeton. Studio che Toscana Longobarda segue con attenzione già da quattro anni perché riguarda proprio i Longobardi con il seguenziamento genetico dei resti ossei di 1.200 soggetti provenienti dalle necropoli pannoniche, adesso in Austria, Ungheria e Moravia (VI e inizio VII sec,) e da quelle del Nord Italia (VII sec.). Visto la mole delle analisi da compiere ci vorrà ancora molto tempo e molti altri finanziamenti per portare a termine l'immane opera. Possiamo subito dire che oltre al matriarcale mtDNA verrà analizzato anche il cromosoma Y, il che permetterà quindi di ritracciare i lineaggi patriarcali dei discendenti viventi dei Longobardi che arrivarono in Italia nell'Alto Medioevo fino in Pannonia. Il tutto dovrebbe gettare ampia luce sul cosiddetto periodo delle grandi migrazioni che a ragione è considerato l'elemento fondante degli odierni popoli europei.

Ma perché i Longobardi? L'idea di concentrarsi sui Longobardi non deriva da uno specifico interesse storico legato ai Longobardi ed al loro rapporto con l'italia o la Pannonia piuttosto perché i Longobardi, che furono l'ultima popolazione barbarica ad invadere i territori che facevano parte dell'ex impero romano d'occidente, sono anche quelli più documentati attraverso le opere di Mario di Losanna, Gregorio di Tours e soprattutto Paolo Diacono che descrive nel dettaglio le vicende della storia dei Longobardi dal loro arrivo in Pannonia agli albori del VI sec. fino alla conquista dell'Italia nel 568 ad opera del loro mitico re Alboino. I Longobardi sono a buon diritto una popolazione europea con intrinseche caratteristiche di univocità e specificità che possono essere desunte dai resti archeologici ritrovati in altrettante necropoli chiaramente identificate ed immediatamente riconoscibili come longobarde. Affidabili o no queste caratteristiche fanno dei Longobardi una popolazione modello nel contesto della cosiddetta Volkswanderung ideale oggetto per questo studio scientifico.

La ricerca archeologica e lo studio delle fonti storiche ha potuto permettere infatti di considerare come longobardi centinaia di siti funerari sparsi per l'Europa con sorprendenti analogie nella morfologia e nelle caratteristiche delle fosse e dei corredi funerari dalla Pannonia all'Italia settentrionale.

Lo scopo di questa ricerca scientifica di genetica delle popolazioni non è quello di ricostruire l'identità etnica dei Longobardi. Piuttosto sarà possibile determinare se, nel corso del VI sec., in Ungheria esistevano comunità caratterizzate da stretti legami di parentela il cui profilo genetico differiva da quello delle comunità confinanti in modo da suggerire il loro recente arrivo. Oppure se alcune comunità a Sud delle Alpi seguivano pratiche funerarie analoghe ad altre popolazioni del Nord Europa o dell'Europa orientale. O se, nonostante le loro caratterizzazione culturale e le loro abitudini funerarie specifiche, il loro make-up genetico era affine a quello delle circostanti popolazioni autoctone romee tale da suggerire un rapido processo di integrazione.

In definitiva il progetto offre un diverso modo di concettualizzare lo spazio, questa volta nei termini di affinità genetica piuttosto che in quelli offerti dalla cultura materiale, dalla linguistica, dalla giurisprudenza e dalla politica.

Fonti:

Using Genetic Data to Revolutionalize Understanding of Migration History
By Patrick J. Geary · Published 2013

Mapping European Population Movement through Genomic Research
By Patrick J. Geary and Krishna Veeramah · medieval worlds · No. 4 · 2016 · 65-78


giovedì 8 dicembre 2016

Etimologia di palla, pallone ed origine del suffisso accrescitivo -one

Tra le parole di uso più comune che sono direttamente passate dal longobardo all'italiano vi è la parola palla, attraverso la rotazione consonantica (legge di Grimm) della prima lettera b > p tipica della lingua longobarda. Come possiamo notare in onomastica il tipico germanico bert diventa il longobardo pert.

Pallone ci introduce all'origine del suffisso accrescitivo -one molto usato in italiano. Questo tipo di suffisso è sconosciuto alla lingua latina che non conosce il suffisso accrescitivo. In latino non è possibile esprimere il concetto "grande X" aggiungendo un suffisso alla parola "X". L'origine di questo suffisso di origine certamente indoeuropea è comune in area teutonico-scandinava.
In antico sassone, lingua affine al longobardo, i suffissi verbali -on servono a fare gli infiniti a partire da un sostantivo: mak (sacco, borsa) -on (fare) = makon, hat (ostilità) -on (odiare) = haton. In modo del tutto analogo in Toscana, ma anche in lombardo, si chiama il magone quel senso di oppressione allo stomaco che deriva da pensieri e preoccupazioni ovvero dal sostantivo longobardo mag (stomaco) + il suffisso accrescitivo derivativo -one. La linguistica è una scienza esatta.

Il suffisso accrescitivo patronimico -son in onomastica, a cui si aggiunge anche una funzione derivativa-germinativa, cioé figlio. Il son inglese ed il Sohn tedesco hanno infatti un'origine scandinava, si veda lo svedese son e il danese søn, molto conservativa rispetto al PIE *su(e)-nu- "dare origine a ...", si noti il lituano sunus molto simile: la lingua lituana è tra le lingue più conservative rispetto al PIE. Se uno vuole sentire come parlava un originario indoeuropeo basta sentire un contadino lituano. L'utilizzo di questo sistema patronimico è ancora in auge in Islanda, dobve praticamente tutti i nomi terminano in -son, si tratta di un antico retaggio che prima era comune a tutta l'area teutonico-scandinava.

Altri post sulla lingua longobarda:

L'elemento linguistico longobardo nella lingua italiana
Il suffisso antico germanico -ja nel toscano retaggio della lingua longobarda
I suffissi di origine germanica nella lingua, onomastica e toponomastica italiana

mercoledì 23 novembre 2016

Wyrd, il ruolo del destino.



Il wyrd ti ha condotto su questa pagina.


Se tu sei d’accordo, vuol dire che sei sulla strada giusta per capire il concetto del destino attivo conosciuto dagli Anglosassoni come Wyrd.

Wyrd è una parola dell’inglese antico, di genere femminile, dal verbo weorthan “diventare”. E’ legata al sassone antico wurd, alto tedesco antico wurt, norvegese antico urür. Wyrd è l’ancestore del più moderno weird, che prima significava strano ed inconsueto che nella forma peggiorativa portava connotazioni al soprannaturale come nelle weird sisters di Shakespeare, il trio di streghe in MacBeth. Le weird sisters originarie erano naturalmente le tre Norns, le dee norrene del destino.

Wyrd è il fato o il destino, ma non il “fato inellutabile” degli antichi greci. “Un evento o occorrenza”, trovato nell’elenco dell’Oxford English Dictionary più vicino al modo i nostri antenati Anglo-Sassoni e Norreni consideravano questo termine. Wyrd non è un punto di arrivo, ma un qualcosa che sta continuamente accadendo intorno a noi. Una delle frasi usate per descrivere questo termine ostico è “quello che accade”.

Un conciso dizionario Anglosassone, redatto da J.R. Clark Hall (University of Toronto Press, quarta edizione, 1996) elenca in modo vario “fato, possibilità, fortuna, destino, le sorti, provvidenza, caso, fenomeno, transazione, fatto, condizione” dipendente dal riferimento letterario dell’inglese antico che menziona il termine wyrd.  Nota “transazione” e “condizione” che fanno riferimento ad un fato attivo ed al contesto nel quale si vive.

Lo studioso Anglosassone Stephen Pollington lo descrive così:
“… vale la pena ricordare che la moderna concezione del tempo lineare era ancora un po’ un’astrazione scientifica perfino tra gli Anglo-Sassoni cristiani, i cui atteggiamenti nei confronti della vita e della morte sembra fossero governati dalla visione del mondo dei loro antenati pagani. Credevano che ad un certo momento alcuni uomini … erano stati condannati a morire – una reazione alle incertezze della guerra e agli incidenti non dissimile da quella di molti soldati moderni che hanno fede nell'idea che "se il tuo nome è scritto, non c'è niente che tu possa fare ..."

Legato a questa idea c’è il concetto del wyrd “il corso degli eventi” che è l’implicita struttura del tempo; è un modello che gli Anglosassoni tentarono di leggere nel loro mondo … Come osservò l’autore di Beowulf:
Il wyrd spesso salva un eroe condannato fintanto che il suo coraggio è grande
(versi 572-3)

Questo implica che mentre il coraggio di un uomo viene fuori, questo ha la speranza di vincere poiché il wyrd “il modo con cui accadono le cose” aiuterà sempre un tale uomo, fintanto che non è condannato; invece se un uomo è condannato allora neanche il coraggio potrà salvarlo a resistere contro “il corso degli eventi”.

“Il guerriero inglese dai tempi antichi fino al 1066”, pp166-167 Anglo-Saxon Books 1996
Se il tempo non è concepito o vissuto in modo lineare ma piuttosto come una serie di eventi collegati tra di loro, ognuno dei quali influenza gli altri, “quello che accade” ovvero il wyrd non è un punto di arrivo piuttosto una pietra miliare, ho perfino un incrocio. Così come l’esito del viaggio del viaggiatore dipende dalla via che sceglie, così noi abbiamo un ruolo attivo nei confronti di quello che il wyrd ha in serbo per noi. Il wyrd può essere modellato. Quello che fai come individuo può piegare o cambiare il wyrd.

Non si consideri il tempo come un fiume che scorre rapidamente, costantemente portando via i padri dai figli fino alla nostra morte, ma invece come un lago o sorgenti di diverse infinite forme. Una manciata di ciottoli gettati sulla la superficie di una pozza ferma creano simultaneamente l’effetto di increspature sull’acqua, si toccano l’una con l’altra sovrapponendosi. Ogni ciottolo è diverso dall’altro. Possono essere più grandi o più piccoli e creare schizzi di misura più grande o più piccola, ma il percorso di ognuno crea un effetto sul percorso di ogni altro. Questi ciottoli rappresentano il wyrd, ma nostre sono le mani che li lanciano.

Anche quando un uomo è condannato dal wyrd, c’è sempre conforto, anche accettando con dignità un destino avverso con coraggio. L’ultimo verso del poema conosciuto come rassegnazione, una meditazione sul giorno del giudizio, lo spiega bene:
È sempre la cosa migliore, se un uomo non può scongiurare il suo destino, che lo possa perciò soffrire bene.(tradotto da S.A.J. Bradley in Anglo-Saxon Poetry, David Campbell Publishers, 1982)

Questo è tratto da The Exeter Book, scritto tra il 950 ed il mille dell’era cristiana, e pur essendo un testo cristiano riflette l’importanza del destino nella lotta dell’uomo.
L’analogia della tela di ragno è utilmente utilizzata per rappresentare il wyrd. Ogni particolare della rete è una particolare parte del tutto, tuttavia il più piccolo insetto intrappolato fa sì che la rete vibri tutta. Se il ragno vincerà la cena dipende dalla sua abilità nel tessere la tela, da quanto velocemente reagirà, e dalle possibilità dell’insetto di riuscire libero dalla lotta. La rete è il wyrd ma gli attori su di essa decideranno l’esito.

Il World Wide Web è un'altra rete interconnessa, ed ha perciò un giusto nome. È davvero una rete con un numero praticamente infinito di nodi (di cui questa pagina è uno) collegati tra loro da invisibili fili di connettività elettronica. Questa pagina esiste per te. Sei arrivato qui per sapere del wyrd perché lo hai scelto tu nella tua via per il sapere.
Wyrd byð swyðost
Wyrd è la più forte

http://octavia.net/wyrd-the-role-of-fate/

martedì 8 novembre 2016

Non fu Cortez il killer ma il sistema immunitario

Il mattino dell’8 novembre 1519 il Vecchio ed il Nuovo Mondo si trovarono l’uno di fronte all’altro. Montezuma e Cortez si guardarono a lungo negli occhi soppesando i rispettivi destini. Tutto, intorno taceva, era come se il tempo, il moto dei pianeti e delle stelle si fosse di colpo fermato. Appena un anno più tardi Montezuma sarebbe morto, un altro anno e la splendida Messico la capitale del Nuovo Mondo sarebbe diventata una città fantasma, distrutta. Mai nella storia una civiltà giunta al massimo del suo sviluppo collassò tanto velocemente. Come un bellissimo girasole a cui un viandante avesse staccato di netto il capo. Cortez sbarcò in Messico dove oggi sorge Vera Cruz proveniente da Cuba con 110 marinai, 553 soldati armati di 32 balestre e 13 carabine, 10 cannoni pesanti, 4 colubrine leggere e 16 cavalli. Gli Spagnoli erano fortemente impreparati, del Messico non conoscevano praticamente nulla, non avevano carte geografiche né sapevano la lingua degli abitanti, condotti dalla brama per l'oro e la gloria penetrarono questo territorio spingendosi via via verso la capitale eludendo tutti gli ostacoli che si frapponevano alla loro fame di vittoria, circostanze che raramente hanno avuto un parallelo nella storia.

Come è spiegabile tutto ciò? Al tempo di Montezuma II gli Aztechi erano una civiltà giunta all’apogeo del suo sviluppo, il Messico contava una popolazione di 25,2 milioni di abitanti, negli stessi anni tutta l’Europa ne contava  57,2 milioni. Spagna e Portogallo assieme non arrivavano appena a 10 milioni di abitanti. I ricercatori Cook e Borah dell’Università di Berkeley  in California hanno determinato che dopo cento anni dall’arrivo degli spagnoli in America latina la popolazione del Messico si era ridotta ad appena un milione di abitanti. Come fu possibile? Che cosa era successo?


La storiografia moderna ha determinato che la causa del collasso anche demografico di questa civiltà pre-colombiana fu provocato in prima istanza dalla diffusione di malattie portate dagli europei contro le quali le popolazioni autoctone americane non avevano alcuna difesa poiché queste erano sconosciute al loro sistema immunitario. Nel corso dei millenni, grazie ad un lungo processo di selezione naturale, gli europei hanno sviluppato gli anticorpi ad una quantità di virus e batteri dei quali oggi non ci ammaliamo più, alcuni di questi ormai neppure esistono, è stato calcolato che circa l'8% del nostro DNA è composto da virus che sono stati per così dire inglobati nel nostro organismo. Quindi dentro di noi portiamo la memoria di tutte queste battaglie che il nostro corpo ha dovuto debellare per sopravvivere. Se consideriamo che gran parte degli europei ha una percentuale variabile dal 2 al 4% di DNA di Neanderthal spostiamo l'asticella della memoria del nostro sistema immunitario ad oltre 300.000 anni fa in quanto dai Neanderthal abbiamo ereditato tra le altre cose un sistema immunitario particolarmente reattivo che è il responsabile dalla enorme diffusione di allergie e malattie autoimmuni.

Questi spagnoli arrivati in Messico erano i discendenti dei sopravvissuti alla Peste Nera che funestò l'Europa nel XIV secolo, considerando l'attuale composizione degli aplogruppi maschili in Europa occidentale ed in particolare in Spagna, possiamo affermare con una certa ragionevolezza che l'aplogruppo R1b, che oggi è l'aplogruppo più diffuso in Europa occidentale, ha avuto un ruolo in questo.

La Spagna è infatti uno dei paesi europei con la più alta frequenza media di aplogruppo R1b pari al 69% della popolazione maschile, che arriva all'85% nei Paesi Baschi, i Baschi hanno avuto un ruolo di primo piano nella conquista e nella colonizzazione dell'America Latina per le doti marinaresche e la solidità delle imbarcazioni dei cantieri cantabrici. Tra le figure di rilievo spicca Lope Aguirre che veniva da Oñati e che ha incarnato l'essenza stessa del Conquistador con tutte le sue contraddizioni come emerge dal film "Aguirre, der Zorn Gottes" di  Werner Herzog.

venerdì 28 ottobre 2016

Berserker: il gene del guerriero

Il 25 settembre 1066 una spedizione di vichinghi norvegesi comandata da Harald Hardråde fu intercettata dal grosso delle armate sassoni presso il villaggio di Stamford Bridge nell'Inghilterra orientale. La battaglia fu una disfatta per i vichinghi che furono praticamente annientati. Le cronache raccontano tuttavia di grandi gesti di eroismo, in particolare un solo guerriero Berserker tenne il ponte sul fiume dando ai compagni il tempo di riorganizzarsi sull'altra sponda, impegnando per oltre un'ora l'esercito inglese. Armato di un'ascia a doppio taglio uccise da solo più di quaranta sassoni. Gli inglesi riuscirono ad eliminarlo solo andando sotto il ponte con una barca e colpendolo da sotto con una lunga lancia. Non conosciamo il nome del guerriero ma sappiamo che appartenenva alla casta dei Berserker, una sorta di elite di guerrieri che combatteva in uno stato di esaltazione semi-mistica.


Anche nell'antichità classica abbiamo esempi di guerrieri che combattevano in stato di trance, ne è un esempio Achille nell'Iliade del quale Omero canta le gesta e ne descrive l'ira funesta, ma furono gli scrittori e gli storici romani a parlare nei loro racconti di quello che chiamavano il "furor celtico", uno stato di trasfigurazione semi-mistica che caratterizzava i guerrieri di etnia celto-germanica allorquando nell'agone della battaglia non sentivano più il dolore e la fatica diventando imbattibili e invulnerabili guidati in modo meccanico da un istinto primordiale. Sembra che l'uso di sostanze psicotrope e di alcool aiutasse questi guerrieri a raggiungere questo stato di trasfigurazione, proprio la distillazione di alcool potrebbe essere stata alla base di alcune culture indoeuropee dell'età del bronzo, come per esempio quella dei Bell Beakers ovvero la cultura del vaso campaniforme, vaso che veniva seppellito insieme al defunto a testimoniare l'importanza dell'accessorio per quella cultura.

Ad ogni modo numerose testimonianze storiche raccontano delle caste dei guerrieri-bestia in area scandinava che prendevano il nome dal proprio animale totemico di riferimento: dai più famosi uomini-orso Berserk della cultura vichinga o normanna agli uomini-lupo Ulfendnar o Varulven, gli Svinfylking guerrieri che combattevano nella cosiddetta formazione "a testa di cinghiale", gli Hundingas, figli di cane o clan del cane, guerrieri cinocefali di cui fa menzione Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum quando parla dei Winnili, l'antico etnonimo dei Longobardi. Dei Berserker e degli Ulfendnar si parla nella Saga di Egill il Monco, nella Saga di Hrolf Kraki e nella Saga di Yngling, nella Saga di Grettir, nel poema Edda. Degli Hundingas si parla nel poema Widsith. Con la cristianizzazione del Nord Europa a partire dall'anno mille questi guerrieri vennero banditi, questo corrisponde all'eclissi storica delle caste di guerrieri che si ebbe in tutta Europa con l'avvento del feudalesimo, anche perché i guerrieri avevano acquisito dei privilegi giuridici a cui la nobiltà non voleva più accondiscendere come avvenne in Italia per le Arimannie di cui abbiamo parlato in questo blog. Così si aprì anche per i guerrieri la damnatio memoriae dell'era cristiana con le storie dei mannari e dei licantropi che tanta fortuna hanno avuto nella letteratura e nella cinematografia moderna. Il vescovo svedese Olao Magno (1490-1557) parla dei gravi danni provocati al bestiame dai lupi mannari della Prussia, della Livonia e della Lituania, il tutto ormai è visto in connessione al male e al peccato che agisce sugli uomini riducendoli ad uno stato bestiale.

Da tempo la comunità scientifica ha identificato il cosiddetto "gene del guerriero" (Sabol et al, 1998), si tratta della variante genetica MAOA [2-3-4-5]  (Monoamine Oxidase A). Si tratterebbe di un gene che interagisce col processo decisionale dell'individuo nella valutazione dei rischi, portando a valutazioni impulsive ed a comportamenti agressivi e verrebbe innescato sotto stress. Questo gene si trova nel cromosoma X quindi è ereditato dalla madre, ma è efficace nei maschi che hanno un solo cromosoma X, nelle donne la presenza di due cromosomi X rende improbabile la presenza di due varianti quindi l'uno escluderebbe l'altro. Il test del gene del guerriero è disponibile sia per gli uomini che per le donne anche presso la società FTDNA al costo di 99 $. Il gene del guerriero è legato all'SNP rs909525 situato nel cromosoma X se è T/A (A;A) a seconda delle notazioni, è negativo (MAOE 4 o 5, normale), mentre i valori positivi sono C/G (G;G) MAOA 2 o 3, gene del guerriero. La mutazione genetica si può evincere dal DNA autosomale ottenuto da FTDNA, prodotto Family Finder (FF) e da 23andme, esportando il RAW file in excel e ricercando la riga contenente il codice rs909525 e rintracciando il valore della mutazione nella colonna accanto.

Possedere la variante genetica non necessariamente porta a comportamenti aggressivi o anti-sociali, una persona può condurre una vita pacifica tutta la vita senza che il gene interferisca nei suoi comportamenti, il gene invece ha un ruolo importante in situazioni di profondo stress emotivo in caso di minaccia della propria vita o di quella dei propri congiunti, oppure in combattimento dove l'empatia con i propri compagni d'arme può innescarlo. Dal punto di vista scientifico fu solo con la guerra nel Vietnam che gli americani cominciarono ad utilizzare la scienza psicologica nello studio del comportamento dei soldati ed a monitorarne i comportamenti in battaglia. In particolare nel testo "Achilles in Vietnam: Combat Trauma and the Undoing of Character" di Jonathan Shay vengono studiati i disordini da stress pot-traumatico presenti nei reduci dal Vietnam e vengono paragonati con l'Iliade di Omero. In pratica la mutazion genetica in situazioni di forte stress provoca una sorta di corto-circuito nelle sinapsi dei processi decisionali, avviene una trasfigurazione dell'individuo ad un livello pre-razionale ed il comportamento diventa istintivo, bestiale, quasi meccanicamente guidato da un entità superiore. I Vichinghi usavano il grido di battaglia di "By Gotz" cioè "con gli dei" per sottolineare come in battaglia il comportamento del guerriero trascenda la natura umana e venga direttamente guidato dagli dei stessi. Per questo i Francesi chiamarono i primi Normanni col nomignolo dispregiativo di Bigoz, Bigothi, Bigos. Dopo la causa scatenante l'individuo torna ad essere quello che era prima ed è possibile anzi probabile che la sua mente fatichi a giustificare i suoi comportamenti in battaglia provocando disordini psicologici e traumi che possono durare anche tutta la vita.

Fonte: Genealogia genetica



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